mercoledì, gennaio 27, 2010

Ritorni in moto - Beatrice part 20

Intorno, la città era bella. Beatrice sentiva in fondo al cuore il timore che la paura risorgesse, eppure guardandosi attorno poteva percepire un qualcosa di sereno. L'aria, appunto. Il sole.

Girando lo sguardo, vide una vetrina. Ora, vi ho detto che Beatrice si butta anche con il paracadute? Sì, cioè, ci ha provato una volta sola, a lanciarsi. Però io non lo farei manco per gioco, per dire.

In quel periodo, credo che non sarebbe stata in grado di provare neanche una bici. Eppure quel giorno, beh, gira lo sguardo e vede un negozio di moto. E si ferma a guardarle, e rimane pure incantata.

Beatrice mi disse che non aveva mai pensato a una moto come quel giorno. Sarà stata l'aria, sarà stato il sole, il cielo, sarà stato che non provava a stare fuori da mesi e che il "fuori" le diceva solo cose brutte. Però tutto quel mondo in una volta sola, le fece venir voglia di respirare più forte.

E camminando, stancandosi, non s'era resa conto che rincorreva il respiro fresco della corsa. Fu per quello, credo, che si fermò davanti a un negozio di moto e ci rimase un po'. Da dentro, qualcuno la osservava, ma lei non lo sapeva.

Guardò guardò, finché non decise di tornare a casa. Mentre camminava, la paura fece capolino da dentro. Ma lei la ricacciò indietro. Prese a correre, verso casa.

Le squillò il telefono. Sua madre urlava, chiedeva dov'era. Lei rispondeva col fiatone: "Sto bene! Sto bene!" mentre correva verso casa. E intanto pensava, e immaginava, e sognava.

Sapete, credo che in quel momento fosse tornata veramente bambina. Come quando fantasticava, certo. Solo che in quel momento, ecco, credo si pensasse su una moto.

Potete solo immaginare cosa capitò, che arrivò a casa trafelata, al tramonto. E a sua madre non rispose alle domande: "Ma dove sei andata?!", "Perché sei uscita da sola?!", e simili.

Disse solo: "Voglio una moto".

domenica, gennaio 24, 2010

Fuori, il sole - Beatrice part 19

Lo fece una mattina. Forse era già primavera.

Si vestì, sicura, e quando fu alla porta cominciò a sentire il tremito dentro, che la invogliava a lasciar perdere tutto. Allora si fece coraggio, prese il lettore mp3. L'aveva caricato apposta la sera prima. Si mise le cuffie e aprì la porta.

Sulle prime non ebbe paura: scese le scale senza grossi patemi. Poi arrivò al portone, e lì sentì veramente la tensione salire.

Guardò la gente fuori. La osservò che passeggiava e pensò che non doveva temerla. Sentì contrarsi i muscoli, come la notte di capodanno.

Allora Beatrice accese il lettore mp3. C'erano canzoni che le ricordavano quando a casa della nonna, cercava la fuga nell'immaginario. Io lo so, perché in fondo quella era la musica che ascoltavo anche io.

Beh, chiuse gli occhi e uscì, immaginando di dover girare su un palco, come quando era bambina. Erano mesi che non riusciva neanche a scendere le scale, eppure ce la fece. Credo che la prima cosa che pensò in quel momento sia stata il non averci pensato prima... Perché, vedete, secondo me fu proprio quello il problema, il fatto che non si sia resa conto che per battere il dolore era necessario andarci incontro e affrontarlo.

So che è una frase fatta, però a me questo viene in mente. Ora che la guardo, così... decisa, coraggiosa, mi pare che tutto questo non sia capitato.

Comunque, quel giorno uscì. Con la musica nelle orecchie, camminò lentamente nelle strade sotto casa sua. Paura ne aveva, eccome! Ma non ci fa. Guardava in giro, e passo dopo passo si allontanò, lenta ma decisa.

Sua madre? Al lavoro, forse. O in giro, chissà, Bea non se l'era chiesto. Voleva farlo da sola. E lo fece, eccome.

Di quella mattina, Beatrice ricorda con forza tante cose. L'aria fresca. Il sole e il cielo azzurro. Che mese era? Sapete che non lo so? Eppure Beatrice dice che era bello come primavera e che tutto le sembrava fresco, vivo. Era come riscoprire qualcosa che non si sa da molto.

Una volta all'università il mio relatore di tesi mi disse che il senso più evocativo è l'olfatto. Mi fece l'esempio dei biscotti, che magari cucinava tua nonna a 4 anni e, dopo anni e anni e anni, ti capita di conoscere qualcun'altro che li cucina allo stesso modo. E quell'odore, ti riporta a quando avevi 4 anni.

Ad esempio, a me capita con l'odore di crema solare, quella che mettevo da bambino. Se mi capita di riassaporare quell'aroma, mi pare di tornare non solo a quei momenti, ma proprio d'esser al mare.

A Beatrice capitò con il fresco dell'aria, con quel senso di liberazione che può dare un mattino dove anche la città sembra più pulita. Forse fu l'odore, o la commistione d'odori, a riportarla a quei volteggi, al sogno d'essere felice che riempiva la sua infanzia.


Era fuori, da sola, e senza rendersene conto aveva camminato per ore.

lunedì, gennaio 18, 2010

Danza - Beatrice part 18

Al di là di tutto, quella notte per Beatrice è stata uno spartiacque.

Fra la sua vita inconsapevole e il sapere d'essere, nonostante le cose che erano successe.


Uno psichiatra andò a casa sua, qualche tempo dopo il primo dell'anno. C'era dovuto andare di persona perché quando provava a recarsi allo studio, le prendeva il panico, piangeva, tremava.

I muscoli si contraevano e tutto diventava ostile. Fino a che era necessario chiamare l'ambulanza.
Le disse che soffriva di antropofobia, che era la gente a darle quel timore. Poi però, quando tutto fu finito, Beatrice mi disse che la paura più grande era di sè stessa.

La gente le ricordava solo che quel senso d'esser sbagliata, la paura di non aver camminato a sufficienza, era sempre lì con lei.
Sua madre la guardava e la rincuorava.

Una notte, dalla sua stanza, Beatrice la sentì piangere e lamentarsi al telefono con chissà chi, di quella figlia impaurita. Del fatto ch'era impaurita e che non c'erano modi per redimerla.


Allora, sapete che fece Bea?

Tornò nella sua stanza e si mise ad ascoltare la musica. Guardò alla finestra e cominciò a dirsi che voleva tornare a sentire l'aria fresca. Che era stanca di aver paura.
Spense la luce e osservò la città. Beatrice ricordava come ne aveva sentito la mancanza, fra i monti.

Ricordava che s'agitava con la musica, pensava al palco.
Di quella notte so qualcosa perché un giorno Beatrice mi fece leggere una pagina che scrisse, la mattina successiva.

Quella pagina raccontava di una bambina che voleva fare la ballerina ma aveva paura delle scarpette con le punte rigide, del dolore che avrebbe potuto sentire. Fino a quando, un giorno, la bambina non si decise a indossarle, affrontando il dolore. E più tentava, più si rendeva conto che il male passava. Più tentava, più
la bambina si sentiva leggera, sentiva d'amare l'aria intorno, l'armonia dei movimenti.

Era una storia che Beatrice definì banale. Può essere. Però dopo aver passato quella notte insonne, ascoltando musica alla finestra, scrivendo una storia banale, ecco che Beatrice scelse di uscire.

Lo fece da sola, senza aiuto, ripensandosi bambina che s'agitava da sola per sfogare quella rabbia così intensa, quella tristezza che pareva infinita.

Decise d'uscire, senza che il panico potesse farle paura.

venerdì, gennaio 15, 2010

L'attesa di partire - Beatrice part 17

Per riprendere il cammino, Beatrice s'esplorò.

Riguardarsi. Prendere coraggio ed esplorare il pregresso per poterne trarre vantaggio, giovamento.

I giorni seguenti furono cauti, come quando si attende una partenza. Si pensa e si ripensa dove s'è messo il biglietto, così quando passerà il controllore si sarà rapidi a mostrare d'esser in regola. Si guarda fuori dal finestrino, si pensa a cosa ci aspetta dopo che il treno avrà percorso il primo metro. Si è ansiosi. Speranzosi.

Ecco, dopo quella notte Beatrice sperava di sentirsi forte abbastanza da risollevarsi senza guardare cosa l'aveva portata fino là. Poi però, come in una stazione quando il treno non parte, il senso d'attesa si era tramutato in nervoso e poi in paura di non partire più.

Beatrice continuava a sentirsi fuori fase. E se i movimenti le erano stati restituiti, ecco, quello che le mancava era la serenità. Appena provava a mettersi in ghingheri, per uscire un po', le prendeva la frenesia. Si sforzava, provava a immaginarsi fuori, però niente: neanche volendo, riusciva da sola, soprattutto da sola.

Era l'effetto del panico, o forse no. Lei dice che con l'attacco di panico aveva di colpo fatto ritorno alla notte dell'abbandono: tutto cambiava, si sformava, si ricostruiva. La rivoluzione della percezione che la obbligava a ritrovare la strada.

Dopo un mese, Beatrice ancora non riusciva a uscire di casa, e quando usciva, anche accompagnata da qualcuno, non riusciva a stare fuori che poche decine di minuti. Soffriva il contatto con il resto del mondo, soffriva la gente. Soffriva il dover affrontare la calca della città.

Ora che la vedo parlare da un palco, mi pare impossibile che proprio lei non riuscisse neanche a stare seduta su una panchina, guardare una vetrina, mangiare un gelato per strada. Eppure è proprio così che è andata.

lunedì, gennaio 11, 2010

Finzione - Beatrice part 16

Talvolta i desideri non si possono esaudire, e quella sera Beatrice non scappò.

Riprese a muoversi qualche ora dopo, sì. Ma il desiderio di fuggire non passò. Anzi, rimase. Più intenso di prima.


Ma non lo disse, anche quando tornò a casa.

Beatrice in quel periodo viveva con sua madre. Ci era tornata da un po', dopo quegli anni che vi ho detto aveva passato dai nonni.

L'aveva accolta sulla porta, piangendo.

Beatrice pensò che sembrava un film in bianco e nero. Entrò in casa come se il panico che l'aveva colta non l'avesse abbandonata. Come se ancora non riuscisse a muoversi.

Eppure, lei finse. Abbracciò sua madre e le disse che tutto andava bene. Come quando era tornata a casa, dopo gli anni dai nonni, e adolescente fece finta d'esser felice di rivederla. Aveva detto che tutto quel tempo non le era pesato, che era tutto bello. Aveva finto di non odiarla, mentre l'abbracciava.

Il panico fu come trovarsi davanti una strada chiusa, la obbligò a tornare indietro. Beatrice dice che senza quell'attacco di panico la sua vita avrebbe continuato a essere una finzione.

Aveva fatto credere che tutto era passato, quando in realtà non era finito niente, era tutto ancora fermo a quel mattino di tanti anni prima in cui s'era svegliata in una stanza non sua. Sentendosi impotente, però, provando quella paura, Beatrice aveva capito.

Non s'era mai sentita libera. Quel sentirsi obbligata l'aveva messa in condizione di guardarsi indietro. E di tornarci, per riprendersi ciò che non sapeva d'aver perso.

sabato, gennaio 09, 2010

Fuga - Beatrice part 15

Il primo pensiero che venne a Beatrice, quando il medicina le fece effetto e riprese il controllo del suo corpo, fu quello di scappare.

La fuga, per Beatrice, ma credo per tutti, è sempre l'ultima strada possibile.

Dal dolore, intanto. Dal sentirsi senza uscita. Dal sentimento di chi sta smettendo d'esser ciò che desidera essere.

Immagino per un attimo cosa voglia dire non riuscire a muoversi, ve l'ho detto, l'ho provato in occasioni che sono frazioni d'intensità rispetto al non poter reagire agli stimoli. Ma così no, non so cosa voglia dire. Immagino che tutto generi una matassa di rabbia e paura così intensi da spezzare le linee che la mente crea per mantenere l'equilibrio fra l'essere nel mondo.

Che ci sia solo un desiderio di fuga.

Un altro mondo distante magari qualche centinaio di kilometri, ma che risulti nuovo. Un mondo nuovo, che possa proteggerti, con la sua novità, con il suo essere sconosciuto.

Risollevandosi dal lettino, Bea mi disse che sentì come se quel mondo fosse penetrato nel suo senza controllo.

Le facce amiche non erano più amiche, e non perché sconosciute, ma perché associate all'immobilità coatta. Gli ambienti, erano scoperti per la prima volta.

Era tutto nuovo, per l'ennesima volta. Come quella mattina di qualche anno prima, quando si svegliò e sua madre non c'era più. Quando s'era fermata da sua nonna, i frammenti che aveva raccolto erano stati piccolezze rispetto all'enormità dei fatti della vita. La mattina di capodanno, Bea s'era svegliata dal suo primo attacco di panico con la sensazione d'esser tornata bambina. Guardò le sue mani muoversi, lente. "Stai meglio?" fu la prima domanda che le venne posta.

La ricorda come l'odore del caffellatte di molti anni prima. Com'era vicina ora la sua infanzia.

Era tornata bimba senza rendersi conto, o forse non aveva mai smesso d'esserlo. Come se la crescita del corpo fosse stata un'illusione.

Ci sono stati momenti in cui quel trambusto era stato annunciato. Lei ora lo sa, ma in quel momento non riusciva ad immaginarlo.

Immaginava solo che se avesse potuto, sarebbe scappata. Fuggire in quel momento, però, era come usare un cavallo di plastica per affrontare un viaggio. Era l'unica cosa che voleva fare, ed era l'unica cosa che non poteva fare.

mercoledì, gennaio 06, 2010

Non muoverti - Beatrice part 14

Detto questo, comunque, mi soffermo su un particolare che Beatrice mi descrisse minuziosamente: quello dell'essere immobili.

Quando le prese l'attacco di panico, mi raccontò che la cosa che la spaventò di più fu il non potersi muovere.

Mentre il tempo passava, il suo corpo diventava sempre più rigido. Sentiva liberi solo gli occhi, mentre il resto del corpo rimaneva sospeso fra i legacci di quella paura che s'era insediata in lei.


Io non so cosa voglia dire essere impossibilitati a muoversi, lo posso solo immaginare. Anche perché, in ogni caso, avevo sempre la possibilità di girare i tacchi e scappare da ciò che mi obbligava a rimaner fermo.

La differenza era che Beatrice teneva ferma Beatrice, o meglio, era la sua paura di essere nel posto sbagliato a non permetterle d'andarsene.

Quando mi raccontò questo episodio, mi mimò anche i movimenti che tentava di fare, il provare a chiamare aiuto, mentre si raccontava degli amici che s'avvicinavano a lei, incuriositi e spaventati, di quello che chiamò l'ambulanza piangendo, del sentirsi rincuorata e quella paura difficile da tenere a freno. Tutto perché non riusciva a muoversi.

Il non sapere che fare. Il non aver la risposta pronta. Il sentirsi non in grado di reagire, colpo su colpo, a quell'effetto devastante.

Credo che sia come quella sera in cui una mia cara amica mi provò a presentare una ragazza che avevo sempre guardato da lontano e che non avevo mai avuto il coraggio d'approcciare: lei l'andò a chiamare quasi per scherzo, io ci cascai, e quando me la trovai davanti rimasi lì, sbiancato. Sbiascicai due parole fra cui il mio nome, poi scappai facendo la figura del coniglio.

Reagisci male con la mia amica, ma in quel caso fu solo mia mancata prontezza di riflessi.

Lei in fondo voleva solo aiutarmi, e la colpa di quella fuga fu comunque solo del mio non sapermi muovere.


Ecco: immagino che quel senso d'impotenza, d'imbarazzo, di stupidità, sia necessario moltiplicarlo per due milioni per ottenere il senso di paura che ha avvolto quella notte Bea. Che non seppe prendersela con nessuno, neanche quando, all'ospedale le iniettarono un calmante e ricominciò a muoversi.

lunedì, gennaio 04, 2010

La sera di capodanno - Beatrice part 13

Fino adesso ho fatto grossi prologhi: per lei e per me. Raccontare la sua storia mi piace tanto, si capisce no? Parlare di Bea è come stare con Bea, in fondo.

Ma questa cosa, beh, questa cosa non mi piace dirla ad alta voce. Perché è la parte un po' più così, della sua storia: la parte un po' più triste, diciamo.

Cominciò a capodanno. Lei aveva sedici anni ed era a una festa, ovviamente. Era seduta, e intorno c'era gente, tanta. Una stanza piena di gente.

Si ballava, si cantava. Si urlava, si beveva. Lei anche. Poi però qualcosa non le tornò. Allora si sedette su un divano e si mise a guardare la gente intorno.

Cominciò a pensare. Sentiva che quel posto non era il suo, cominciò a sentirsi a disagio. Non una cosa impetuosa, inizialmente. Una sorta di senso di smarrimento, che man mano che il tempo passava diventava un qualcosa di ingestibile.

Beatrice non sapeva bene cosa stesse capitando: i punti di riferimento della stanza parevano non esserci più. Le persone non bastavano più, a darle sicurezza. Se il luogo perdeva identità, Beatrice provava a cercarla negli altri ma non ne trovava. Tutto diventava sconosciuto.

Fu un crescendo. Sentì paura. Le sembrò di non riconoscersi più neanche lei. Provò a parlare, non riuscì. Ma non per chiedere aiuto, quanto per provare a domandare dove fosse. Tutto cambiava. Il corpo non rispondeva. Gli occhi si chiusero, mentre l'aria non c'era più. Perse conoscenza.

Beatrice ebbe il suo primo attacco di panico quella notte. Non le era mai capitato di provare una paura simile. Neanche il mattino in cui la sua famiglia sparì.

Io non so dire perché capitò, posso provare a immaginarlo. Non ho molta forza per raccontare questa parte della storia, io non c'ero ed è stata proprio Beatrice a dirmi cosa fosse successo. Lei però quando parla di quell'esperienza si limita a poche parole, e niente più. A me disse solo una cosa.

Che quella notte s'era fermata la sua discesa, ed era cominciata la risalita. Anche io la penso così.