lunedì, maggio 10, 2010

Le cose belle lo meritano - Beatrice part 35

Ma Parigi non voleva dire solo quello. Parigi voleva dire molto di più, voleva dire anche provare a vivere lontano da ciò che la rassicurava. Imparare a desiderare l'amore.

Una sera, Bea mi chiamò al telefono.

Parlammo del più e del meno, poi mi disse: "Raccontami qualcosa che val la pena ascoltare".

"Che cosa?" le chiesi io.

"Qualcosa di bello." rispose lei.
Allora cominciai a raccontarle un qualcosa che avevo sempre immaginato. E sullo sfondo c'era lei, certo. Ma io quello non l'avevo detto. L'avevo tenuto per me.

Le raccontai un sogno che avevo fatto. Potrei persino recitarlo. Anzi, sapete che vi dico? Provo a recitarvelo, come avevo fatto con lei, quasi fosse un suo spettacolo.

"Quella sera c'eravamo io e te. Che ci siamo sentiti per troppo fuori dal tempo, sbagliati non per ciò che facevamo ma per il tempo in cui tutto era capitato. Ma quella sera non ci fu nulla di sbagliato, e forse sono quei momenti che hanno ragione, non il resto del tempo in cui avevamo l'angoscia di sbagliare.

Già, forse quella sera aveva avuto ragione.
Di fronte a noi, c'era la città. La guardavamo dalla cima della collina, la guardavamo mentre parlavamo di colori che ci piacevamo e di scrittori che avevamo letto, di musica che abbiamo ascoltato, di scelte che abbiamo compiuto. Guardavamo la città e tu ti fermavi a osservare le luci che si spegnevano, e mentre parlavi ti interrompevi per dire che si stavano spegnendo.

Poi ti voltavi verso di me.
Il fatto che ci guardassimo, quando ci trovavamo vicini. Senza parlare, sapendo che bastava quello per dire cosa stessimo pensando.

Mi chiedevi perché ti guardassi, e io ti rispondevo perché mi guardassi tu.

Poi ci voltavamo verso la città e ricominciavamo a parlare.
Le nostre mani si sono incrociate là. Abbiamo intrecciato le dita, in silenzio, mentre intorno ci camminava la gente, e le luci della città si accendevano e spegnevano e accendevano e spegnevano. E tu per un attimo sei rimasta in silenzio, mentre le nostre mani s'intrecciavano e continuavamo a guardare quella città e il tempo che passava, finalmente con noi dentro.

Non so perché, fosse tutto così perfetto. E dire che quella sera era stata buttata lì, per caso.

Sembrava che ci fossimo smentiti da soli, dicendo che non potevamo esserci. Che quel posto non poteva essere per noi. Poi però ci siamo trovati, appoggiati su quel muretto, a osservare il panorama. Sembrava talmente banale, scegliere di stare lì. Ma come fai a essere banale, quando vivi? Quando ti viene concesso del tempo e lo impieghi in cose che si cristallizzano, talmente sono pure?
Le nostre mani, io e te che ci voltiamo per guardarci ma non ci baciamo perché è come lo stessimo già facendo.

Perché siamo io e te. Siamo veri, vivi.


Parliamo di canzoni e di ideali, come fossero le cose di tutti i giorni.

Come se non lo avessimo mai fatto, e forse è così, anche se i ricordi si orientano tutti a noi due, alle parole che non ci siamo detti e ai gesti che vorremmo compiere per avallare tutto questo.
Al fatto che siamo io, e te. E il mondo, intorno, che non si cura di noi perché in fondo a noi del mondo ora importa come può importare al quadro della cornice. E anche questo è banale, a pensarlo. Ripensandoci, tempo dopo, mi sono reso conto che ho sempre sognato una sera così. Viverla con una persona che non sai perché sia speciale.

Viverla raccontandosi attraverso parole che suonerebbero banali, lontano da quel parapetto, lontano da quel panorama. Viverla con le mani nelle mani. Viverla guardandosi e sentendo che è tutto là e che in fondo non ti serve più nulla.


Basterebbe un pensiero per rendere merito a tutto questo. Mentre torniamo a casa, e guido con la tua mano sulla mia.

In silenzio, perché in fondo mentre ci guardavano, zitti, ci siamo già detti tutto.
Ci siamo detti che ne vale la pena. Ci siamo parlati, mentre ci salutavamo, con un bacio che vale più di tutti quelli che ci saremmo potuti dare prima. Ci siamo parlati anche dopo, quando non eravamo più insieme. Nel dopo, abbiamo dedicando un pensiero. Ce lo siamo detti il perché. E' tutto talmente bello, che lo merita.".


Le avevo raccontato tutto questo al telefono, e lei aveva ascoltato.

Poi mi aveva chiesto se fosse capitato veramente, e io rimasi zitto.
Anche perché, in fondo, se una cosa così capitasse sul serio, non so se vorrei raccontarla. Sembrerebbe banale, a chi non l'ha vissuta, no? E poi sarebbe talmente mio... mio e suo.

Però a Beatrice lo raccontai, senza dirle se fosse vero oppure no. Anche perché lei voleva soltanto sentirsi dire qualcosa che a me potesse far star bene.


Eravamo veramente uniti, perché commentò come l'avrei commentato io, quel racconto.


"Le cose belle lo meritano". Già, proprio così.

1 commento:

°_Fede_° ha detto...

le cose belle lo meritano..mi fermo a pensare su questa frase anche io..davvero bello questo post ed emozionante il tuo racconto..