giovedì, dicembre 17, 2009

Sagome di vento - Beatrice part 9

Una storia, che poi io mi rendo conto di raccontare a sprazzi. Senza costrutto, ma d'altronde, anche questi avvenimenti sono stati presi e buttati lì, nel caos.

Tutto è per caso. Come questa storia, come tutte le storie. Tutto nasce, vive, e muore, e tranne il fatto che si viva, tutto è frutto del caso. Che poi, non è mai, caso.

Ma crediamoci lo stesso.

E crediamo che tutto avvenga come se fosse vento. E che le forme della vita siano sostanzialmente forgiate dal fatto che un giorno ci sei, e un giorno no.

Mettici una come Beatrice, allora. Lei è completa, lei ora sta aprendosi al mondo. Ma quegli attacchi di panico, quel mondo che l'ha spinta a chiudersi in sè, per poi rilanciarsi... Ecco, quel mondo è fatto di caso?

Tutto è cominciato quando lei era piccola. Quando fu lasciata sola, dai suoi, una sera. I suoi ricordi si confondono, mentre lo racconta sembra quando si sta guardando fuori mentre piove, oltre un vetro pieno di gocce d'acqua e di condensa. Da fuori, però, non dal caldo della stanza.

Lei ricorda solo una coperta, ricorda solo un viaggio lontano da casa, fra i monti dove vivevano i nonni. Ricorda sua madre che le dice frammenti, ricorda che presto o tardi tutto cambierà. Quando me lo raccontò, rimase sospesa in quei frammenti, l'odore delle coperte polverose, che si mettono nonostante sia estate perché si è in montagna, il pigiama di sua madre, i capelli sul cuscino e il prurito che ti danno quando ti rigiri sulla federa, e poi il silenzio, tanto, troppo, disseminato fra le parole e il respiro.

Bea racconta quegli attimi, e si sofferma sulle cose piccole. Quasi come se il grosso, ciò che sta fuori, il fatto che capita, non volesse vederlo. O forse lo rivede ogni volta che tutto questo lo racconta.

Quella notte in cui tutto si è fermato corrisponde al suo primo attacco di panico. Aveva 8 anni e suo padre non c'era più, scappato chissà dove. Di lei e sua madre, delle parole e delle lacrime, Beatrice ricorda poco. Ripensa alla tappezzeria di quella stanza e a come non le piacesse. Ripensa al fatto che era lontana da casa. Ripensa senza riflettere che quell'attacco di panico le era preso senza che, appunto, riuscisse a capire cosa stava capitando.

Qualche tempo dopo, mi disse che gli attacchi di panico ti fanno sentire come una sagoma di vento. Che si monta e si smonta nel caso, inconsistente dentro e labile intorno.

Come se il vento scolpisse realtà, invece d'avvolgerle.

Io non lo so, come sia. Però, guardo Beatrice mentre parla di quei particolari, della stanza dove ha dormito la notte che suo padre smise d'esserci. La guardo descrivermi la lampada del comodino, e poi raccogliere i frammenti sulle sensazioni che le rimangono mentre cita sua madre, che le parla, nel buio. La mano sul pizzo del lenzuolo, qualche sprazzo qua e là del pavimento legnoso che si contrae, dall'umidità e dai passi in altre stanze. Una carezza data su un taglio, e il fastidio, il bruciore. Poi parole, ancora parole. E quel senso di vuoto, e d'abbandono, e di paura, che non si può ricostruire, se non a frammenti.

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