martedì, giugno 29, 2010

Descriverlo - Life in Technicolor part 113

"Dimmi cosa c'è, oltre".

"Oltre c'è solo un altro limite da superare".

"Perché vuoi sempre superare il limite? Perché non ti vuoi mai fermare?".

"Vorrebbe dire accontentarsi".

Suonava talmente banale, da sembrare finto. Ma erano ore che parlavamo, e sembrava che ancora non fossimo stufi.

Stavamo distesi, io poggiato sui gomiti, lei sulla schiena. Ci guardavamo. I capelli sparsi fra le spalle e il cuscino, la maglietta piegata sui lati, le gambe a metà sotto il lenzuolo stropicciato.

Era notte. Cominciava a tuonare, un temporale estivo, di quelli che violentano il silenzio e smettono in poco tempo d'essere incazzati.

"Parliamo d'altro, ti va?" mi chiese.

"Perché?".

Silenzio. Si voltò dall'altra parte, senza guardarmi. Sorrise.

"Perché stai sorridendo, ora?" le chiesi.

"Non posso sorridere?" mi rispose lei.

Allungò la mano, accarezzandomi il braccio. Le sorrisi.

"Oltre non puoi trovare altro che un altro limite da varcare".

"E se io mi accontento?".

"Me l'hai già chiesto".

"Appunto, ma mica tutti sono decisi a superare i limiti. Anzi, la gente preferisce stare ferma e non fare nulla. Capisci?".

Capisci. Lo ripeteva in continuazione. Lo diceva come a rimarcare il fatto che aveva ragione lei, o per convincersi d'esser stata convincente. Mozzicava la "sc", mentre lo diceva. Aveva sempre parlato troppo veloce, però mi piaceva ascoltarla, anche quando non la capivo. Suonava sempre come una novità, sentirla parlare.

"Cioè - continuò - alla fine è tutto così netto? Ci sono anche le mezze misure. Non è che o è bianco o è nero. Capisci?".

"Capisci?" le risposi io, facendole il verso.

"La pianti?" disse ridendo.

Ci baciammo. Per quanti minuti, non lo so. Il temporale aveva cominciato il suo concerto, intanto. Bum bum bum.

"Ho freddo" disse lei, e si coprì.

"Io no".

Spensi la luce, erano quasi le tre. Eppure non era noioso, parlare con lei. Non lo era affatto. E nonostante la notte prima fosse stato tutto identico, non mi sentivo stanco.

"E' strano, dormire qui" mi disse.

"Perché?" le chiesi.

"Vuol dire mostrare il fianco".

"Cioè?"

"Togliere la corazza. Vuol dire rimanere senza difese. Vuol dire che non hai più modo per difenderti. Capisci?".

"Credo di sì - risposi, ed era vero - ma c'è ancora una cosa che non mi hai detto".

"Quale?".

"Perché sei qui?".

"Non so spiegarlo".

"E' difficile descrivere una cosa che non si sa perché sia così, ma è".

"Sì, una specie".

"Puoi solo prenderla per ciò che è".

"Ed è un bene una cosa che non si può descrivere?".

"Sì - dissi io - se non è descrivibile, non vuol dire che non sia male".

"Mi inquieti, tu" disse sorridendo.

"E perché ti inquieto?" risposi io, e ridevo apertamente.

Continuammo a parlare, altre ore. Il temporale continuava: avrei
sognato me al centro di una città che edificio dopo edificio esplodeva.

Si strinse a me. La notte scorreva.

Non avremmo saputo descrivere tutto quello che stavamo vivendo, e forse non avremmo mai provato a farlo: ci bastava così.

"Buonanotte" fu l'ultima parola che dicemmo, prima d'addormentarci.

- da uno scritto di qualche tempo fa -

sabato, giugno 26, 2010

Una storia - Life in Technicolor part 112

Il centro di Torino trovavo che fosse dinamico. Il venerdì piazza Vittorio o Quadrilatero condensavano tutti gli stili, i comportamenti, l'eccitazione, la voglia di vivere di quelli come me. Ed era per quello che ci andavo.

Perché tutta quella condensa si raccoglieva fondendosi in una sorta di atmosfera cui non sapevo dare nome.

Avrei potuto chiamarla banalmente "movida", ma sarebbe bastato? No, forse no. Avrei potuto chiamarla "divertimento", ma in fondo non era corretto nemmeno quello. Avrei potuto chiamarla semplicemente "Torino by night" manco fossi un p.r., ma non era neanche Torino, anche se Torino era il palcoscenico migliore.
Sarà. Comunque quell'atmosfera mi piaceva. Scemava mano a mano che uscivi fuori dalla città e tornavi verso casa, in periferia.

Quando le macchine diventavano sempre meno, il traffico si diradava, il rumore diminuiva, sembrava che quell'atmosfera scemasse fino a scomparire. Come se tornassi sulla Terra. O forse, come se uscissi dal grande salone delle feste dell'oratorio.


Un senso amplificato dal fatto che in centro andavo sempre per cercare, e puntualmente non trovavo. E se prima di conoscerla, quel qualcosa non sapevo bene cosa fosse (Divertimento? Serate originali? Donne? Niente di tutto questo), ora che l'avevo conosciuta, tutto si riduceva alla speranza di rincontrarla.

E quando tornavo, e puntualmente non la incontravo, avevo la sensazione d'aver buttato un'altra serata: ma se non fossi andato, l'avrei buttata ugualmente? Perché il senso era quello.
Quel venerdì fu tutto uguale. Prendi la macchina - trovati con gli altri - parti - fai la radiale - prendi corso Massimo - gira in corso Vittorio - gira in via San Massimo - cerca parcheggio - trova parcheggio dopo 2 ore - parcheggia - chiudi la macchina - incamminati verso piazza Vittorio - arriva in Rumeria. Tutto uguale: io, Marco, Albi e Beppe.

Partimmo sereni, come al solito. Avevamo le idee chiare.


Alla Rumeria tappa fissa, Storm a 3 euro e 50 e chupito a 1 euro e 50, anche aromatizzati. L'ideale per chi aveva voglia di non star troppo lì a riflettere. Soprattutto quando eravamo solo maschi. Come al solito. Prendemmo il chupito e poi prendemmo la birra.

"Andiamo al Lab" disse Albi. E via, con bicchiere in mano camminata sull'altro lato della piazza.

Marco aveva la solita faccia assonnata. Sapevo perché aveva smesso di dormire, e mi ci rivedevo. Anche lui sapeva cosa andavo cercando in centro, e forse in me vedeva la stessa faccia scoglionata, anche se tenevo botta meglio di lui.
Arrivammo al Lab. Battute, le solite, anche se replicate all'infinito ridemmo come pazzi comunque.

Ma ecco che mi riprese quel gesto. Quel senso. Cominciai di nuovo a guardarmi intorno. E ogni minuto che passava, cercavo con lo sguardo fra la gente, sempre più.
La birra finì. "Oh, chupito?" era sempre Albi a proporre. "A 'sto giro alle Arcate" risposi io. "Alle Arcate finisce alle pezze" disse Marco. "Meglio" disse Beppe. Scendemmo ai Murazzi. L'ultima volta che l'avevo vista era stato là. Ormai era compulsivo, la cercavo ovunque.

Ma lei, non c'era.
Arrivammo alle Arcate, dove i chupito costano un euro. Il buttafuori mi fermò e mi disse che ci andava la tessera Erasmus per entrare.

"Tutta quella gente ha fatto l'Erasmus?" gli chiesi io.
"Eh, però non potete entrare, mi spiace, ordini dei Muri, faccio entrare solo quelli che conosco".
"Non mi fai entrare solo perché ho la carnagione scura e la testa rasata" gli risposi.
"Ma va, che cazzo dici - mi dice lui, e quasi s'agita - a me di marocchini o di italiani non mi cambia un cazzo".


Beppe mi prese e mi spostò, cercando di farmi andare all'Alcatraz. Io mi fermai, e mi misi a parlare, facendomi sentire. Indicai, mentre parlavo. "Non mi fa entrare perché pensa sono un marocchino". Il buttafuori mi guardò.

Mi chiamò li vicino. M'avvicinai.

"Siete solo maschi, non fate casino".

"Entro, ci facciamo un chupito e usciamo" gli risposi.


Entrammo.

Andiamo al banco, brindammo a 'sto cazzo come al solito, che vuol dire tutto e non vuol dir niente, ma tanto ormai che ci fregava, stavamo già sulla buona strada. Altri 4 giri, ogni giro offerto da un altro.

E' sempre così, "alle pezze".
Passarono due tipe, un paio di mesi prima io Beppe e Marco le avevamo conosciute proprio lì. Ci guardarono, le guardammo. B
eppe sorrise, voleva andarci.


"Beppe, sono due zoccole" dissi. Scoppiò a ridere.

Albi chiese che si faceva. Alle Arcate la gente ballava, era pieno. Faceva caldo.

"Usciamo?" disse Marco.

"Andiamo da Giancarlo" dissi io.

E gli altri capirono subito il perché.
Uscimmo, salutai il buttafuori che mi sorrise. E mentre ci incamminavamo verso Giancarlo, pensai che magari era già là.

A che serviva, non so. Però ci pensavo, mentre mi guardavo intorno.


L'odore di fumo. La puzza del Po. I Murazzi: quante volte ci sono passato e ho pensato che è tutto caotico? Eppure ci torno sempre, come ci tornai quella sera, e ogni volta è così, sempre uguale.
Arrivammo da Giancarlo.

Dissi a Beppe di mettersi prima lui, così non ci fermavano come alle Arcate. Entrammo senza che ci chiedessero la tessera.


Andai ai bagni. L'ultima volta che l'avevo vista c'eravamo fermati a fare la coda ai cessi, c'era degenero. L'avevo abbracciata, mentre eravamo in coda.
Quella sera, invece, era vuoto. Andai in pista. La pista mezza piena. Uno con la giacca e la camicia ballava in modo ridicolo, e mi chiesi se non avesse caldo. Non c'era. Gli altri mi aspettavano fuori, Albi aveva preso un negroni, Beppe un martini lemon. Uscii. Ci sedemmo un attimo.

"Oh, per me ce ne possiamo pure andare" dissi.

"Panino da Gino?" chiese Albi. La risposta fu ovvia, esattamente come tutti gli altri venerdì sera. Ci incamminammo per i Murazzi, la gente era sempre uguale e io mi guardavo sempre intorno. Arrivammo alla macchina, uscimmo dal centro. Solita strada, tappa al CTO.

Il paninaro dei sogni, Gino Panino, il miglior panino notturno della storia, era là ad aspettarci. 5 euro con salsiccia, scamorza e salsiccia, comprensivo salsa.

Arrivò anche Simo, che quella sera era con altri, ma al panino non rinuncia mai.
Ordinammo. Un altro gruppo di ragazzi ordinò un panino con salsiccia cruda, per scommessa uno doveva mangiarselo senza sè senza ma.

Ridemmo mentre Davide, il figlio di Gino, riempiva il pane di senape, cipolle, peperoni, salsa piccante e funghi sporcando quel pezzo di carne cruda.

Alla fine, gli regalai anche una sigaretta, al tipo che aveva mangiato quella roba.


Intanto avevo smesso di guardarmi intorno, il panino era finito. E mentre tornavamo a casa, quell'atmosfera era ormai alle spalle.

Il centro di Torino, piazza Vittorio, i Murazzi. Cercare qualcosa che sei convinto ci sia e invece non c'è. Guardarti intorno alla ricerca di una persona che non trovi. Forse lei era solo il motivo che doveva spingermi a cambiare vita. In fondo, anche quella sera non l'avevo trovata. Anche quel venerdì s'era risolto con un ritorno disilluso.

"Beh, comunque stasera mi sono divertito" disse Albi.

Marco sorrise, sorrideva poco in quel periodo ma sorrise perché anche lui, alla fine, aveva smesso di pensare un po' ai cazzi suoi.
Beppe fece la sua solita risata.

E mentre li accompagnavo a casa, alla fine mi resi conto che quella roba che si trova solo nel centro di Torino, il venerdì sera, ce l'eravamo portata a casa.


Anche se era tempo di cambiare. Anche se era tempo di smettere di fare quel circulo di alcool e locali. Anche se la fine del tempo forse stava arrivando ed era solo tempo d'accorgersene. Anche quella sera, intanto, non l'avevo trovata.

Non la vedevo da troppo tempo, in fondo. Era triste, sicuramente.

Provai a ripensare alla birra alle risate ai chupito ai Murazzi al buttafuori agli amici che comunque il venerdì ci sono sempre.


Arrivai a casa. Spuntò il senso d'aver buttato un'altra serata.

Mi misi a dormire.

martedì, giugno 22, 2010

Farne a meno - Beatrice part 39

Ad ogni modo, anche quella parentesi finì. Parigi, s'intende, con il suo carico di distanza, di nostalgia, di pianti, di paure e di una crescita. Beatrice tornò. Quando tornò, trovò ad aspettarla casa sua, la sua moto e Oscar. Di Oscar aveva capito di poterne fare a meno da un po', e glielo disse appena arrivata a casa.

Lui non la prese bene. E, se devo dirla tutta, neanche io.

Perché quello era il segno che Bea era definitivamente libera. Lo capii quando le parlai per la prima volta dal vivo. Era viva, vera. Parlava senza quella vibrazione al fondo della voce che banalizzava la sua tensione nell'esporsi. Era come se fosse una persona nuova, e in effetti, a prescindere dal leggero accento francese che le era rimasto, era proprio così.

Aveva superato la sua linea di confine. Era entrata in nuovo mondo, o forse era semplicemente tornata in quello che le competeva.

Si cominciò a staccare da tutto ciò che era prima. Cominciò a prendere la vita con sicurezza, non spaventandosi più per la differenza fra le sue aspettative e ciò che il mondo le restituiva.

Era come se la vera Bea fosse rimasta stipata in un cassetto, e fosse uscita tutto d'un colpo. Io che sono il cantore di questa storia, mi chiedo come sia stato quel momento tante volte.

Mi chiedo come possa essersi rivelato un cambiamento che, se da un lato mi restituiva una persona nuova e più forte, dall'altro mi toglieva una rarità: la sua semplice debolezza.


Perché è come quando trovi una cosa che è genuina, no? Senza contaminazioni.

Talvolta la forza è dopata, mentre la fragilità di una persona è vera, cristallina, ammalia perché innocente, infantile forse.
Quando Bea tornò da Parigi, per certi versi non era più Bea.

E mano a mano che i giorni passavano, io mi sentivo sempre più distante da lei, fino a che non mi resi conto che forse, era proprio così che doveva andare.

Sentirla più distante era giusto, perché in fondo ciò che c'aveva unito era stata quella debolezza che m'aveva trascinato sempre più nel suo mondo, fino a trasformarmi ad amico fedele e silente amante platonico.


La domanda che mi sono posto tante volte è se tutto questo avesse un senso. Più che sbagliato, l'ho definito ingiusto. Ma come ci si può ribellare quando l'altro sceglie per sè la via che ritiene più giusta. La prova d'amore più grande, forse, è proprio l'accettare che l'altro sia cambiato.


Ha un senso? Sì, in questi termini sì. Ma ne sarei riuscito a fare a meno? Di tutto quello che era stato il parlarle, il sognarla, che oggi non sarebbe mai più come prima, proprio per il suo essere tornata, dopo tempo, diversa, quasi fredda nel suo essere decisa e sicura di sè. Beninteso, non era diventata un cyborg. Questa percezione la notai fra le pieghe del tempo che ci passavo insieme, da uno sguardo che non era più lo stesso, dai suoi silenzi che se prima erano carichi di dubbi, ora erano solo silenzi di riflessione sul cosa fare per prima.

Bea non era più Bea, o forse lo era ancora, ma distillata in una corazza invisibile che finalmente era riuscita a costruirsi addosso.
Che dire? Che la sua storia s'avvia alla conclusione. E voi che state là, vi chiederete come. Senza scene madri, non temete.

Anzi. Si può dire che tutto questo abbia anche un lieto fine, che ovviamente vado a raccontarvi.

sabato, giugno 19, 2010

Mantra - Life in Technicolor part 111

E ora che hai superato la linea di confine, pensa.

Pensa al cielo e pensa alla libertà d'essere. Pensa al dolore e alla gioia. Pensa alla corsa e alla pienezza, pensa alle preghiere esaudite ma soprattutto a quelle che ancora devono essere dette.

Pensa all'energia, pensa alla libertà di poter parlare, pensa alla voglia che hai di vivere. Pensa alle delusioni e pensa ai silenzi mancati e a quelli che hai imparato a mantenere.

Ripeti in continuazione: sono. Sono io, qui, ora, subito, e sono vivo. E non ho più paura, come disse Jocker in Full Metal Jacket. Pensa alle cose che mancano e pensa a come puoi conquistarle, pensa alle rinuncie per mancanza di coraggio e pensa che ciò che vuoi è giusto che tu lo desideri così.

Ricorda le tue indecisioni, ripensa alle volte che non hai avuto la forza d'andare avanti.

Ricordale e usa quelle scelte per capire cosa ti aspetta.

Pensa a quante volte hai voluto amare, e hai odiato. Pensa a quante volte hai ignorato persone e sentimenti, facendo violenza su te stesso. Pensaci mentre spazi fra le pieghe della vita e cerca tutto il senso che fra esse puoi trovare.

Rifletti sul dolore. Rifletti sul tuo malessere e non scambiarlo per autocommiserazione, ma solo per l'ennesima motivazione che ti serve per intraprendere la strada.

Mentre corri, lontano dal confine e nell'ignoto. Mentre stralci la tua soddisfazione, a favore della voglia di lottare per qualcosa che va oltre l'accontentarsi.

Corri preservando le energie, cercando di centellinare lo sforzo quando la strada si farà in salita. Non sprecare il tuo amore, non sprecare la tua voglia di amare. Non scegliere di proteggere ciò che non ti chiama. Scegli di valorizzarti. Scegli di farti valere.

Guarda la notte nel momento in cui è buia pesto. Osserva il silenzio, odora la solitudine, e non aver paura dell'ignoto. Spargi intorno a te il coraggio che ti ha spinto fin lì. Semina fra terra e aria il tuo credo. Prega che non ti manchi mai la voglia di resistere, lo spunto per reagire.

Soppesa le parole. Rendi onore alla tua anima, perché la percepisci sincera. Non perdere il controllo quando senti esplodere la pienezza, diventa un'unica cosa con il mondo. Plasma il benessere dell'essere vivo, quando ti senti così. Mettilo al servizio del tuo cammino. Resisti e non tracimare nella paura di non farcela. Ce la puoi fare.

Ripeti fino a che tutto sia racchiuso in un unico pensiero, immediato. Ribadiscilo fino a quando basterà chiudere gli occhi e non ascoltare il rumore intorno, per poterti immergere nella tua preghiera. Dillo e dillo e dillo ancora. Urlalo, finché la voce sarà esaurita, finché il mondo intero ti chiederà di smettere. Ti supplicherà di smettere d'urlare perché il tuo è il segno che c'è ancora speranza.

Legati ai sogni, e non alle false speranze. Guarda le cose come sono, e non come vorresti che fossero. Sogna di cambiare ciò per cui vale la pena. Metti a fuoco l'inganno. Scova la falsità, e rifuggila.

Senti l'ardore della tua volontà, tienila di fronte a te mentre ti senti mancare. Scova quell'attimo perché sia lei a guidarti. Corri, consapevole.

Sei forte abbastanza, per vivere. Fallo.

venerdì, giugno 18, 2010

Linea di confine - Life in Technicolor part 110

Sulla linea di confine si hanno sensazioni contrastanti. Da una parte si sente il profumo dell'ignoto, un aroma eccitante. Dall'altra, l'insicurezza del non sapere che cosa si può trovare.

Sulla linea di confine si staziona quando si è in procinto di partire. Si guarda la strada percorsa e la strada da percorrere. Ci si guarda alle spalle e ci si chiede cosa ha condotto fino alla fine del mondo conosciuto. Poi si guarda avanti e si misurano le forze.

Se basteranno a condurre fino in fondo il cammino.

Sulla linea di confine ci si trova sempre con l'adrenalina a mille e il cuore che batte forte. L'emozione lascia spazio all'immaginazione, si mescola con essa.

Io sto sulla linea di confine e aspetto l'ispirazione per attraversarla.

So perché mi sono spinto fino a qui, un po' è anche colpa mia. Se di colpa si può parlare, perché in fondo, se sono arrivato fino a qui è perché laggiù, da dove tutto è cominciato, qualcosa non mi rendeva totalmente felice.


Non ero totalmente vivo, è forse questo che fa la differenza.

La linea di confine esalta le menti degli intrapendenti, la rende audace, ardimentosa. La fa sentire libera di osare. Guardarmi ora, qui, sul baratro, mi fa pensare che basta solo prendere il coraggio di agire.

Agire, una parola che mi ha perseguitato ultimamente. Come lasciare, sganciarsi. Come illudersi d'esser cambiato.

Sono troppe le parole con cui mi sono colpevolizzato, andando a cercare il senso delle cose. Sono troppe le volte in cui, durante il cammino verso la mia linea di confine, ho detto che la scelta era stata sbagliata a prescindere perché laggiù dov'ero, ero sereno. Troppe in cui mi sono sentito inadatto.

Si tratta solo di tirare fuori la forza. Di trovare il coraggio di scavalcare questo orizzonte, l'ennesimo orizzonte. Oggi sono veramente di fronte a un nuovo posto, fatto per lo più di aspetti sconosciuti. Devo solo avere la forza di attraversare quella fottuta linea, e accettare il fatto che sono voluto uscire io dal mondo che mi stava stretto, per cercarne uno nuovo.

Tutti si trovano ad affrontare una linea di confine, talvolta più d'una volta. Tutti hanno paura.

Bene, fate pure. Vi capisco, anche io oggi ho paura di varcare questa soglia.

Ma sapete? Fanculo. Ci sono arrivato fino qui perché ho scelto di combattere, di compiere un viaggio cercando quello che è il vero vivere. Ho scelto di lottare su ogni pallone, mi vanto di questo, rido pensando a quelli che vivacchiano pensando che una sicurezza traballante valga l'ebbrezza di questo cammino. Ci penso ogni giorno, ormai, perché è la strada che ho scelto e rinnegarla ora sarebbe solo cedere.

Ho scelto di vivere inseguendo il Sogno. Il Sogno accorpa ogni desiderio, aspirazione, e per questo oggi sono di fronte a una nuova linea di confine. Il Sogno era la vita che voglio. E' ancora quello. Respiro, prendo coraggio. Guardo questa nuova soglia.

Ricomincio a camminare.

Sto per varcarla.

L'ho varcata.

Ho voglia di correre, verso il futuro.

lunedì, giugno 14, 2010

Vivere - Life in Technicolor part 109






Stamattina fa fresco. E' coperto, filtra il sole, verso metà mattinata comincerà ad essere umido e farà caldo.

Da fuori sento fischi, gente che urla. C'è una manifestazione da qualche parte, vicino al mio ufficio.

C'è odore di smog e del forno che cuoce il pane. Sono sveglio, stanotte ho dormito, anche se con il cellulare nella mano.

Stamattina sento ancora più forte il desiderio di capire. O meglio, di vivere. Di non arrendersi al fatto che ciò che muoviamo non sia sempre la mossa giusta, che i bivi che prendiamo non siano sempre i più giusti. O che scegliamo la via più corretta, ma poi non riusciamo a sostenere la sofferenza che quella scelta comporta.

Tante persone sono alla ricerca di un senso, forse tutte. Tutte, nessuna esclusa. Poi c'è chi lo trova prima o dopo, chi non lo trova affatto, c'è chi deve camminare per farlo.

Io lo sto facendo. Imparando da errori, conoscendo gente. Spaziando fra avvenimenti apocalittici e piccoli segni, come lo svegliarsi e il non riuscire a guardare fuori o l'addormentarsi con il cellulare fra le mani. Provando a ricordarmi il passato, amandone i ricordi, rispettandone la bellezza, prendendo spunto dagli errori. E respirando il futuro, che non conosco ma che voglio COSTRUIRE, scritto in maiuscolo, scritto a caratteri cubitali.

"Aspirare a vivere": mi è stato detto da qualcuno che io sono uno che aspira a vivere. Già, è proprio così, sono ossessionato da questa ricerca, della purezza dell'essere, del non arrendersi all'apatia di una vita che scorre senza che gli attimi vengano fissati e s'accrescano fino a divenire una pienezza.

Una lunga linea che vorrei ingigantire, infarcire d'emozioni, farla tempesta di gioia e semplicità perché solo questo serve, alla fine. Non serve altro per rendere una vita perfetta, non serve altro.

Stamattina mi sento vuoto, ascolto i rumori della manifestazione, odoro lo sporco dello smog e il pane che cuoce nel forno del panettiere al pianterreno, guardo il sole e l'umidità mischiarsi nel riflesso sul palazzo di fronte.

Vivere significa anche star qui, in mezzo a tutto questo, a pensare. Che forse, per ripartire, non basta che la consapevolezza di doverlo fare.

mercoledì, giugno 09, 2010

Veglia, riposo - Life in Technicolor part 108





A cosa serve riposare? A ristorarsi, trovare le forze. Per certi versi, a riscoprire il senso di pace.
Perché si riposa? Di solito, ci si riposa quando si è stanchi. E il massimo, quando si è affaticati, è dormire.

Il senso della fatica e il senso del riposo sono diversi eppur uguali. In entrambi i casi ci si può ritrovare senza energie o al contrario, ricaricati tanto da scoppiare. Raramente, una persona può sentire esplodere dentro sè un'energia difficile da controllare, senza che il corpo riesca a supportarla.

Eppure, a volte capita.

Capita che notti insonni si susseguano e che non ci si senta stanchi. Che si guardi l'alba sorgere dopo ore e ore di veglia e non aver bisogno di chiudere gli occhi e lasciarsi andare, ma solo di rimanere lì a guardare l'ennesima notte insonne andar via. E che ogni disegno, per quanto banale sia, alla fine è una prova d'originalità nuova.

La veglia è infusa dalla voglia di rimanere svegli, non dalla preoccupazione. O forse timore c'è, sì, timore che tutto a un certo punto cessi.

Rimaniamo sveglia ancora un po', ti dici, voglio vedere se il tempo finisce o se sono entrato nel dormiveglia spazio temporale dove tutto è infinito, anche la notte, anche le energie, anche la forza che ci metti a non addormentarti.

Ho scelto di vegliare, scelgo di non dormire.

Ecco allora che la fatica e il riposo s'incontrano. Vince il riposo della mente sulla fatica del corpo, uno a zero e palla al centro. Vince la volontà sulla fisica. La straordinarietà del momento sulla quotidianità del tempo.

Poi, quando arriva il sonno, ti dici che potevi stare ancora un po'. Che arrendersi alla stanchezza non era necessario, che poi non eri così stanco e saresti potuto stare ancora un po', ad attendere l'alba. Fino a quando sarebbe arrivata, sul serio, fino a quando ti saresti sentito obbligato a ricominciare con il giorno, perché la notte s'era esaurita e a quel punto non si poteva veramente più tornare indietro.

Ma il tuo l'avevi già fatto, avevi usato tutto il tuo tempo per vegliare. E ora che era passata, non avevi da rimproverarti più nulla. E che, nonostante tutto, non sei così stanco, anche se il corpo ti dice il contrario. Ma la mente, quella no: lei ti dà ragione, ad aver scelto di rimanere sveglio.


Poi però t'addormenti. E la mattina dopo, anche se hai dormito poco, hai le occhiaie, e la testa è pesante, non ti senti stanco. Magari lo sei, fuori.

Dentro, sei vivo. Hai avuto il tuo ristoro. Ringrazi d'aver resistito, nella veglia. Ciò che senti, quello è il riposo.

sabato, giugno 05, 2010

Gelo, sia - Beatrice part 38

La sua vita, comunque, esulava dal contatto con me.

Aveva conosciuto persone, le frequentava. Non credo fossero null'altro che amici, in particolare uno. Yassin, un olandese mussulmano che la portava a mangiare il gelato da Ben&Jerry e l'aiutava quando la sua insicurezza straboccava.

Me ne parlava sempre con entusiasmo, lo indicava come una delle persone più importanti che ci fossero là. Mi raccontava il tempo che passavano insieme, e me lo descriveva come fosse Oscar.

Oscar che intanto mi aveva cercato, in città, per chiedermi di Beatrice. Anche lui la viveva lontana, ma rispetto a me, oltre che non vederla la percepiva come in allontamento. E forse era così. Forse era consapevole che Beatrice aveva preso coscienza che lo step era superato e che lui era ormai alle spalle. Non so, io non seppi che dirgli se non che Beatrice stava bene e che potevano esserci solo buone cose dalla sua permanenza in Francia.

Lui era affranto e consapevole. Affranto, perché in fondo quando qualcosa cambia nella tua vita, e cambia nella tua percezione in peggio, non è che ci rimanga molto. Consapevole, di come l'amore possa debordare in cose che non possiamo comprendere, e che fanno rimanere solo dolore.

Ripensando a tutto questo, scopro una cosa nuova della parola "gelosia".

Perché se gelosia indica un sentimento di possessività e di eccesso protettivo nei confronti di una persona (o di un oggetto), a volte si può spezzettare. Può diventare "Gelo sia", ossia cali il gelo. Si raffreddino le cose. Si spenga la passione per proteggere il proprio Io.


Oscar fece così, di fatto, un modo per proteggersi da ciò che provava per Beatrice, la quale stava completando la sua maturazione. Yassin, ma anche gli altri amici e amiche di là, e tutta Parigi e la Francia, erano solo un contesto che segnalavano come in realtà era Beatrice a non esser più la stessa.

E la propria gelosia non poteva che diventare una richiesta, spiccata e intensa, di far calare una coltre di freddo che possa calmare quel sentimento, e conseguentemente, quel dolore.

Io non ce l'avrei mai fatta, fossi stato in lui.

Anche perché, per quanto vi abbia raccontato di parole e discorsi e mail e tanto altro ancora, passavano giorni dove io Beatrice non la sentivo proprio. E ogni attimo era come quello che dicevo prima, quando parlavo dei punti che aspetti diventino un'unica retta perché ti manca comunque qualcosa per esser completo, altrimenti il tempo diventa solo lo spazio di un grandissimo spreco, perennemente attesa.


E tutto questo non faceva che confermare che io, di lei, non sarei mai riuscito a fare a meno.

Oscar mi fece pena, in quel frangente. In fondo nessuno merita il gelo, se ci pensate.

mercoledì, giugno 02, 2010

In attesa - Beatrice part 37

Tutte le parole, i discorsi al telefono, i racconti, non bastavano.

Avevo voglia di vederla. Di stare insieme a lei, come capitava quando era a casa.

Non di rado la sentivo in chat, via mail, al telefono, e poi avvertivo quell'amaro senso di sconfitta quando il tempo finiva e dovevamo salutarci.

Si congedava sempre con quel suo modo, che non era una sola sensazione, era molto di più. Il tono di voce, o il rumore che avvertivo intorno a lei, o anche il silenzio. E quel senso d'abbandono, mentre senti che arriva il distacco.

Il mondo non mi sarebbe mai bastato, guardando quei momenti. Momenti che mi facevano vivere un misto di dolore e rabbia, perché avrei voluto contenere tutto il mio essere, avrei voluto godere di quei momenti esattamente come quando li vivevo.

Ma come vuoi vivere di ricordi, quando un gesto diventa necessario? Quando una voce, un odore, un'espressione, diventano indispensabili? Quando sai d'aver toccato il massimo e ora t'aspetta la discesa?

Quando Beatrice tornò, capii cosa voleva dire. Ma non voglio raccontarvelo ora, perché in fondo tutto quel senso di solitudine cominciai a capirlo proprio quando lei non c'era. Cominciai a comprenderlo solo quando effettivamente i nostri contatti si limitavano, rari, a sprazzi nell'arco del giorno o della note.

E tanto erano forti, tanto più soffrivo per il dopo.

Avrei voluto dare il massimo, per ciò che potevo. Trasmettere sicurezza, quiete, facendole capire che quando non avrebbe più trovato la forza per star lì, sarei stato io a infondergliela.

Eppure, certe sere a spuntare c'era solo il dolore e la mia insicurezza. Solo la mia difficoltà a rispettare l'ordine del tempo e delle cose.

Lei forse lo percepiva, quel senso, eppure non mi incolpava per quello. Forse perché lo sentiva anche lei, quello strano senso di quando non fai altro che attendere che ritorni una persona.

Perché poi, in fondo, solo di quello si trattava: del fatto che ogni contatto non fosse che un punto, e io mi muovevo fra questi. Cercando di unirli, di moltiplicarli, di fare in modo che un giorno diventassero una solida retta. Uno sforzo che facevo perché sapevo che quell'attesa era lancinante, esattamente come era lancinante l'intensità dei sentimenti che provavo e che percepivo, ora che lei era distante da me.