venerdì, aprile 30, 2010

30 aprile 2010

Viola mi perdonerà se stacco un attimo la spina al nostro progetto (che poi sarebbe la storia di Beatrice).

Ma oggi sono tornato a casa e non so perché mi è venuta voglia di usare il blog come si usano i blog.
Raccontando i cazzi miei.

Anzi, no.

Raccontando ciò che penso oggi.


Tutto a causa di una canzone, che poi è
Leaving Hope.

Che oggi avrò ascoltato 900 volte e che mi ha spinto a scrivere un post dedicato a oggi.


Oggi che guardo il mondo è mi sembra che giri troppo, troppo.

Questa settimana ho fatto mie 2 frasi: una de "Il cielo sopra Berlino" e l'altra di Walt Whitman.
La seconda non la citerò, ma la prima voglio dirvela: "Il tempo guarirà tutto. Ma che succede se il tempo stesso è una malattia? ".
Il tempo.

Quando vorresti che il tempo si fermasse, talvota.
Ieri è stata la giornata perfetta. Ho vissuto una serie di emozioni talmente prepotenti da ferire un cinghiale incazzato. Ho talmente respirato cosa significa "vivere" che oggi il tempo sembra scorra più in fretta, mi trascini via da là, da quel giorno perfetto. Il 29 aprile 2010, presumibilmente, non me scorderò mai più.

Da mane a sera è andato TUTTO BENE.

Cioè, non credo mi sia mai capitato.
Siamo creature opportunistiche. Noi uomini, si intende. Siano uomini propriamente detti, o donne, i bipedi pensanti di questo cazzo di pianeta godono della vita solo quando stanno bene. Sono diventato per un giorno, uno di loro.

Oggi, che tutto è tornato normale, mi sento male. Penso non sia giusto, penso che ieri era il momento in cui doveva fermarsi la cosa, vi prego, fatemi scendere qui, non me ne voglio più andare, è questo il mondo che voglio.


Invece oggi guardo dalla finestra e il mondo ha ripreso a correre. Fra alti e bassi, non rimane che un minimo spostamento del normale procedere delle cose, rimane solo il ricordo. Che ossessione, il ricordo.

Fa male, fa maledettamente male. Fa crescere, anche. Zavorra, il più delle volte.
Volevo dedicare un pensiero a questo giorno post 29 aprile 2010, tutto qui. Senza capo, ne coda, intitolare un post con la data del day after a questo insieme di sensazioni e dire che le sensazioni che provo ora sono talmente forti che non posso tenermele dentro.

Non capirete, forse. Non importa. Volevo soltanto dirlo a qualcuno. E dire anche che, per quanto serva, combatterò per vivere giorni come ieri.

domenica, aprile 25, 2010

Quelle scale - Beatrice part 33

Beatrice viveva quella stanzetta con passione.

Per arrivarci saliva sette piani di scale a chiocciola.

Come vicini di casa, polacchi, filippini e i figli della portiera del palazzo, che poi erano due giovani
d'età indefinita che avrà visto tre volte in tutto.

Mi raccontava, Bea, che quando entrava sentiva il profumo del legno delle scale e dell'aglio che veniva dal basso, dalle famiglie del sesto che cucinavano molto saporito.

E la pioggia che ristagnava nella grondaia, e d'inverno l'odore di bruciato della caldaia che andava e veniva.

Quando ci cucinava, in quella stanza, Bea apriva sempre la finestra e lasciava entrare un po' di Parigi. E quegli odori si mescolavano all'aria fresca del settimo piano.

Sembrava una storia noir, il suo Erasmus visto da quella stanzetta. Dove l'oscurità si mescola alla città indifferente, come l'ho definita poco fa. A prima vista, sembrava un noir.

Perché con il tempo Beatrice imparò a scendere nei particolari e a vivere quella stanza come una favola. Lì non aveva la connessione, Beatrice. Nè televisione.

Aveva solo una radiolina e poco altro. Eppure, la sera, alla penombra della piccola lampada sul comodino acquistato nell'ennesima filiale Ikea, imparò ad ascoltare quel mondo. Attraverso i rumori che filtravano dalla finestra su Parigi e quelli che da sotto la porta s'infilavano.
Le frasi in polacco, in filippino e il francese sporcato da tutti gli accenti più disparati.

Una sera mi chiamò di notte. Mi disse di ascoltare con lei com'era Parigi, vista da quella stanza. Sentii come un brusio, però potevo distinguere le cose. Beatrice muoveva, nella sua stanza, il telefono, e io ascoltavo. Il rumore delle auto in lontananza, un clacson. E ancora, i passi che risuonavano sul ballatoio, le urla e le risate, il francese straniero a sè stesso, il cigolio del legno, l'acqua che ribolliva sulla piastra elettrica che Bea aveva comprato con il comodino nell'ennesima filiale dell'Idea, il letto e il materasso rumoroso quando vi si sedette sopra e ricominciò a parlarmi.

"Ti sembra bella, ascoltata?" mi chiese.
Le risposi di sì, che mi sembrava bella. Che potevo quasi sentirne gli odori.
"E' così" disse, e poi rimanemmo al silenzio, fino a che non mi resi conto che s'era addormentata al telefono perché, come mi aveva detto quando aveva mi aveva chiamato, quella sera voleva un po' di compagnia.

Beatrice viveva quella stanza come fosse un incipit di una storia che ricominciava, il seguito di un romanzo finito male. Quando scendeva la mattina, quando tornava la sera. Quando me la faceva ascoltare al telefono, la notte, quella Parigi era un bell'inizio.

Fuori era molto diversa, ovviamente.

giovedì, aprile 15, 2010

2x2 - Beatrice part 32

D'altronde era l'ultimo passo da compiere per diventare grande. Quello di restare da sola, sul serio.

Prese un aereo e partì, appunto, per Parigi.

Sapete, io Parigi non me la ricordo così tanto. Cioè, ci sono stato due volte, ho preso la metro e ho visto la Senna. Ricordo che la Torre Eiffel mi fece paura, tanto era alta. Avevo mal di pancia, anche.

Soprattutto, quella bella città mi sembrò enorme.

Lei forse la percepì ancora più grande, talmente grande che ci si sarà persa, nei mesi che passarono, negli spazi che imparò a conoscere, nelle persone che incontrò.

Tutto il mondo è Parigi, per certi versi, se osservata da questo punto di vista.

Ci si trova in un posto troppo grande da affrontare da soli, eppure bisogna affrontarlo.
Starci, viverlo. Una città, magari così lontana da sembrare impossibile da raggiungere.


Quante volte il mondo è stato lontano. Indifferente. Fa paura, se guardato come Parigi agli occhi di Beatrice, piena di paura la notte prima di partire, piena di voglia di rinunciare e dirlo prima.

Eppure Parigi la seppe liberare.

Quando arrivò, provò a prendere la metropolitana. Girò, e camminò. Però la cosa che mi ha fatto più strano, e sapere che finì in una stanza due metri per due. Cazzo, quando me lo ha raccontato non ci volevo credere.

Ci andò perché costava poco. Senza bagno privato, solo in condivisione. Con un letto, un armadietto e un comodino. Senza cucina. In cima a un condominio pieno di gente che a casa sua, forse, le avrebbe fatto paura.

Quelli che mia nonna chiamava il popolino.

Ecco, Beatrice era finita in mezzo al popolino. Senza volerlo, aveva scelto la cura da cavallo. Aveva scelto la Parigi da vivere, e non per usare l'espressione di Milano, quella da bere. Affittata per interposta persona, lei l'aveva voluta quasi per sfregio, per mettere in mostra la sicumera.

Eppure ci penso ogni tanto e mi chiedo io che farei. In una stanza 2x2 mi sentirei sperso. Figuriamoci lei. Eppure ci andò, con la paura della prima sera, il sentirsi sola, e tutte le cose correlate.

Mi raccontò che provò a rilassarsi ascoltando Damien Rice ma che non servì a granché.

Oscar le scrisse un paio di sms e lei non rispose. Guardava il soffitto di quella camera così angusta, affittata da casa, cominciò a pentirsi mentre ci si chiudeva dentro e dalla finestra guardava il tramonto e Parigi le sembrava così estranea. Normale, direte voi. Già, proprio così. Normale, fino a che non lo provi sulla tua pelle.

Pensò di lasciarla senza sapere che poi, alla fine ci rimase: ma questo non poteva saperlo.

Perchè quella notte, in due metri per due, Beatrice pianse, dopo tanto tempo, perché aveva forse scelto di percorrere l'ultimo miglio. Il più difficile. E si rese conto che doveva farlo, come il palco, come la moto, come il paracadutismo.

La immaginavo e dentro sembrava quasi le parlassi. Fra l'odore della polvere che pressa finché non ci si abitua, con le cuffiette che rilassano a pezzi per il dolore della cartilagine che pressata dal cuscino, e i capelli che s'arruffano e prudono, le mani che sembrano sporche e la voglia di digiunare per il resto della vita, con l'angoscia che pressa e il senso di essere soli. Le parlavo per dirle che non era sola, anche se forse non ero io il suo primo pensiero. Ma tant'è, non sempre funziona come dovrebbe.

Parigi era fuori dalla finestra di una stanza 2x2, quella sera. La sera del suo arrivo, Bea pianse e guardò quella distesa di case, dalla sua finestra, dopo aver pianto per ore.

Guardò oltre un vetro appannato le luci della città e pregò che tutto finisse bene. Nonostante la lontananza. Nonostante Parigi fosse così lontana. Grigia, fumosa, tagliente come un riff di chitarra elettrico storpiato ed estranea come una lingua morta. Immersa nella sua cazzo di indifferenza, osservata da una ragazza chiusa in due metri per due.

Parigi non era mai stata così grande e Bea non era mai stata tanto impaurita. Impaurita e consapevole che doveva prendere forza, per poter uscire da quei due metri per due finalmente libera.

venerdì, aprile 09, 2010

Parigi - Beatrice part 31

Certo, fossi stato in un altro posto sarebbe stato tutto più semplice. D'altronde, quando si soffre si sogna sempre d'essere da qualche altra parte. Almeno, a me capita spesso così: ma non credo che sia solo una roba mia.

Anzi, credo sia proprio di tutti, un qualcosa che prende generalmente nei momenti di sconforto.

Penso a quante volte ho sentito raccontare che si stava preparando la grande fuga, che era ora d'andare via, che la rivoluzione passava da un altro posto. La gente quando racconta certe cose ci crede sul serio: che prendi e vai, e tutto passa.

Un amico una volta mi ha detto una cosa che credo sia vera: che se la Rivoluzione non è dentro di te, non cambierà nulla. Tutto rimarrà così com'è, solo con altri edifici intorno.

Banale? Sì, certo. Anzi, sicuro. Però a volte funziona, e non so il perché.

Una delle cause che fece sì che Oscar e Bea si lasciassero, fu l'Erasmus. Ovvio, direte voi, come l'affermazione che hai fatto prima.

Sì, lo so. Però la cosa curiosa è che cosa sia stato l'Erasmus per Beatrice, e i motivi che la portarono laggiù.

Fu su consiglio del medico. Perché nonostante la moto, nonostante la recitazione, la paura che un giorno il panico potesse rispuntare più forte di prima c'era.

E dato che Bea aveva ripreso anche a studiare, e che c'era l'Erasmus, beh, il medico le disse: "Prova".

Lei inizialmente tentennò, disse di no. Ne parlò con Oscar, che la sconsigliò di provarci. Ne parlò con me, che le dissi d'andare. Poi fece di testa sua. Non disse nulla fino a qualche settimana prima di partire.

Avreste dovuto vedere com'era Oscar. Proprio incazzato. Pure io lo ero, in realtà, perché speravo me lo dicesse, che andava via. Però ero anche triste, così come lui. In fondo è sempre brutto quando una persona importante va via.

A Parigi.

L'aveva scelta per il francese, anche se sua madre le disse che lo parlavano solo là e nel Congo Belga (giuro, le disse così). Sta cosa del francese doveva essere una roba diffusa, dato che il mio relatore di tesi un giorno mi disse che a parlare il francese erano rimasti i francesi, lui e i valdostani.


Mah, comunque a me il francese è sempre piaciuto. E poi, devo dire che dev'essere bello provare a ripartire da lontano, da 1200 kilometri.

La cosa che non mi è mai piaciuta è rimanere quando gli altri partono. Che è come vivere le feste in solitario, oppure partire per dimenticare e non provocare una rivoluzione anche dentro di sè.

E in quei giorni in cui Beatrice partì, fu come non esser invitato alla festa. Anche se era logico che dovesse andarci, a Parigi.

Per lei, soprattutto.

domenica, aprile 04, 2010

Festività silenziosa - Beatrice part 30

Anche perché lui, secondo me, non s'è mai reso conto della sua fortuna. Del dono che può essere l'amare una persona.

Ti rendi conto di quanto sia importante l'avere qualcuno accanto solo quando sei solo. Che frase eh?! Quante volte l'avete pensata? Lo so, è banale. Lo penso anche io. Eppure è proprio così, che vanno le cose, quando intorno vedi solo domande.

Beatrice mi raccontava sempre dei pranzi con Oscar durante le festività. Mi mandava un sms d'auguri, di solito. Affettuoso ma non troppo, in fondo era a pranzo con il fidanzato.

Già, era così. Come l'attrice che ti guarda dal palco e tu ti illudi che stia guardando proprio te. Ricordate? Ve l'ho descritta prima, quella situazione.

Però lei era con Oscar. Per quello lo odiavo, alla fine. Perché non si rendeva conto che essere amati, vivere con qualcuno anche i momenti di festa può essere una delle banalità che ti appaiono come le più scontate ma che alla fine, proprio scontate non sono. Anzi.

Anche perché io le festività di solito le passavo a guardarmi intorno, a chiedermi perché Oscar sì e io no. Anche questo è banale, lo so. Anche questo è infantile, lo so. So tutto, è inutile che mentre mi ascoltate pensate che sono bambinate, lo so anche io.

Ma fermatevi e pensate. Pensate a quante volte una festa come la Pasqua, quelle per intenderci dove si va a casa dei genitori o degli zii o di chi cazzo volete voi, diventa una sorta di stillicidio perché amate qualcuno che non è lì con voi. Pensate se quella persona magari vi scrive anche che sta bene. Oppure che avrebbe voglia di vedervi. Oppure, nel peggiore delle ipotesi, siete ancora a pezzi perché avete amato talmente tanto una persona che ancora non accettate che lei se ne sia andata senza neanche concedervi il beneficio di una spiegazione sensata, un tentativo d'avallare il vostro dolore, d'indorare la cazzo di pillola.

Scusate se mi scaldo, ma è una cosa che non sopporto, sapete? Perché tutto è parte di un'unica situazione, quello dell'essere soli.

Io Oscar per quello non l'ho mai sopportato. Perché trattava Bea come meritava d'esser trattata solo quando era come voleva lui. Non riusciva ad amare anche quel lato che era più legato a sè stessa, la recitazione, la fuga dal panico e tutto il resto.

E quando li immaginavo a casa di lei o di lui, i parenti intorno, i sorrisi, le pacche sulle spalle... Beh, ero invidioso sì. Pensavo che io sarei stato bene al posto suo. Per certi versi, quasi ero convinto di meritarlo di più.

Quelle festività le ho passate nella ricerca del silenzio. Come quando cala il sipario, un attimo il teatro rimane silente per carpire l'ultimo sussulto della magia della recitazione, della scena che s'illumina, dell'ultima battuta che si dissolve. Cerchi nel silenzio di godere di ciò che rimane della storia che hai visto.

Le ho passate così, nei ricordi. Nell'immaginare il mio domani, facendo tesoro di quel senso di vuoto che immancabile ha portato fuori il peggio e lasciato solo la voglia di speranza. Con Beatrice sullo sfondo, che raccontava il mio disagio, il mio bisogno di amare.

Sperando. Invidiando. Come se il bene e il male non fossero che un unico grande insieme. Come se Speranza e Invidia fossero un'unica cosa.

Consapevole che nel silenzio anche aspettare Beatrice, forse, mi sarebbe stato più semplice.

N.B. : cari amici del Diario, scusate il ritardo, ma ho dovuto pensarci un po' a scrivere questo post. V'auguro Buona Pasqua.