giovedì, marzo 25, 2010

Palco, platea - Beatrice part 29

D'altronde come fai a sapere cos'è l'Amore, se lo provi solo a un senso? Se ciò che ami lo vedi solo su un palco?

E' come innamorarsi di un divo del cinema, se ci pensate. Di uno che rimane là, dietro lo schermo, che sembra sia veramente uno che conoscete a fondo ma che in realtà è solo lo sfaccettamento di molti, troppi caratteri insieme.

La differenza con Bea è che io Bea la conosco veramente, e so che quelle che indossa sono maschere del palco. Ma anche quando smette di essere i mille personaggi che interpreta quando è là, nonostante torni a essere la Beatrice che ho conosciuto in questi anni, forte e contemporaneamente impaurita dalla vita, ecco, è come se rimanesse lassù.

Mi fa rabbia, sapete? Perché per Oscar era il contrario. Lui non la conosceva, eppure su quel palco poteva accedervi: era come se Oscar amasse più le 1000 finzioni di Bea che Beatrice. Pur odiando il fatto che recitasse, non amando quel modo di trasformare il panico in bellezza e arte e tutto ciò che è la recitazione.

Oscar poteva salirci là, sul palco. Poteva camminare insieme a Bea nel suo mondo, perché a lui era permesso essere il prescelto.

Una volta un amico mi ha detto che certe ragazze ti scelgono, non è come il resto delle volte che ci conosce e stop. No, in questo caso non è stato così: Bea ha quasi scelto Oscar, andando a cercare quello che più che dava sicurezza.

Quando le ha insegnato ad andare in moto (perché in pratica Bea ha imparato con lui ad andare in moto), lui le ha trasmesso quella sicurezza che le mancava. E lei, nonostante fosse bella e tutto il resto, ecco che l'ha scelto. Ha detto: "Lui ce la può fare, a dirmi come si fa a stare bene".

E lo amò.

Poi emersero quei contrasti, il disamore di Oscar verso il teatro. Verso quella forma di sicurezza di Bea. Allora, forse, lei ha capito che non erano fatti per stare insieme. Nonostante la moto, e la sicurezza che dicevo prima.

Io, invece, sono rimasto sotto. Fra il pubblico, e ogni tanto, come fanno gli attori bravi, lei mi guardava da lassù.

Sapete quella sensazione che vi prende quando siete a un concerto, a uno spettacolo, e il cantante o l'attore o il relatore, e vi sembra che stia guardando proprio voi? Vi illudete che vi stia preferendo, che dica: "Vedi, io parlo/canto/recito solo per te".

Quell'attimo diventa il lasciapassare per il palco. Per illudersi che quel mondo sia anche il tuo. Poi però scopri che quello sguardo non era solo tuo. E il lasciapassare, beh, quello non era valido.

Oscar non s'è mica reso conto che lui poteva andare e venire dal backstage. Guardare Bea recitare, prenderla quando lo spettacolo finiva e amarla per quel modo di trasformare il male della sua vita in bellezza, in arte.

Lui preferiva sperare che Bea diventasse una persona come le altre. Che si sedesse con lui fra il pubblico, guardando cosa offriva lo spettacolo.

Forse è per questo che io Oscar non l'ho mai sopportato. Avrei voluto essere io al suo posto, cazzo.

martedì, marzo 23, 2010

Guardando - Beatrice part 28

Come è bellissima quando cammina.

Quando si volta a guardarmi e non dice nulla.

O quando parla e parla, come quella sera in macchina e non si arriva da nessuna parte tanto si è parlato, e mentre dice le cose mi guarda.

Una volta camminavamo per strada, insieme.

Non avevo la forza di girarmi a fissarla, o forse non volevo perché ero consapevole. Di cosa? Beh, che io non ero ciò che volevo essere. Per lei, s'intende. Ma questo l'avete già capito, immagino.

La cosa buffa era che mi stava raccontando di Oscar, che l'aveva fatta incazzare un'altra volta, e tutta quella roba là.

Ad un certo punto smette di parlare. Le chiedo: "Che c'è, Bea?".

Le si ferma e mi guarda. Mi sorride. Poi scuote la testa, dice: "No, niente" e riprende a camminare.

Allora scoppio a ridere, le chiedo di fermarsi, di dirmi. Lo dico con il sorriso sulle labbra di chi dissimula indifferenza ma che muore dalla voglia di sapere. Le dico: "Ma che dici" convinto che voglia dirmi che io sono meglio di Oscar. Convinto... illuso, ecco sì, illuso. Comunque quasi ci credevo.

E invece lei mi guarda, mi spacca in due con quegli occhi, mi guarda e mi dice: "Sai perché mi piace stare sul palco?".

Io non lo so, sapete, se qualcuno possa riuscire a disorientarti così tanto. Però è bello, quando capita. E con Bea, ecco... beh, mi sono già ripetuto mille volte.

Ecco, lei mi guarda, e io mi sento male ogni volta che succede. Poi lei comincia a parlarmi.

"Io non vedo chi ci sia là, nel pubblico. So che ci sei tu, so che ci può essere mia madre, ma non so chi c'è ancora. E' buio, là. Eppure so che qualcuno mi guarda, mentre divento qualcun'altra. Dovrei aver paura. Una volta, avrei avuto paura, come quando mi sono buttata con il paracadute la prima volta. Eppure no, non ho paura, anzi... Non ne ho mai avuta."

"Di cosa hai paura, ora?" le chiesi io.

Non rispose. Poi disse: "Boh, sai che non lo so più, di cosa ho paura?".

E riprendemmo a camminare, continuando a parlare di musica, di Oscar, del suo spettacolo. Intanto mi guardava, e rideva, poi parlava e ancora rideva, e io l'ascoltavo, provavo a imbastire un discorso ma lei nulla, ripartiva. Non da logorroica, sia ben inteso, ma proprio perché aveva tante cose da dire.

Quando tornammo a casa, lei mi disse: "Sai, nel buio della sala c'è sempre qualcuno che ti guarda e pensa che non hai punti deboli. Che sei là perché sei in grado d'esserci. Che potresti anche essere bravo a fingere, ma non così bravo da rimanerci per tutto il tempo dello spettacolo."
"Ma tu hai paura, alla fine."
"Di chi?" rispose lei.
"Della gente, di quelli che possono giudicarti. Di quelli che stanno a guardarti.".
"No, quella paura è passata.".
"Allora sei veramente un'attrice!".
"No, sono solo io.".
"Tu a volte hai paura, Bea.".
"A volte sì, è vero.".
"Però là no.".
"No, lassù no.".

Non c'era molto altro da dire, no? E infatti non riuscii a dire nient'altro, perché lei mi prese un braccio, mi diede un bacio sulla guancia e se ne andò.

Chissà che pensava, in fondo raccontata così sembrerebbe una semplice pazza.

E invece no. Lei non è pazza. Lei è semplicemente diversa dalle persone che potreste conoscere: è una ragazza che ha una di quelle storie che piace raccontare. Io non mi stuferei mai di dire quella sensazione di completezza che sento quando appare lei, quando mi sorride, o quando mi parla di sè.

Mentre mi guarda, senza sapere che cosa senta io. Qualcosa che va oltre l'Amore. O forse è solo Amore, e io non lo so.

domenica, marzo 21, 2010

Riti - Beatrice part 27

Dicono che gli attori hanno dei riti per far andare bene uno spettacolo.

Anche nel caso di Bea, non saprei dire quali siano con precisione. Una cosa di cui sono sicuro è che prima di ogni volta che andava in scena, Bea ascoltava "Troubles" dei Coldplay.

Mi aveva colpito perché la stessa cosa la faceva anche un mio compagno d'università prima d'ogni esame. Lei lo faceva prima d'ogni spettacolo, e questo senza dubbi è curioso, se non altro perché quando ci penso mi viene da equiparare un esame universitario a una commedia.

Beatrice non beve il thé, se non il giorno prima dello spettacolo. Se il teatro è in città, non ci va mai in moto nonostante la adoperi sempre e comunque, giorno e notte. E, su tutto, cerca di non dir niente a nessuno di come si sente. Credo sia una specie di timidezza.

O forse un modo per salvaguardare quel momento. Non so, a me pare però anche curioso, che quando prima di uno spettacolo le persone che la circondano le chiedano: "Come ti senti?" lei, banalmente, faccia finta di non sentire, o al massimo, risponda con un sorriso. Risulta quasi maleducata, ma non lo è.

E' autodifesa, convincimento, decisione. Consapevolezza che quello è un momento da preservare fino a che non si compie.

Perché, da quando fa teatro, parlare a Beatrice di spettacoli, commedie e recitazione è finire in una discussione dei massimi sistemi.

Lei ne parla come fosse un'esplosione di sensazioni, e io le credo. In fondo tutti gli attori pensano che lo sganciarsi dal proprio mondo per entrare in un'altra realtà sia un qualcosa di molto intenso.

Però Beatrice ne parla come una liberazione, un momento di incontro con la pace, con la serenità. Certo, il panico e tutta quella parte della sua storia ha certamente influito in questo suo trasporto. Però è anche una vocazione.

La cosa curiosa, forse quella più curiosa, è che dopo che lo spettacolo è finito, non guarda le foto ma ascolta solo le descrizioni che le fanno a voce. Dice che non ci si riesce a vedere su un palco, da spettatrice.

E dire che è bellissima, quando recita.

domenica, marzo 14, 2010

Resistere - Beatrice part 26

Era un proposito che provavo a darmi spesso, quello di resisterle. Me lo davo senza cercar di fare trasparire nulla, senza che lei potesse capire. In fondo il rapporto era stretto, ero io che non andavo.

Per lei andava tutto bene, in quel limbo fatto di discorsi lunghi e serate che parevano non finire.

Io andavo bene, essendo comunque una parte che Oscar non riusciva a recitare.


La crisi di panico. L'adolescenza rubata. Il senso d'abbandono. Rimaneva tutto indietro, mentre le sue parole accompagnavano il tempo che scorreva, e tutto sembrava non fermarsi.

Io ho sempre accompagnato Beatrice nel suo cammino.

Ve l'ho detto, da lontano, da osservatore. Anche se quel suo essere vicino a me a tentoni, sparendo per settimane fatte di recitazione e... ok, di Oscar, beh per me era un po' una sofferenza.

Una sofferenza perché certo, avrei voluto esserle vicino sempre. Avrei voluto essere per lei ciò che era il palco, e Oscar, e tutto ciò che era il suo mondo di reazione al panico, e a tutto ciò che era ad esso collegato.


Voi non so se potete capire.

Forse sì, io non lo so, però non so se potete capire cosa voglia dire amare una persona quando questa è consapevole d'essere lontana. Quando voi stessi siete consapevoli che essa non potrà mai essere avvicinata.

E' solo questione di resistere, resistere al compromesso, di averla a metà e di non poter essere ciò che si desidera essere.
Fino a che accetti il compromesso, tu quella persona in qualche misura la ami come la ameresti se tutto fosse come vuoi tu.

Poi certo, prevale l'egoismo.

Io per dire mi sto sforzando, di non provare dolore per vedere che la bellezza di viaggi in macchina come quello che vi ho appena raccontato ha una fine, non prolungabile, non convertibile in altri momenti altrettanto felici.
Io non so, se sia possibile combattere con l'amore impossibile.

So che Beatrice, in ogni cosa che fa, trova un modo per far apparire anche quel suo modo d'essere una rarità.


Quando lasciò Oscar, lui non capì. Non capì d'esser stato lasciato perché la sua natura era troppo diversa da quella di Beatrice, non capì il fatto che a Beatrice serviva qualcuno che la spingesse in alto, con la propria presenza. Che non la legasse a terra.


Beatrice sogna, capite?

Quando sta sul palco, quando vive giorno per giorno. E io con lei, a sognare.

Come voi, che la guardate vivere giorno per giorno attraverso le mie parole.
Non potete rendervi conto, forse, di quanto io abbia resistito a non rovinare tutto dicendole cosa provassi per lei. Eppure, l'ho fatto.

Ad ogni modo, ora basta parlare di me.

domenica, marzo 07, 2010

In giro con Bea - Beatrice part 25

Quella sera però Oscar non c'era. E non c'era nessun altro che io, Bea, e la mia Punto 55 scassata.

Avevo passato il pomeriggio a ripararla, con un mio amico meccanico. Povera macchina mia, non per nulla si chiama Fortunella.

Eppure Beatrice riuscii ad andare a prenderla. E Fortunella ci guidò per bene.

Si presentò dicendomi che non voleva parlare con Oscar.


Le chiesi perché e lei mi disse che non aveva voglia di dirmelo. Anche se io l'avevo capito, sapete? Era incazzata con lui per lo spettacolo. Perché lui non amava che lei recitasse, s'irritava a vederla sul palco. E a lei questo non piaceva, proprio no.

"Perché non lo apprezzi ? - gli chiedeva - E' come se fossi sempre in moto". Sottolineava il fatto della moto come fosse un punto a suo favore.

Oscar le rispondeva che la moto era una cosa e recitare un'altra, ma lei niente, quello le piaceva fare e quello faceva. E il panico era solo un lontano ricordo, anche se lei la paura del pubblico la sentiva, eccome.

Quando salì in macchina chiuse il discorso di Oscar e cominciò a dirmi cosa vedeva dal palco. Mentre parlava, mi chiese di mettere della musica che le facesse ripensare alla sua adolescenza. Voleva risentirsi con quel dolore perché "Il dolore rafforza", lo diceva spesso.

Allora le misi i Nirvana. Ascoltò "Lithium", poi "Smell like then spirits", poi "Polly", "Lake on fire" e "Come as you are", "Heart-shaped box" e "The man who sold the world". I grandi classici, insomma. E meno male che avevo la discografia completa su CD, perché a Bea piace molto cambiare, sapete? Diciamo che se fosse su Facebook (e non preoccupatevi di cercarla, non la trovereste) diverrebbe subito fan di "random".

Poi mi disse: "Cambia, metti i Pumpkins". E lì sfondò una porta aperta, perché quello è il mio gruppo preferito. E lei è un po' come gli Smashing Pumpkins, malinconica e incazzata, aulica e semplice, bella e sfaccettata in mille declinazioni. Lo avrei anche scritto nel bigliettino che vi ho letto, però tutte le parole quando penso a lei non mi vengono. Come non mi vennero quella sera, quando mi guardò, mentre attraversavamo l'ennesimo paesino di provincia: "Come stai?".

Me lo chiese e fu come se mi trapassasse, perché raramente qualcuno pone quella domanda perché è veramente interessato a sapere come stai. La guardai e le dissi che non importava, che quella sera festeggiavamo la sua prima, che era la sua serata e non la mia. Lei mi guardò e mi richiese: "Come stai?".

Non risposi, alla fine. Mi divincolai dalla domanda e continuai a guidare, cantando "1979", "Tonight tonight", "Today", "Tales of Dusty and Pystol Pete", "Stumbleine", e ancora "Bodies", "Disarm", e "Mayoneise". Lei cantava con me. E non ci parlavamo, di fatto. Ogni tanto cominciavamo un discorso, ma che non portavamo a termine. Ed era bello essere così, mentre Oscar, il panico, le paure, e tutto il fottuto pianeta rimaneva indietro, e io e Bea vivevamo quell'amarcord di anni '90 con tutto ciò che ne era conseguito, quando io ero ancora un sognatore peggio di quello che sono ora e lei ricercava sè stessa.

Sapete? Credo sia stato il palco. A farla sentire così libera, come quella sera. Neanche il paracadutismo probabilmente l'ha fatta volare così in alto, come il sentirsi ammirata, narcisa forse ma consapevole dell'essere viva. Oscar non ha capito, in tutto il tempo che hanno passato insieme, che Beatrice era come musica di chitarra elettrica e archi e violini, che si sposava con la Vita in tutto e per tutto fino a rendersi un sunto dell'esistenza.

Quella sera, fra le mille parole, fra una canzone e l'altra, prima che socchiudesse gli occhi sul mio sedile e mormorasse "Portami a casa", le scappò una frase.

"Lassù vivo, e non ho paura". Le credetti, mentre guidavo, mentre la guardavo per l'ennesima volta come se fosse la prima e mi chiedevo se sarei mai stato in grado di resisterle.