sabato, maggio 29, 2010

401 - Life in Technicolor part 107

Stavo per cominciare a scrivere un post su Beatrice, stasera. Perché ho ben chiaro come la storia stia andando avanti, come debba andare avanti, anche se è da una settimana che Beatrice è qui con me e voi non la leggete.

Poi, aprendo il back office, mi rendo conto che questo è il 401esimo post del mio diario.

Mi sono fermato un attimo a pensare a quanto qui io abbia urlato, abbia parlato, abbia tergiversato e commentato quello che mi capitava.

Quanto abbia buttato i miei sogni, qui dentro, alla mercè di internauti appassionati o, in alternativa, bastardi criticoni a priori.


Non me n'è mai fregato granché, io scrivo qui per chi come me necessita di una parola.

Di chi come me, talvolta, prende il pensiero e lo declina in parole, in sogni, in speranze, in dolore.


Il diario è nato sulle ceneri di una sorta di fantasia, non sapevo perché volevo esserci, qui, ma so che in tanti anni il diario ha prodotto 400 post pieni di qualcosa che per me ha significato molto, fossero storie o veramente invocazioni. Ogni tanto vere e proprie dichiarazioni, ma questo lo lascerei da parte.

Il primo post era veramente basic. Una sorta di "nonsochefarci" pensato come un due righe in cui dico chi sono. Non avevo la minima idea di cosa sarebbe seguito.

Poi, a 5 anni, 1 mese e 13 giorni di distanza, mi rendo conto che tutto è cambiato.

Oggi i miei post sono tutti scritti in font "georgia". Sono infarciti di sensazioni, riesco a buttarci dentro talvolta veramente ciò che provo.
Sono veri, e mi rendo conto che cominciano a piacere, a qualcuno.

Forse perché ho affinato la tecnica. Ho capito, o forse sto capendo, come convogliare tutto in parole.

Come capita ultimamente, scrivo molto e penso altrettanto, in maniera dedicata e assolutamente sincera. Ciò fa sì che non riesca a mettere in un post tutto ciò che vorrei dire, perché talvolta le parole non bastano e ti ritrovi veramente a scrivere tutto il contrario di ciò che volevi veramente dire.

Tipo quando ieri camminavo per strada e pensavo che avrei voluto scrivere un post che si sarebbe chiuso con un "un grammo di felicità, vi prego". Una delle tante frasi banali che ho collezionato qui ma che, a volte, mi riusciva trasformare da banali in originali. Poi sono arrivato davanti al pc e mi ero dimenticato le altre parole, e fanculo che non ho usato il mio quadernino per prendere appunti. In quel caso, le parole non erano bastate.

Tante volte poi mi è capitato di scrivere post in mente, mentre ero in giro, mentre pensavo a tutto ciò che capitava, mentre assaporavo il mal d'amore e la tensione pre - qualsiasicosa.

In questi giorni ne ho scritti tantissimi, in realtà. Me li sono tenuti in testa, poi li ho recitati come una cantilena, a volte li ho proprio trasformati in discorsi, a volte quelle parole si sono confermate come fatti imprevedibili.

Perché ci sono momenti dove anche il tuo diario non basta, non basta per contenere tutti i passi del tuo cammino e le voci che vorresti raccogliere per descrivere ciò che vedi, nel cammino appunto. Tutto lo spazio non basterebbe per elencare tutto quello che potresti dire, o che vorresti dire, come quando guardi in alto e ti viene voglia di urlare per sfogare la rabbia, o la gioia.

Solo per farti sentire.

Ecco, per 400 volte la spinta è stata quella di urlare, di parlare liberamente, di elencare quello che non m'era permesso sempre dire. Si è riversata qui, fermando il tempo per un attimo e permettendomi di lasciarmi andare, io e il mio essere corpo e parole.

Alla sempre, costante ricerca di serenità, felicità, dolcezza, tranquillità, o liberazione.

Tutto nelle parole, per 400 volte. Oggi sono 401, e anche questa volta il diario ha assolto il suo compito. E lo assolverà ancora, perché di parole me ne sono rimaste così tante... anche se a volte le perdo per strada.

mercoledì, maggio 26, 2010

Dormire senza sogni - Life in Technicolor part 106

Stamattina mi sono svegliato e mi sono reso conto di non aver sognato nulla.

Avevo chiuso gli occhi la notte prima e mi ero risvegliato senza che avessi sentito il tempo scorrere. Mi sono guardato intorno e c'era già luce.

Mi sono alzato dal letto, e non mi sentivo stanco.
La testa non mi faceva male come al solito, anzi.

Ero leggero.

Ho messo su il caffè, mi sono lavato, vestito, e sono uscito. Era presto, prima delle sette. Tutto come al solito, tranne per il fatto che questa notte ero sicuro di non aver sognato. Avevo solo dormito, per tutte le (poche) ore che m'ero concesso. Non avevo fatto null'altro che dormire.

Dei sogni forse s'è già detto tutto, in tutte le forme. Che son desideri, che si possono realizzare, che sono sogni e come tali astratti, intangibili, che possono ispirare un cammino.

Io ho sempre avuto un'ottima impressione dei sogni, ho sempre pensato che non ci sarebbe mai stato spazio per un dormire senza sogni.

Da bambino sognavo talmente tanto che a volte, mi alzavo la mattina e mi sembrava d'essermi innamorato di quel sogno. Poi, con l'età, il bruxismo, il nervoso, il precariato, gli impegni, gli scoglionamenti, i litigi, le preoccupazioni, e perché no, anche i momenti più belli, il dormire s'è alternato a sogni che perdevano quel fascino che avevano allora. Talvolta, i sogni (non gli incubi che per loro natura sono mal declinati) diventavano fastidiosi.

Poi ti ritrovi fra le mani quella mattina in cui ti svegli e di sogni non c'è traccia. Con un risveglio che sa già di per sè d'automatismo, di qualcosa di meccanico, di nessuna variazione sul tema. Di un qualcosa che non ha altro che il crisma delle cose più banali.

I sogni li noti solo quando mancano. Quando arrivi a dire che dormire senza sognare è meglio, vuol dire che o non ricordi cosa sia un sogno oppure che fino ad oggi hai smesso di sognare cose belle.

Io non rientro in nessuna delle due categorie: sognare l'ho sempre ritenuto indispensabile per dare motivazioni. Anche quando sogni di correre senza riuscire a farlo, perché vuol dire che è ora d'accellerare durante il giorno. O quando sogni di piangere, perché forse non l'hai fatto per troppo tempo.

Esempi stile Moccia? Sì, sicuramente. Al momento non me ne vengono in mente altri, e francamente se mi impegno non ne trovo, perché in fondo sognare è uno dei gesti più banali che si facciano.

Sognare durante il sonno è una delle forme innate d'espressione. Tutti sognano. Poi ci sono quelli che preferirebbero non farlo, o che trascurano che quello che è un sogno non è solo frutto dell'immaginazione, ma fonte d'ispirazione.

Stamattina mi sono svegliato e mi sono reso conto di non aver sognato. Forse ho sognato prima e non me ne sono accorto, prima di andare a dormire, intendo. Forse non ho sognato perché avevo esaurito la mia razione durante il giorno, e mi è toccato il sonno piatto.

Forse non c'entra un cazzo tutto questo. Semplicemente non ho sognato e stop, il resto sono solo bugie. C'è però una postilla: che non mi sono mai sentito così solo come stamattina.

Sarà un caso. O forse no.

lunedì, maggio 24, 2010

In cammino con Woodo - L. i. T. part 105

Woodo è un pupazzo di pezza. A me gli animaletti di pezza son sempre piaciuti, se non altro perché ricordano quell'età in cui con i pelouche ci puoi parlare, ma la cosa che più stupisce è che il più delle volte sono loro che ti rispondono.

Bene, Woodo e io oggi abbiamo fatto una passeggiata. Cioè, io e Woodo abbiamo fatto un giro insieme ad altra gente, però voglio focalizzarmi su di me e lui.

Perché? Perché io ho quasi 30 anni e ormai da almeno 20 non parlo più con i pupazzi. E anche se a volte fingo di farlo perché è simpatico scherzare con gli amici facendo finta di parlare con essere inanimati (anche se Woodo un po' animato lo è, alla fine), quegli stessi pupazzi che una volta mi rispondevano ormai non mi ascoltano più da un pezzo.

Woodo è un pupazzo, è vero. Ed è altrettanto vero che i pupazzi non rispondono, nè ai bambini nè ai grandi. Però è anche vero che se vado da mio fratello, che ha un orsetto di pezza che si chiama Gigi che si coccola da quando è nato, e gli chiedo che pensa Gigi della crisi economica, pur sapendo nulla della crisi economica mio fratello mi sa dare la risposta.

E' la forza dei sogni, di avere la possibilità di parlare con un amico speciale come può essere un pupazzo. Un oggetto fatto di pezza che più che stare fermo nel tuo zaino mentre passeggi fra i monti e ce lo hai messo solo per farci due foto, non sa fare.

Un oggetto che diventa vero nel momento in cui desideri fortemente che lo sia.

Ora, so cosa penserai, lettore pignolo: è un qualcosa di pezza, non può muoversi, non può parlare, non ha vita, sei tu che gliela dai solo perché sei convinto che sia così.

Ma la vita la dai tu, nel momento in cui decidi che qualcosa divenga speciale. Come un pupazzo, come un pezzo della tua vita, o come un quello che deve venire, che non è ancora capitato, che capiterà. Che ancora va sviscerato a fondo, o compreso del tutto.

Woodo è una metafora, in fondo, come Gigi per mio fratello seienne. La metafora che qualunque cosa può diventare speciale. Ci ragionavo mentre camminavo fra i monti con l'intento di trovare un prato dove fargli qualche foto. Camminavo come cammino fra le cose che capitano e che ancora oggi non riesco a spiegarmi, un cammino sempre in linea retta verso il futuro, un cammino continuo a cercare il vero delle cose, anche nelle cose che apparentemente non lo sembrano, vere. Come un orsetto di pezza che in fondo non ha che un cuore di cotone e un'epidermide di velluto: che poi scopri che è stato cucito dalla nonna di turno, su chiare indicazioni della nipote e che in quel pupazzo c'è un pezzo di quel rapporto.

Diventa vero perché la sua genesi è stata voluto da un qualcosa di autentico. Come se il desiderio di concretizzare anche solo un giocattolo si riversasse nel giocattolo stesso.

Quasi come se la volontà di potenza di cui parla Nietzsche non fosse una trasvalutazione di tutti i valori ma semplicemente il voler poter infondere anche il crisma della vita in un qualcosa di inanimato.

E' che non par vero di potersi affezionare anche a un animaletto di pelouche. Però i bambini lo sanno fare, e io per questo li invidio: invidio quella capacità di poter rendere tutto così genuino.

Forse è solo invidia perché per loro è tutto tremendamente semplice.

Per me, talvolta, no.

giovedì, maggio 20, 2010

La canzone preferita - Beatrice part 36




Fra le cose più belle che ci sono, però, non posso lasciare da parte la musica.

Anche su questo ho un aneddoto, sapete?

Bea ama la musica, di tanti generi diversi, e anche se io non posso dire di averne ascoltata tanta insieme a lei, posso sicuramente affermare che senza musica la sua vita (come la mia, presumo anche la vostra) sarebbe diversa.

Quando Beatrice camminava per Parigi, mi diceva spesso che si perdeva per le viuzze perché ascoltava della musica. E anche se magari per ore non sapeva dove fosse, talvolta impaurita (ma sempre tentando di rimanere tranquilla, sforzandosi di non pensare al panico), con la musica camminava, e camminava.

Sapete? Mi è venuta in mente così quella volta che parlammo di musica per la prima volta. Facemmo quel giochino delle tre canzoni preferite, dinne una prima tu poi dinne una tu poi tocca a te poi a me e così via.

Beh, io misi in fila i miei titoli, che comunque erano riduttivi perché forse avrei potuto elencarne dodici mila di canzoni che mi hanno segnato... Beh, magari dodicimila no, però sicuramente un centinaio sì. Poi però scattò la domanda più temuta: "Sì, ma quale è la tua preferita?"

Lei ebbe difficoltà con le sue tre, e non prese in considerazione neanche un attimo di dirmi il titolo sopra gli altri. Mi raccontò di qualche brano, quelli che nominò me li inviò anche via mail, però non seppe dirmi mai: "Quella è la mia canzone preferita" o "Quelle tre sono sopra le altre".

Io invece le indicai un brano che consideravo speciale, "Regret" dei New Order: lei iniziamente non apprezzò il fatto che mi fossi sbilanciato così tanto.




Poi però le raccontai come scoprii quel brano, e capì.

Amo quella canzone perché l'ascoltai da bambino, e siccome allora sapevo l'inglese peggio di ora e non avevo idea di come potesse intitolarsi o di chi la cantasse, memorizzai solo il motivetto ripromettendomi di trovarla e ascoltarla e ascoltarla e ascoltarla per recuperare tutto il tempo che avevo perso a cercarla.

Ci ho messo 16 anni, e l'ho trovata solo grazie a Wikipedia, dove ci sono tutte le scalette del Festivalbar dagli anni '80 a oggi. Provando a inserire tutti i titoli delle canzoni passate da là negli anni della mia infanzia su YouTube, l'avevo riconosciuta.

Quando raccontai questa storia a Beatrice, lei si mise a pensare.

"All I need" degli Air. Mi disse solo così.

"Che cosa?" risposi io.

"Quella è stata la mia "Regret"... Sì, cioè, anche io ho cercato quella canzone, ma non come te."

"Come?"

Lei non rispose. Forse aveva pensato che non era proprio quella canzone che aveva cercato, ma ciò che provava quando l'ascoltava. Rimase in silenzio, fino a quando disse, sorridendo: "E' musica". Poi non ne parlammo più, ma io quella canzone l'ho ascoltata e ascoltata e ascoltata, quasi quanto Regret. Ci rispecchiavano. Ed era come ascoltare parlare lei, se devo essere banale e sincero.

Ad ogni modo, un titolo era riuscita a dirmelo. Non era male, considerando che si trattava di Bea.

domenica, maggio 16, 2010

Montare il Tempo - Life in Technicolor part 104

Dell'attesa avevo già parlato. Però in termini diversi.

Oggi l'attesa, il momento in cui aspetti, mi sembra solo uno stillicidio. Non riesco ad assaporare ciò che verrà, ciò che deve ancora accadere.

Forse perché ho paura che accada nel modo che non vorrei, forse perché ciò che mi spaventa, questa volta, è il fatto che presto o tardi potrei trovarmi di fronte qualcosa che non voglio.

Cos'è il tempo? Ci si può interfacciare al tempo solamente come una somma di parentesi? Stobenestomalestobenestomalestonormalestocosìcosìstobenestomalissimo. Alternanza delle cose, alternanza senza equilibrio. Ci si può accontentare del tempo come di una lunga, lunghissima attesa? Dipende da cosa ti aspetta. Dipende da cosa aspetti. Dipende da cosa vuoi ottenere.

Ho un pensiero, ricorrente. Ho un pensiero e questo pensiero lo declino in ogni momento. Quando lo attendo, mi pare che il tempo sia solo una penitenza.

Quando questo pensiero s'avvicina, sento solo un qualcosa, dentro. Quando mi trovo in situazioni in cui questo pensiero diviene realtà, sento che il tempo è vivo. Che sono vivo. Scrivo di una Life In Technicolor mentre parlo, per la prima volta, di momenti che sono a tratti in bianco e nero, a tratti a colori sgargianti.

Come se la mia pellicola fosse ogni giorno oggetto di montaggio.

Taglia - incolla, cazzo di montatore, perché tanto lo spettatore sono sempre io e bene o male mi dovrò accontentare di tutto. Il tempo è solo lo scorrere delle cose. Dicono che il tempo sistemi le cose, ma come può essere una soluzione ciò che è diventato il problema? Come fare per non trasformare la Vita in un insieme di episodi intervallati solo da noiose réclame?

Non ho neanche le parole, stasera, e non so perché. Sono rimaste tutte sospese. Non ho parole, le ho finite oggi. O forse non le ho finite, le ho solo congelate.

Forse le ho sospese. O forse le sto preservando per quando la pubblicità sarà passata e ricomincerà tutto, un'altra volta. O forse veramente le ho finite, e mi devo arrendere.

Io non lo so come è, so solo che è così.

Così che hai parole da vendere solo a momenti, il resto del tempo stai zitto. Che ciò che vorresti dire alla fine muore in testa prima che possa arrivare alla penna, o al quadernino, perché è tutto talmente intenso che uccide anche la lucidità della memoria.

E il cazzo di tempo, quello scorre e se ne fotte. Se ne fotte di te che vorresti muoverlo a tuo piacimento, se ne fotte delle tue paturnie e dei tuoi silenzi, se ne fotte e basta, tanto con le tue parentesi ci stai tu, e pazienza se ciò che non sta nelle parentesi non va.

Caro tempo, sei simile al Dolore. A volte sei utile, a volte sei tremendamente irritante. A volte ti guardo e mi chiedo come faccia a essere così maestoso e quieto. A volte ti sento scorrere intorno e ti odio. Che poi attendere è bello, talvolta. Ma non quando attendi solo di tornare a galla per respirare, mentre sei in apnea.

giovedì, maggio 13, 2010

Il giorno dopo - Life in Technicolor part 103

In fondo, su questo hai avuto ragione. Il giorno dopo è sempre difficile. Ma non perché sia stato brutto, sia ben chiaro.

Ma solo perché non siamo riusciti, di nuovo, a fermare tutto alla sera prima. Il tempo è trascorso, con noi dentro. E il giorno dopo, il maledetto giorno dopo, è arrivato come preannunciato senza che ci rimanesse altro che il male che fa il doversi lasciare.

Sono tutte banalità, di fondo. Solo per chi non le ha vissute, non per me, non per te, di questo son sicuro.

L'odore sulla mia maglietta, i sorrisi, io che cucino e tu che mi fai le foto, il sapore del vino toscano. Musica, libri, parole. E le mani, le nostre. Poi l'aria fresca, il jazz. Le Pall Mall light, i discorsi accesi e veri, il nostro voler continuare a parlare ore e ore, gli spinaci a cubetti novelle cousine pochini pochini con l'oliodiggiù e l'insalata, quel tempo che scorre, e cazzo manco se spacco l'orologio può fermarsi. I piatti lavati e i DVD che rimangono incartati, perché stasera interessa soltanto che ci siamo io e te, io che leggo per te, tu che ridi di me e intanto mi dici "continua", e poi ancora una sigaretta e il guardare il tempo scorrere e dirsi: "Non voglio che passi".

Hai avuto ragione tu, pensavo fosse più semplice resistere alla voglia di tornare indietro. E invece ora che ci penso, trovo solo da dire che hai avuto ragione tu.

Io, e te. Che parliamo, che camminiamo, che ci prendiamo per mano. Che discutiamo come al solito, di come un libro sia meglio di un altro e se abbiamo visto gli stessi film. E mischiamo quelle storie e questa storia, perché in tutte le storie troviamo un po' di tutto questo.

E' ciò che m'affascina, e m'inquieta, perché è tanto che aspettavo di vivere. Vivere come cercavo di fare, come aspiro a fare, e sennò che cazzo aprivo un diario apposta.

Se non per segnarci sopra le impressioni di come fare, in fondo è solo un manuale se ci pensi. Poi però lo leggi e ci riscopri sopra quello che hai vissuto tu. Con me. E insieme ci chiediamo se questa sia vita.

Io la risposta l'ho già trovata, quando ci siamo salutati. Te l'ho detto anche, e ti ho detto che vorrei raccontarti tante altre cose, di come tutto questo è entrato a far parte di me.

C'è una canzone, e tu sai qual è, che neanche riesco ad ascoltare oggi, seppur abbia una matta voglia di farlo. Se hai paura anche solo di sfiorarlo, un ricordo, vuol dire che è talmente prezioso ciò che hai vissuto che hai paura di sciuparlo (e lo so, questa parola, "sciuparlo", ora starai dicendo che è da nonnetta).

Quella canzone è l'original soundtrack, ovvio.

Il brano che anche tu hai paura di ascoltare perché evoca più lei che l'odore dei biscotti che cucinava tua nonna vent'anni fa (sempre a proposito di nonnetta).

E' normale, ora, chiedermi ciò che stai pensando. So che è normale, chiederselo, so che è normale guardare fuori e immaginare te e basta, come so che probabilmente entrambi stiamo cercando le parole.

So tutte queste cose e il bello è che non so il perché. Non so come. Ma so che è, e basta. E' tutto qui, è tutto questo quello che c'è. Ed è tantissimo, cazzo, davvero tanto, ma non abbastanza, perché di Vita sento il bisogno ora più che mai.


Chiamavo un grammo di serenità, e ora che l'ho trovato, non voglio più lasciarlo.

-- un estratto, di qualche tempo fa --

lunedì, maggio 10, 2010

Le cose belle lo meritano - Beatrice part 35

Ma Parigi non voleva dire solo quello. Parigi voleva dire molto di più, voleva dire anche provare a vivere lontano da ciò che la rassicurava. Imparare a desiderare l'amore.

Una sera, Bea mi chiamò al telefono.

Parlammo del più e del meno, poi mi disse: "Raccontami qualcosa che val la pena ascoltare".

"Che cosa?" le chiesi io.

"Qualcosa di bello." rispose lei.
Allora cominciai a raccontarle un qualcosa che avevo sempre immaginato. E sullo sfondo c'era lei, certo. Ma io quello non l'avevo detto. L'avevo tenuto per me.

Le raccontai un sogno che avevo fatto. Potrei persino recitarlo. Anzi, sapete che vi dico? Provo a recitarvelo, come avevo fatto con lei, quasi fosse un suo spettacolo.

"Quella sera c'eravamo io e te. Che ci siamo sentiti per troppo fuori dal tempo, sbagliati non per ciò che facevamo ma per il tempo in cui tutto era capitato. Ma quella sera non ci fu nulla di sbagliato, e forse sono quei momenti che hanno ragione, non il resto del tempo in cui avevamo l'angoscia di sbagliare.

Già, forse quella sera aveva avuto ragione.
Di fronte a noi, c'era la città. La guardavamo dalla cima della collina, la guardavamo mentre parlavamo di colori che ci piacevamo e di scrittori che avevamo letto, di musica che abbiamo ascoltato, di scelte che abbiamo compiuto. Guardavamo la città e tu ti fermavi a osservare le luci che si spegnevano, e mentre parlavi ti interrompevi per dire che si stavano spegnendo.

Poi ti voltavi verso di me.
Il fatto che ci guardassimo, quando ci trovavamo vicini. Senza parlare, sapendo che bastava quello per dire cosa stessimo pensando.

Mi chiedevi perché ti guardassi, e io ti rispondevo perché mi guardassi tu.

Poi ci voltavamo verso la città e ricominciavamo a parlare.
Le nostre mani si sono incrociate là. Abbiamo intrecciato le dita, in silenzio, mentre intorno ci camminava la gente, e le luci della città si accendevano e spegnevano e accendevano e spegnevano. E tu per un attimo sei rimasta in silenzio, mentre le nostre mani s'intrecciavano e continuavamo a guardare quella città e il tempo che passava, finalmente con noi dentro.

Non so perché, fosse tutto così perfetto. E dire che quella sera era stata buttata lì, per caso.

Sembrava che ci fossimo smentiti da soli, dicendo che non potevamo esserci. Che quel posto non poteva essere per noi. Poi però ci siamo trovati, appoggiati su quel muretto, a osservare il panorama. Sembrava talmente banale, scegliere di stare lì. Ma come fai a essere banale, quando vivi? Quando ti viene concesso del tempo e lo impieghi in cose che si cristallizzano, talmente sono pure?
Le nostre mani, io e te che ci voltiamo per guardarci ma non ci baciamo perché è come lo stessimo già facendo.

Perché siamo io e te. Siamo veri, vivi.


Parliamo di canzoni e di ideali, come fossero le cose di tutti i giorni.

Come se non lo avessimo mai fatto, e forse è così, anche se i ricordi si orientano tutti a noi due, alle parole che non ci siamo detti e ai gesti che vorremmo compiere per avallare tutto questo.
Al fatto che siamo io, e te. E il mondo, intorno, che non si cura di noi perché in fondo a noi del mondo ora importa come può importare al quadro della cornice. E anche questo è banale, a pensarlo. Ripensandoci, tempo dopo, mi sono reso conto che ho sempre sognato una sera così. Viverla con una persona che non sai perché sia speciale.

Viverla raccontandosi attraverso parole che suonerebbero banali, lontano da quel parapetto, lontano da quel panorama. Viverla con le mani nelle mani. Viverla guardandosi e sentendo che è tutto là e che in fondo non ti serve più nulla.


Basterebbe un pensiero per rendere merito a tutto questo. Mentre torniamo a casa, e guido con la tua mano sulla mia.

In silenzio, perché in fondo mentre ci guardavano, zitti, ci siamo già detti tutto.
Ci siamo detti che ne vale la pena. Ci siamo parlati, mentre ci salutavamo, con un bacio che vale più di tutti quelli che ci saremmo potuti dare prima. Ci siamo parlati anche dopo, quando non eravamo più insieme. Nel dopo, abbiamo dedicando un pensiero. Ce lo siamo detti il perché. E' tutto talmente bello, che lo merita.".


Le avevo raccontato tutto questo al telefono, e lei aveva ascoltato.

Poi mi aveva chiesto se fosse capitato veramente, e io rimasi zitto.
Anche perché, in fondo, se una cosa così capitasse sul serio, non so se vorrei raccontarla. Sembrerebbe banale, a chi non l'ha vissuta, no? E poi sarebbe talmente mio... mio e suo.

Però a Beatrice lo raccontai, senza dirle se fosse vero oppure no. Anche perché lei voleva soltanto sentirsi dire qualcosa che a me potesse far star bene.


Eravamo veramente uniti, perché commentò come l'avrei commentato io, quel racconto.


"Le cose belle lo meritano". Già, proprio così.

venerdì, maggio 07, 2010

Tempo, attimi - Life in Technicolor part 102

Quando ti ritrovi solo, talvolta rifletti che il tempo non ti è bastato per dire tutte le parole.

Per dire tutto ciò che avresti voluto dire, per scegliere le parole giuste.

Mi capita in auto, alla penombra del tramonto di un giorno come tanti, in un giorno che sembra tanti altri che ho già vissuto.

Dove ho scelto, come ho mosso le pedine, come ho interpretato il tempo fino a trasformarlo in un solo e immediato attimo lungo tutte le giornate che si sono susseguite.

E' vero? Sì, ormai ne sono certo. Ormai vedo quello che ho subito capito. Lo vedo talmente vero che posso toccarlo, posso respirarlo. Nel silenzio, solo, lo plasmo per dargli forma e definizione.
Ma per quello, c'è tempo. Lì gli attimi non si allungano tanto, lì sì che il tempo dura quanto deve durare.


Ora sento il tempo scorrere. Prima, no. Prima il tempo s'è fermato. Di nuovo, s'è fermato.

Basta tracciare un solco nei ricordi. Smuovere il senso per ritrovare quel groppo in gola, quello che ti fa capire che sì sì, è reale. Basta riflettere, riassaporare nella mente gli odori, il sapore, e i gesti, i movimenti.

Capita quando vivi qualcosa di speciale, di solito. Ci ripenso in macchina, ci ripenso mentre cammino, mentre fumo, ci ripenso mentre mangio e mentre, di nuovo al tramonto, apprezzo il gelo di questo maggio autunnale che non potevo apprezzare di più.

Ci ripenso stasera, sul balcone. Non sono più in macchina, ma mi serve specchiarmi in me, per capire. Nel cielo, che ho sempre amato.

Fumo la mia Pall Mall che ho riapprezzato dopo tempo. Riassaporo quell'eterno sapore da tabagista e mi chiedo se smetterò mai.

Il cielo non smette mai di guardarti, se ci penso. Ti ha visto in tutti i modi e potrebbe dirti quando sei stato bene e quando sei stato male.


Lo stronzo, però, non parla. Lo stronzo ti guarda solo. Lo guardavo, cercavo di specchiare i miei pensieri, il mio tempo, i miei attimi, in quello che all'occhio dell'uomo è la porta dell'infinito.

Confucio diceva che le stelle sono buchi da cui filtra la luce dell'infinito. Stasera ci sono nuvole, l'infinito è a termine e la verità non c'è. Si rispecchia opaca in quel fumo, in quel sapore, in quel qualcosa di vero che plasmi nelle tue mani, che tocchi, che continui a respirare.

Chiami la serenità, poi t'arrendi. Ci sono solo quegli attimi, in fondo. Ci sono solo quegli attimi, te, il tuo cielo che non è eterno. Senti lo sterno pesante, ripensi a quando in macchina il tuo tempo aveva ripreso a scorrere. Ci ho ripensato e ho chiesto se fosse proprio così, che il tempo ripartiva e io rimanevo sospeso negli attimi.

Mentre fumo, distinguo tempo e attimi e non posso che trovarne una linea sottile che li unisce. Fanno parte tutto del vero, della sofferenza e della bellezza degli attimi. Li voglio proteggere, dal tempo che scorre e che scolla il divenire da ciò che è stato. Non so il perché, non so. Perché ci tenga, a tutto quello che sento. Anche al dolore, maledetto dolore, non so perché ci tengo.

Forse solo perché è l'ennesima prova che non mi serviva.

Quegli attimi, anche se in confronto al tempo non sono granché, ci sono.

E sono veri, maledettamente veri.

Butto la sigaretta, ormai è notte. Fra poco risalirò in macchina e il tempo ricomincerà a scorrere.

Ma quegli attimi rimarranno, e ormai non posso più negarlo.

giovedì, maggio 06, 2010

Vita, respiro - Life in Technicolor part 101

I giorni perfetti finiscono sempre nell'album dei ricordi. Rimangono le difficoltà che si prova a tentare di farli rivivere in ogni giorno che segue.

La Vita è fatta di una finestra che fa guardare fuori all'Anima ciò che c'è.

E, il più delle volte, nell'Anima non resta che il senso di smarrimento, soprattutto se a farsi due domande sei tu, proprio tu, che quell'Anima cerchi di dominarla nella razionalità.


La Vita, dicevo. E' una parola che riempie il silenzio che lascia la merda che segue un giorno perfetto. E' Vita, mi dico. La puoi respirare, la puoi plasmare, solo quando spunta l'amico Dolore, a ricordarti che quella è la Vita, anche quella.

La voglia è una sola, quella di scappare. Basta con la Vita, datemi solo la perfezione, o un grammo di serenità se proprio di perfezione non è giusto parlare, quel grammo me lo farò bastare.

Imput, impulsi. Incipit di storie tutte uguali, che ciclicamente si ripetono, e ripetono, e ripetono, con la variante di un contesto, di una dimensione, di un tempo. Quel tempo che intanto scorre, che rivedi passare nella piccola televisione che tieni in testa e che si chiama "Film della tua vita".

Serenità, come ti anelo. Come sento il bisogno di te. Come un uomo che per ore sta sveglio e vorrebbe solo stendersi e dormire. Dormire e non pensare. Staccarsi.

Serenità, ed equilibrio. Equilibrio che appena credi d'aver trovato si disarticola, in un circuito che non era pensabile, prima. Nei fatti, nelle azioni. Nelle domande poste a sè stessi, prima di tutto: "Qual è la strada per trovare il senso? Come posso fare a liberarmi di questo peso?".

Non so bene come dirlo, allora lo dico e basta. Oggi sono uscito di casa, in una mattina anormale per me. Sono uscito perché saturo di preoccupazioni, saturo di disarticolazioni, saturo delle cose che non girano mai, mai, come vorrei. Mi sento immobile mentre il resto del mondo procede, ed è una cosa che non so spiegarmi. E' che questo cazzo di mondo vorrei amarlo come meriterebbe, ma non ci riesco. Questa cazzo di Vita vorrei viverla come merita, ma la tragicomica verità è che appena tento di plasmarla come vorrei, ecco che un pezzo si smonta, un altro muta, un altro ancora rischia di cambiare, crollare.

Devi respirare, guardare a fondo. Devi tu che leggi come devo io, farlo perché non è giusto arrendersi.

Prendere quella forza dentro e sbatterla fuori, è solo un urlo liberatorio e poi tutto cesserà. Poi tutto tornerà calmo, poi tutto sarà al suo posto.

Camminavo sotto la pioggia, in quel quarto d'ora in cui avevo capito che stamattina stavo per esplodere. Camminavo e mi guardavo intorno, vedevo le cose normali che mi circondano, il parco, la strada, un vecchio che cammina con un sacchetto di cellophane in testa, una donna che corre con un bambino al fianco, le macchine che frecciano, la gente alla pensilina del pullman, i bar aperti e gli impiegati che ci entrano, il supermarket mezzo vuoto con dentro le cassiere e qualche vecchia, il marocchino che vende gingilli a poco prezzo nascosto sotto il porticato, il cielo che a nord era scuro e a est si tagliava in due mostrando una fetta d'azzurro, gli alberi e l'erba, un cane lasciato solo. Poi c'ero io, e tutto era fuori.

La mia Anima guardava fuori dalla sua finestra e sentiva che era staccata, in quel momento, da tutto.

Così sono tornato a casa e ho scritto questo post. Facendo mente locale di cosa è stata una settimana dal giorno perfetto. Solo un altro motivo per non dimenticarsi di quel giorno e per riviverlo, il prima possibile, con la stessa intensità, con la stessa voglia, con lo stesso impegno.

Anche nelle difficoltà, certo. Ma cercando di lasciare da parte tutte le paure, tutte le sofferenze, e la fottuta solitudine che si sente quando si è spersi.
Quella che sento ora, quella di cui, maledetto sia il giorno che l'ho incontrata, non riesco a liberarmi.

martedì, maggio 04, 2010

G20 - Beatrice part 34

Perché agli occhi di una stanzetta Parigi è immensa, grande come qualcosa che è troppo grande, grande anche persino agli occhi di un'altra città.

Figuriamoci di una ragazza come Bea, spersa fra 4 muri pieni di cigolii e di voci che filtrano dallo stipide di una porta mal montata.

Era quando scendeva, Bea, che trovava il "grande" che l'affascinava dalla finestra. Che la rendeva insicura e si rivelava lancinante per un animo che comunque rimaneva ferito, nonostante la fuga, nonostante la sicurezza che Oscar, la moto, il teatro e il palco, il paracadutismo, le aveva lasciato.

Camminare da sola per strade lunghe e senza fine, si dirà, era troppo. E così fu.

Ma il climax di quella paura era il fatto che si doveva pur mangiare, e Bea si rifugiava nel mangime, passatemi così, di chi vive solo.

Faceva la spesa in un grande supermarket vicino a casa sua, al G20. Comprava solo roba da single: un hamburger, un pomodoro, mezzo litro di latte da consumare in un giorno solo o da tenere sul davanzale nei giorni freddi. Una posata, un piccolo tegame per cucinare la pasta importata dall'Italia, olio poco saporito, biscottini e carotine mordi e fuggi, di quelle superconcentrate e super refrigerate.

Si dirà: era sola, mangiava sola, viveva sola. Ma come poteva essere la solitudine, lungo gli scaffali colorati con etichette in francese, con l'idea di arrivare a casa e finire in un lungo, lunghissimo silenzio fatto di musica in auricolari e telefonate, il più delle volte a me che non aspettavo altro.

Signori miei, voi non potete capire! Cosa significa attendere, attendere che vi sia uno sguardo che si posi su di voi, e quello sguardo l'avete già scelto!

E quando quello sguardo svanisce, non rimane che l'immaginario. Immaginarlo, fino allo sfinimento. Ecco che era quello, forse, l'unico punto che differenziava me da Oscar.

Quando Bea mi chiamava diceva sempre che ero l'unico a chiederle cosa mangiasse. Gli altri chiedevano cosa facesse all'università, cosa avesse preparato a lezione, chi frequentasse, se si sentisse sola. Io mi distinguevo perché la immaginavo girovagare quel grande supermercato che mi aveva descritto da sempre, parlandomene con voce spaventata la prima volta, poi, via via che il tempo passava e l'Erasmus scorreva, con la soddisfazione d'aver imparato a conoscere quel piccolo mondo nel mondo, e insieme ad esso, al modo di viverlo, di sfruttarlo, per ciò che le serviva: mangiare, appunto.

Fare la spesa da single, insomma. In un supermercato che poi divenne quasi un punto di ritrovo con sè stessa. Aver imparato a fare la spesa, fu per lei grande conquista.