domenica, marzo 07, 2010

In giro con Bea - Beatrice part 25

Quella sera però Oscar non c'era. E non c'era nessun altro che io, Bea, e la mia Punto 55 scassata.

Avevo passato il pomeriggio a ripararla, con un mio amico meccanico. Povera macchina mia, non per nulla si chiama Fortunella.

Eppure Beatrice riuscii ad andare a prenderla. E Fortunella ci guidò per bene.

Si presentò dicendomi che non voleva parlare con Oscar.


Le chiesi perché e lei mi disse che non aveva voglia di dirmelo. Anche se io l'avevo capito, sapete? Era incazzata con lui per lo spettacolo. Perché lui non amava che lei recitasse, s'irritava a vederla sul palco. E a lei questo non piaceva, proprio no.

"Perché non lo apprezzi ? - gli chiedeva - E' come se fossi sempre in moto". Sottolineava il fatto della moto come fosse un punto a suo favore.

Oscar le rispondeva che la moto era una cosa e recitare un'altra, ma lei niente, quello le piaceva fare e quello faceva. E il panico era solo un lontano ricordo, anche se lei la paura del pubblico la sentiva, eccome.

Quando salì in macchina chiuse il discorso di Oscar e cominciò a dirmi cosa vedeva dal palco. Mentre parlava, mi chiese di mettere della musica che le facesse ripensare alla sua adolescenza. Voleva risentirsi con quel dolore perché "Il dolore rafforza", lo diceva spesso.

Allora le misi i Nirvana. Ascoltò "Lithium", poi "Smell like then spirits", poi "Polly", "Lake on fire" e "Come as you are", "Heart-shaped box" e "The man who sold the world". I grandi classici, insomma. E meno male che avevo la discografia completa su CD, perché a Bea piace molto cambiare, sapete? Diciamo che se fosse su Facebook (e non preoccupatevi di cercarla, non la trovereste) diverrebbe subito fan di "random".

Poi mi disse: "Cambia, metti i Pumpkins". E lì sfondò una porta aperta, perché quello è il mio gruppo preferito. E lei è un po' come gli Smashing Pumpkins, malinconica e incazzata, aulica e semplice, bella e sfaccettata in mille declinazioni. Lo avrei anche scritto nel bigliettino che vi ho letto, però tutte le parole quando penso a lei non mi vengono. Come non mi vennero quella sera, quando mi guardò, mentre attraversavamo l'ennesimo paesino di provincia: "Come stai?".

Me lo chiese e fu come se mi trapassasse, perché raramente qualcuno pone quella domanda perché è veramente interessato a sapere come stai. La guardai e le dissi che non importava, che quella sera festeggiavamo la sua prima, che era la sua serata e non la mia. Lei mi guardò e mi richiese: "Come stai?".

Non risposi, alla fine. Mi divincolai dalla domanda e continuai a guidare, cantando "1979", "Tonight tonight", "Today", "Tales of Dusty and Pystol Pete", "Stumbleine", e ancora "Bodies", "Disarm", e "Mayoneise". Lei cantava con me. E non ci parlavamo, di fatto. Ogni tanto cominciavamo un discorso, ma che non portavamo a termine. Ed era bello essere così, mentre Oscar, il panico, le paure, e tutto il fottuto pianeta rimaneva indietro, e io e Bea vivevamo quell'amarcord di anni '90 con tutto ciò che ne era conseguito, quando io ero ancora un sognatore peggio di quello che sono ora e lei ricercava sè stessa.

Sapete? Credo sia stato il palco. A farla sentire così libera, come quella sera. Neanche il paracadutismo probabilmente l'ha fatta volare così in alto, come il sentirsi ammirata, narcisa forse ma consapevole dell'essere viva. Oscar non ha capito, in tutto il tempo che hanno passato insieme, che Beatrice era come musica di chitarra elettrica e archi e violini, che si sposava con la Vita in tutto e per tutto fino a rendersi un sunto dell'esistenza.

Quella sera, fra le mille parole, fra una canzone e l'altra, prima che socchiudesse gli occhi sul mio sedile e mormorasse "Portami a casa", le scappò una frase.

"Lassù vivo, e non ho paura". Le credetti, mentre guidavo, mentre la guardavo per l'ennesima volta come se fosse la prima e mi chiedevo se sarei mai stato in grado di resisterle.

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