martedì, giugno 29, 2010

Descriverlo - Life in Technicolor part 113

"Dimmi cosa c'è, oltre".

"Oltre c'è solo un altro limite da superare".

"Perché vuoi sempre superare il limite? Perché non ti vuoi mai fermare?".

"Vorrebbe dire accontentarsi".

Suonava talmente banale, da sembrare finto. Ma erano ore che parlavamo, e sembrava che ancora non fossimo stufi.

Stavamo distesi, io poggiato sui gomiti, lei sulla schiena. Ci guardavamo. I capelli sparsi fra le spalle e il cuscino, la maglietta piegata sui lati, le gambe a metà sotto il lenzuolo stropicciato.

Era notte. Cominciava a tuonare, un temporale estivo, di quelli che violentano il silenzio e smettono in poco tempo d'essere incazzati.

"Parliamo d'altro, ti va?" mi chiese.

"Perché?".

Silenzio. Si voltò dall'altra parte, senza guardarmi. Sorrise.

"Perché stai sorridendo, ora?" le chiesi.

"Non posso sorridere?" mi rispose lei.

Allungò la mano, accarezzandomi il braccio. Le sorrisi.

"Oltre non puoi trovare altro che un altro limite da varcare".

"E se io mi accontento?".

"Me l'hai già chiesto".

"Appunto, ma mica tutti sono decisi a superare i limiti. Anzi, la gente preferisce stare ferma e non fare nulla. Capisci?".

Capisci. Lo ripeteva in continuazione. Lo diceva come a rimarcare il fatto che aveva ragione lei, o per convincersi d'esser stata convincente. Mozzicava la "sc", mentre lo diceva. Aveva sempre parlato troppo veloce, però mi piaceva ascoltarla, anche quando non la capivo. Suonava sempre come una novità, sentirla parlare.

"Cioè - continuò - alla fine è tutto così netto? Ci sono anche le mezze misure. Non è che o è bianco o è nero. Capisci?".

"Capisci?" le risposi io, facendole il verso.

"La pianti?" disse ridendo.

Ci baciammo. Per quanti minuti, non lo so. Il temporale aveva cominciato il suo concerto, intanto. Bum bum bum.

"Ho freddo" disse lei, e si coprì.

"Io no".

Spensi la luce, erano quasi le tre. Eppure non era noioso, parlare con lei. Non lo era affatto. E nonostante la notte prima fosse stato tutto identico, non mi sentivo stanco.

"E' strano, dormire qui" mi disse.

"Perché?" le chiesi.

"Vuol dire mostrare il fianco".

"Cioè?"

"Togliere la corazza. Vuol dire rimanere senza difese. Vuol dire che non hai più modo per difenderti. Capisci?".

"Credo di sì - risposi, ed era vero - ma c'è ancora una cosa che non mi hai detto".

"Quale?".

"Perché sei qui?".

"Non so spiegarlo".

"E' difficile descrivere una cosa che non si sa perché sia così, ma è".

"Sì, una specie".

"Puoi solo prenderla per ciò che è".

"Ed è un bene una cosa che non si può descrivere?".

"Sì - dissi io - se non è descrivibile, non vuol dire che non sia male".

"Mi inquieti, tu" disse sorridendo.

"E perché ti inquieto?" risposi io, e ridevo apertamente.

Continuammo a parlare, altre ore. Il temporale continuava: avrei
sognato me al centro di una città che edificio dopo edificio esplodeva.

Si strinse a me. La notte scorreva.

Non avremmo saputo descrivere tutto quello che stavamo vivendo, e forse non avremmo mai provato a farlo: ci bastava così.

"Buonanotte" fu l'ultima parola che dicemmo, prima d'addormentarci.

- da uno scritto di qualche tempo fa -

2 commenti:

Sara ha detto...

mi piace tantissimo perchè sembra la descrizione di un scena vissuta recentemente.. è la prima volta ed è bellissimo

fRa ha detto...

Grazie Sara per i tuoi complimenti.