mercoledì, giugno 02, 2010

In attesa - Beatrice part 37

Tutte le parole, i discorsi al telefono, i racconti, non bastavano.

Avevo voglia di vederla. Di stare insieme a lei, come capitava quando era a casa.

Non di rado la sentivo in chat, via mail, al telefono, e poi avvertivo quell'amaro senso di sconfitta quando il tempo finiva e dovevamo salutarci.

Si congedava sempre con quel suo modo, che non era una sola sensazione, era molto di più. Il tono di voce, o il rumore che avvertivo intorno a lei, o anche il silenzio. E quel senso d'abbandono, mentre senti che arriva il distacco.

Il mondo non mi sarebbe mai bastato, guardando quei momenti. Momenti che mi facevano vivere un misto di dolore e rabbia, perché avrei voluto contenere tutto il mio essere, avrei voluto godere di quei momenti esattamente come quando li vivevo.

Ma come vuoi vivere di ricordi, quando un gesto diventa necessario? Quando una voce, un odore, un'espressione, diventano indispensabili? Quando sai d'aver toccato il massimo e ora t'aspetta la discesa?

Quando Beatrice tornò, capii cosa voleva dire. Ma non voglio raccontarvelo ora, perché in fondo tutto quel senso di solitudine cominciai a capirlo proprio quando lei non c'era. Cominciai a comprenderlo solo quando effettivamente i nostri contatti si limitavano, rari, a sprazzi nell'arco del giorno o della note.

E tanto erano forti, tanto più soffrivo per il dopo.

Avrei voluto dare il massimo, per ciò che potevo. Trasmettere sicurezza, quiete, facendole capire che quando non avrebbe più trovato la forza per star lì, sarei stato io a infondergliela.

Eppure, certe sere a spuntare c'era solo il dolore e la mia insicurezza. Solo la mia difficoltà a rispettare l'ordine del tempo e delle cose.

Lei forse lo percepiva, quel senso, eppure non mi incolpava per quello. Forse perché lo sentiva anche lei, quello strano senso di quando non fai altro che attendere che ritorni una persona.

Perché poi, in fondo, solo di quello si trattava: del fatto che ogni contatto non fosse che un punto, e io mi muovevo fra questi. Cercando di unirli, di moltiplicarli, di fare in modo che un giorno diventassero una solida retta. Uno sforzo che facevo perché sapevo che quell'attesa era lancinante, esattamente come era lancinante l'intensità dei sentimenti che provavo e che percepivo, ora che lei era distante da me.

1 commento:

°_Fede_° ha detto...

l'attesa ..crea già una linea retta ..si nasconde dietro i punti o le cose più facili da vedere..la cosa che rende l'attesa ancor più devastante o forse più emozionante.. è scoprire che quella linea è destinata a non avere fine.