venerdì, gennaio 15, 2010

L'attesa di partire - Beatrice part 17

Per riprendere il cammino, Beatrice s'esplorò.

Riguardarsi. Prendere coraggio ed esplorare il pregresso per poterne trarre vantaggio, giovamento.

I giorni seguenti furono cauti, come quando si attende una partenza. Si pensa e si ripensa dove s'è messo il biglietto, così quando passerà il controllore si sarà rapidi a mostrare d'esser in regola. Si guarda fuori dal finestrino, si pensa a cosa ci aspetta dopo che il treno avrà percorso il primo metro. Si è ansiosi. Speranzosi.

Ecco, dopo quella notte Beatrice sperava di sentirsi forte abbastanza da risollevarsi senza guardare cosa l'aveva portata fino là. Poi però, come in una stazione quando il treno non parte, il senso d'attesa si era tramutato in nervoso e poi in paura di non partire più.

Beatrice continuava a sentirsi fuori fase. E se i movimenti le erano stati restituiti, ecco, quello che le mancava era la serenità. Appena provava a mettersi in ghingheri, per uscire un po', le prendeva la frenesia. Si sforzava, provava a immaginarsi fuori, però niente: neanche volendo, riusciva da sola, soprattutto da sola.

Era l'effetto del panico, o forse no. Lei dice che con l'attacco di panico aveva di colpo fatto ritorno alla notte dell'abbandono: tutto cambiava, si sformava, si ricostruiva. La rivoluzione della percezione che la obbligava a ritrovare la strada.

Dopo un mese, Beatrice ancora non riusciva a uscire di casa, e quando usciva, anche accompagnata da qualcuno, non riusciva a stare fuori che poche decine di minuti. Soffriva il contatto con il resto del mondo, soffriva la gente. Soffriva il dover affrontare la calca della città.

Ora che la vedo parlare da un palco, mi pare impossibile che proprio lei non riuscisse neanche a stare seduta su una panchina, guardare una vetrina, mangiare un gelato per strada. Eppure è proprio così che è andata.

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