martedì, giugno 22, 2010

Farne a meno - Beatrice part 39

Ad ogni modo, anche quella parentesi finì. Parigi, s'intende, con il suo carico di distanza, di nostalgia, di pianti, di paure e di una crescita. Beatrice tornò. Quando tornò, trovò ad aspettarla casa sua, la sua moto e Oscar. Di Oscar aveva capito di poterne fare a meno da un po', e glielo disse appena arrivata a casa.

Lui non la prese bene. E, se devo dirla tutta, neanche io.

Perché quello era il segno che Bea era definitivamente libera. Lo capii quando le parlai per la prima volta dal vivo. Era viva, vera. Parlava senza quella vibrazione al fondo della voce che banalizzava la sua tensione nell'esporsi. Era come se fosse una persona nuova, e in effetti, a prescindere dal leggero accento francese che le era rimasto, era proprio così.

Aveva superato la sua linea di confine. Era entrata in nuovo mondo, o forse era semplicemente tornata in quello che le competeva.

Si cominciò a staccare da tutto ciò che era prima. Cominciò a prendere la vita con sicurezza, non spaventandosi più per la differenza fra le sue aspettative e ciò che il mondo le restituiva.

Era come se la vera Bea fosse rimasta stipata in un cassetto, e fosse uscita tutto d'un colpo. Io che sono il cantore di questa storia, mi chiedo come sia stato quel momento tante volte.

Mi chiedo come possa essersi rivelato un cambiamento che, se da un lato mi restituiva una persona nuova e più forte, dall'altro mi toglieva una rarità: la sua semplice debolezza.


Perché è come quando trovi una cosa che è genuina, no? Senza contaminazioni.

Talvolta la forza è dopata, mentre la fragilità di una persona è vera, cristallina, ammalia perché innocente, infantile forse.
Quando Bea tornò da Parigi, per certi versi non era più Bea.

E mano a mano che i giorni passavano, io mi sentivo sempre più distante da lei, fino a che non mi resi conto che forse, era proprio così che doveva andare.

Sentirla più distante era giusto, perché in fondo ciò che c'aveva unito era stata quella debolezza che m'aveva trascinato sempre più nel suo mondo, fino a trasformarmi ad amico fedele e silente amante platonico.


La domanda che mi sono posto tante volte è se tutto questo avesse un senso. Più che sbagliato, l'ho definito ingiusto. Ma come ci si può ribellare quando l'altro sceglie per sè la via che ritiene più giusta. La prova d'amore più grande, forse, è proprio l'accettare che l'altro sia cambiato.


Ha un senso? Sì, in questi termini sì. Ma ne sarei riuscito a fare a meno? Di tutto quello che era stato il parlarle, il sognarla, che oggi non sarebbe mai più come prima, proprio per il suo essere tornata, dopo tempo, diversa, quasi fredda nel suo essere decisa e sicura di sè. Beninteso, non era diventata un cyborg. Questa percezione la notai fra le pieghe del tempo che ci passavo insieme, da uno sguardo che non era più lo stesso, dai suoi silenzi che se prima erano carichi di dubbi, ora erano solo silenzi di riflessione sul cosa fare per prima.

Bea non era più Bea, o forse lo era ancora, ma distillata in una corazza invisibile che finalmente era riuscita a costruirsi addosso.
Che dire? Che la sua storia s'avvia alla conclusione. E voi che state là, vi chiederete come. Senza scene madri, non temete.

Anzi. Si può dire che tutto questo abbia anche un lieto fine, che ovviamente vado a raccontarvi.

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