lunedì, dicembre 14, 2009

Solo per me - Beatrice part 8

C'è però un senso, nel dire "solo per me". Uno solo, quello di credere che una persona t'appartenga, come diceva quella pubblicità della Fiat, che sosteneva che la fabbrica "appartiene a tutti noi".

Però le persone non sono industrie d'automobili, e, per quanto siano povere in spirito e sostanza, valgono di più.

Io non so se sia solo un'illusione, perché personalmente non l'ho mai veramente avvertita; eppure, ci credo. Sentire che qualcuno t'appartenga, sempre. In ogni momento della giornata, della notte. Sentirla stringersi attorno al proprio Io prima che al proprio corpo.

In una specie d'abbraccio ideale. In mezzo alle folle, in mezzo al tempo. Senza che vi sia scorribanda fra ipocrisia e falsità, coerente solo con un promessa, quella appunto dell'appartenenza.

Può un sorriso, una parola, essere quell'accettazione? Nel caso di Beatrice lo è stata. So cosa vi state chiedendo, se ho amato Beatrice. La risposta è sì, ovvio. L'ho amata e l'amo tutt'ora. Ma non è questo il punto. Perché amare una persona risulta semplice. E' il rendere quell'appartenenza una realtà, che risulta ai più difficile, se non impossibile.

Si desiderano gli altri sempre quando non ci sono, lo penso da sempre. E io che Beatrice l'ho conosciuta, l'ho amata, l'ho vista scappare quando avvenne quello che questo racconto ha generato, l'ho vista tornare, l'ho osservata mentra amava altri e non me, quando l'ho chiamata per nome e quando ho smesso di sentirla vicino, l'ho odiata, l'ho resa parte di un insieme, ho voluto essere indifferente, ne sono stato geloso... Tutto questo non è stato sentirla mia?

Ho raccontato di come la chiamo per nome. E di come per me sia semplicemente "Bea", e lei di questo non si stupisca. Vedete, io so che tutto questo è una goccia nel mare: che di storie, di grandi storie, il mondo è pieno e che in fondo anche questo non sia che un modo come un altro per raccontare, oltre che lei, me.

Però quando ami una persona, in fondo, ami il modo che hai di amarla. Sì, è un gioco di parole assurdo. Ma è anche la realtà. Ami il fatto che ti senti pieno, pieno di quel senso di pienezza, e scusate nuovamente il gioco di parole. Trovo affascinante questa cosa, tanto da considerarla la Storia. Il centro d'ogni storia.

Senti che non basterebbe niente per soddisfare quella voglia, e non di sesso, ma di sentire quella prepotenza affettiva che ti fa arrivare a dire: "Sei solo mia". E vedere che, nell'altro, o nell'altra, non ci sia sguardo d'insoddisfazione, ma di serenità. Perché quell'appartenenza diventa difesa, scudo, diventa solo ed esclusivamente protezione.

Proteggere lei, è proteggere te. Amare lei, è amare anche te.

Amare, solo amare, sto fottutissimo senso d'amore. Beatrice ha saputo strapparmelo da dentro, come nessuno aveva mai fatto. Ho invidiato Oscar quando l'ho visto nascondere il loro amore: l'ho invidiato tanto, perché vedevo bello lui, e bellissima lei. Sembravano due elfi, cazzo, due elfi. Che si nascondevano, gelosi di loro stessi, per far sì che nessuno invadesse quel loro spazio. E io, dal di fuori, che invidiavo quella loro complicità.

Ma Oscar quel senso di protezione non l'ha mai provato, ne sono sicuro. Lui era quasi prepotente, era come un dominio il suo. Una dittatura, data dalla consapevolezza di essere con un ragazza che, nella sua debolezza, nascondeva una dolcezza fuori dal comune, e una forza senza pari.

Tante volte ho fantasticato di cosa avrei voluto dirle. Ebbene, avrei fermato il tempo, dicendole "Sei qui, per me, soltanto per me."

Probabilmente non capiterà mai.

Ma in fondo, forse è stato meglio così. Anche perché, se fosse successo, oggi non sarei qui, a raccontare questa storia.

6 commenti:

Anonimo ha detto...

L'uomo e il suo senso... il senso di esistere, di appartenere, di comprendere, di stare. Quante volte cerchiamo di dare un senso ai nostri gesti, alle parole, ai pensieri... Eppure l'uomo ha bisogno di dare un significato alla vita, e lentamente costruisce la propria illusione nella quale si agita e soffre,si consola e si abbandona...
banale lo è, ma Io sono ciò che tu non sei, eppure ci apparteniamo.

risveglio ha detto...

"E io che Beatrice l'ho conosciuta, l'ho amata, l'ho vista scappare quando avvenne quello che questo racconto ha generato, l'ho vista tornare, l'ho osservata mentra amava altri e non me, quando l'ho chiamata per nome e quando ho smesso di sentirla vicino, l'ho odiata, l'ho resa parte di un insieme, ho voluto essere indifferente, ne sono stato geloso... Tutto questo non è stato sentirla mia?" Come si fa a sentirsi vicinissimi a qualcuno, a sentire proprio qualcuno (sentirlo, poi magari non lo è realmente) e lasciarlo vivere? Guardarlo vivere un'altra storia, un'altra vita.. Rinunciare a guardare i suoi occhi, i suoi sorrisi, ad ascoltare le sue parole, a dimenticare i suoi abbracci? E se quel senso di appartenenza non si provasse più con nessun altro e tra anni si dovesse tornare indietro a dire "era lui/lei quello che volevo"?

Fra ha detto...

Il problema, risveglio, è la linea di demarcazione fra ciò che è bene per l'altro/a e ciò che vorremmo.

risveglio ha detto...

Discorso anche noto come "quando ami davvero pensi prima al bene dell'altro poi al tuo?" Non so.. amare una persona e dovervi rinunciare per me.. è il più assurdo controsenso!

Scuola Holden ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
Fra ha detto...

Se non fosse così, risveglio, non ne scriverei così tanto :-)