mercoledì, gennaio 06, 2010

Non muoverti - Beatrice part 14

Detto questo, comunque, mi soffermo su un particolare che Beatrice mi descrisse minuziosamente: quello dell'essere immobili.

Quando le prese l'attacco di panico, mi raccontò che la cosa che la spaventò di più fu il non potersi muovere.

Mentre il tempo passava, il suo corpo diventava sempre più rigido. Sentiva liberi solo gli occhi, mentre il resto del corpo rimaneva sospeso fra i legacci di quella paura che s'era insediata in lei.


Io non so cosa voglia dire essere impossibilitati a muoversi, lo posso solo immaginare. Anche perché, in ogni caso, avevo sempre la possibilità di girare i tacchi e scappare da ciò che mi obbligava a rimaner fermo.

La differenza era che Beatrice teneva ferma Beatrice, o meglio, era la sua paura di essere nel posto sbagliato a non permetterle d'andarsene.

Quando mi raccontò questo episodio, mi mimò anche i movimenti che tentava di fare, il provare a chiamare aiuto, mentre si raccontava degli amici che s'avvicinavano a lei, incuriositi e spaventati, di quello che chiamò l'ambulanza piangendo, del sentirsi rincuorata e quella paura difficile da tenere a freno. Tutto perché non riusciva a muoversi.

Il non sapere che fare. Il non aver la risposta pronta. Il sentirsi non in grado di reagire, colpo su colpo, a quell'effetto devastante.

Credo che sia come quella sera in cui una mia cara amica mi provò a presentare una ragazza che avevo sempre guardato da lontano e che non avevo mai avuto il coraggio d'approcciare: lei l'andò a chiamare quasi per scherzo, io ci cascai, e quando me la trovai davanti rimasi lì, sbiancato. Sbiascicai due parole fra cui il mio nome, poi scappai facendo la figura del coniglio.

Reagisci male con la mia amica, ma in quel caso fu solo mia mancata prontezza di riflessi.

Lei in fondo voleva solo aiutarmi, e la colpa di quella fuga fu comunque solo del mio non sapermi muovere.


Ecco: immagino che quel senso d'impotenza, d'imbarazzo, di stupidità, sia necessario moltiplicarlo per due milioni per ottenere il senso di paura che ha avvolto quella notte Bea. Che non seppe prendersela con nessuno, neanche quando, all'ospedale le iniettarono un calmante e ricominciò a muoversi.

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