domenica, aprile 25, 2010

Quelle scale - Beatrice part 33

Beatrice viveva quella stanzetta con passione.

Per arrivarci saliva sette piani di scale a chiocciola.

Come vicini di casa, polacchi, filippini e i figli della portiera del palazzo, che poi erano due giovani
d'età indefinita che avrà visto tre volte in tutto.

Mi raccontava, Bea, che quando entrava sentiva il profumo del legno delle scale e dell'aglio che veniva dal basso, dalle famiglie del sesto che cucinavano molto saporito.

E la pioggia che ristagnava nella grondaia, e d'inverno l'odore di bruciato della caldaia che andava e veniva.

Quando ci cucinava, in quella stanza, Bea apriva sempre la finestra e lasciava entrare un po' di Parigi. E quegli odori si mescolavano all'aria fresca del settimo piano.

Sembrava una storia noir, il suo Erasmus visto da quella stanzetta. Dove l'oscurità si mescola alla città indifferente, come l'ho definita poco fa. A prima vista, sembrava un noir.

Perché con il tempo Beatrice imparò a scendere nei particolari e a vivere quella stanza come una favola. Lì non aveva la connessione, Beatrice. Nè televisione.

Aveva solo una radiolina e poco altro. Eppure, la sera, alla penombra della piccola lampada sul comodino acquistato nell'ennesima filiale Ikea, imparò ad ascoltare quel mondo. Attraverso i rumori che filtravano dalla finestra su Parigi e quelli che da sotto la porta s'infilavano.
Le frasi in polacco, in filippino e il francese sporcato da tutti gli accenti più disparati.

Una sera mi chiamò di notte. Mi disse di ascoltare con lei com'era Parigi, vista da quella stanza. Sentii come un brusio, però potevo distinguere le cose. Beatrice muoveva, nella sua stanza, il telefono, e io ascoltavo. Il rumore delle auto in lontananza, un clacson. E ancora, i passi che risuonavano sul ballatoio, le urla e le risate, il francese straniero a sè stesso, il cigolio del legno, l'acqua che ribolliva sulla piastra elettrica che Bea aveva comprato con il comodino nell'ennesima filiale dell'Idea, il letto e il materasso rumoroso quando vi si sedette sopra e ricominciò a parlarmi.

"Ti sembra bella, ascoltata?" mi chiese.
Le risposi di sì, che mi sembrava bella. Che potevo quasi sentirne gli odori.
"E' così" disse, e poi rimanemmo al silenzio, fino a che non mi resi conto che s'era addormentata al telefono perché, come mi aveva detto quando aveva mi aveva chiamato, quella sera voleva un po' di compagnia.

Beatrice viveva quella stanza come fosse un incipit di una storia che ricominciava, il seguito di un romanzo finito male. Quando scendeva la mattina, quando tornava la sera. Quando me la faceva ascoltare al telefono, la notte, quella Parigi era un bell'inizio.

Fuori era molto diversa, ovviamente.

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