martedì, marzo 23, 2010

Guardando - Beatrice part 28

Come è bellissima quando cammina.

Quando si volta a guardarmi e non dice nulla.

O quando parla e parla, come quella sera in macchina e non si arriva da nessuna parte tanto si è parlato, e mentre dice le cose mi guarda.

Una volta camminavamo per strada, insieme.

Non avevo la forza di girarmi a fissarla, o forse non volevo perché ero consapevole. Di cosa? Beh, che io non ero ciò che volevo essere. Per lei, s'intende. Ma questo l'avete già capito, immagino.

La cosa buffa era che mi stava raccontando di Oscar, che l'aveva fatta incazzare un'altra volta, e tutta quella roba là.

Ad un certo punto smette di parlare. Le chiedo: "Che c'è, Bea?".

Le si ferma e mi guarda. Mi sorride. Poi scuote la testa, dice: "No, niente" e riprende a camminare.

Allora scoppio a ridere, le chiedo di fermarsi, di dirmi. Lo dico con il sorriso sulle labbra di chi dissimula indifferenza ma che muore dalla voglia di sapere. Le dico: "Ma che dici" convinto che voglia dirmi che io sono meglio di Oscar. Convinto... illuso, ecco sì, illuso. Comunque quasi ci credevo.

E invece lei mi guarda, mi spacca in due con quegli occhi, mi guarda e mi dice: "Sai perché mi piace stare sul palco?".

Io non lo so, sapete, se qualcuno possa riuscire a disorientarti così tanto. Però è bello, quando capita. E con Bea, ecco... beh, mi sono già ripetuto mille volte.

Ecco, lei mi guarda, e io mi sento male ogni volta che succede. Poi lei comincia a parlarmi.

"Io non vedo chi ci sia là, nel pubblico. So che ci sei tu, so che ci può essere mia madre, ma non so chi c'è ancora. E' buio, là. Eppure so che qualcuno mi guarda, mentre divento qualcun'altra. Dovrei aver paura. Una volta, avrei avuto paura, come quando mi sono buttata con il paracadute la prima volta. Eppure no, non ho paura, anzi... Non ne ho mai avuta."

"Di cosa hai paura, ora?" le chiesi io.

Non rispose. Poi disse: "Boh, sai che non lo so più, di cosa ho paura?".

E riprendemmo a camminare, continuando a parlare di musica, di Oscar, del suo spettacolo. Intanto mi guardava, e rideva, poi parlava e ancora rideva, e io l'ascoltavo, provavo a imbastire un discorso ma lei nulla, ripartiva. Non da logorroica, sia ben inteso, ma proprio perché aveva tante cose da dire.

Quando tornammo a casa, lei mi disse: "Sai, nel buio della sala c'è sempre qualcuno che ti guarda e pensa che non hai punti deboli. Che sei là perché sei in grado d'esserci. Che potresti anche essere bravo a fingere, ma non così bravo da rimanerci per tutto il tempo dello spettacolo."
"Ma tu hai paura, alla fine."
"Di chi?" rispose lei.
"Della gente, di quelli che possono giudicarti. Di quelli che stanno a guardarti.".
"No, quella paura è passata.".
"Allora sei veramente un'attrice!".
"No, sono solo io.".
"Tu a volte hai paura, Bea.".
"A volte sì, è vero.".
"Però là no.".
"No, lassù no.".

Non c'era molto altro da dire, no? E infatti non riuscii a dire nient'altro, perché lei mi prese un braccio, mi diede un bacio sulla guancia e se ne andò.

Chissà che pensava, in fondo raccontata così sembrerebbe una semplice pazza.

E invece no. Lei non è pazza. Lei è semplicemente diversa dalle persone che potreste conoscere: è una ragazza che ha una di quelle storie che piace raccontare. Io non mi stuferei mai di dire quella sensazione di completezza che sento quando appare lei, quando mi sorride, o quando mi parla di sè.

Mentre mi guarda, senza sapere che cosa senta io. Qualcosa che va oltre l'Amore. O forse è solo Amore, e io non lo so.

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