lunedì, maggio 24, 2010

In cammino con Woodo - L. i. T. part 105

Woodo è un pupazzo di pezza. A me gli animaletti di pezza son sempre piaciuti, se non altro perché ricordano quell'età in cui con i pelouche ci puoi parlare, ma la cosa che più stupisce è che il più delle volte sono loro che ti rispondono.

Bene, Woodo e io oggi abbiamo fatto una passeggiata. Cioè, io e Woodo abbiamo fatto un giro insieme ad altra gente, però voglio focalizzarmi su di me e lui.

Perché? Perché io ho quasi 30 anni e ormai da almeno 20 non parlo più con i pupazzi. E anche se a volte fingo di farlo perché è simpatico scherzare con gli amici facendo finta di parlare con essere inanimati (anche se Woodo un po' animato lo è, alla fine), quegli stessi pupazzi che una volta mi rispondevano ormai non mi ascoltano più da un pezzo.

Woodo è un pupazzo, è vero. Ed è altrettanto vero che i pupazzi non rispondono, nè ai bambini nè ai grandi. Però è anche vero che se vado da mio fratello, che ha un orsetto di pezza che si chiama Gigi che si coccola da quando è nato, e gli chiedo che pensa Gigi della crisi economica, pur sapendo nulla della crisi economica mio fratello mi sa dare la risposta.

E' la forza dei sogni, di avere la possibilità di parlare con un amico speciale come può essere un pupazzo. Un oggetto fatto di pezza che più che stare fermo nel tuo zaino mentre passeggi fra i monti e ce lo hai messo solo per farci due foto, non sa fare.

Un oggetto che diventa vero nel momento in cui desideri fortemente che lo sia.

Ora, so cosa penserai, lettore pignolo: è un qualcosa di pezza, non può muoversi, non può parlare, non ha vita, sei tu che gliela dai solo perché sei convinto che sia così.

Ma la vita la dai tu, nel momento in cui decidi che qualcosa divenga speciale. Come un pupazzo, come un pezzo della tua vita, o come un quello che deve venire, che non è ancora capitato, che capiterà. Che ancora va sviscerato a fondo, o compreso del tutto.

Woodo è una metafora, in fondo, come Gigi per mio fratello seienne. La metafora che qualunque cosa può diventare speciale. Ci ragionavo mentre camminavo fra i monti con l'intento di trovare un prato dove fargli qualche foto. Camminavo come cammino fra le cose che capitano e che ancora oggi non riesco a spiegarmi, un cammino sempre in linea retta verso il futuro, un cammino continuo a cercare il vero delle cose, anche nelle cose che apparentemente non lo sembrano, vere. Come un orsetto di pezza che in fondo non ha che un cuore di cotone e un'epidermide di velluto: che poi scopri che è stato cucito dalla nonna di turno, su chiare indicazioni della nipote e che in quel pupazzo c'è un pezzo di quel rapporto.

Diventa vero perché la sua genesi è stata voluto da un qualcosa di autentico. Come se il desiderio di concretizzare anche solo un giocattolo si riversasse nel giocattolo stesso.

Quasi come se la volontà di potenza di cui parla Nietzsche non fosse una trasvalutazione di tutti i valori ma semplicemente il voler poter infondere anche il crisma della vita in un qualcosa di inanimato.

E' che non par vero di potersi affezionare anche a un animaletto di pelouche. Però i bambini lo sanno fare, e io per questo li invidio: invidio quella capacità di poter rendere tutto così genuino.

Forse è solo invidia perché per loro è tutto tremendamente semplice.

Per me, talvolta, no.

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