sabato, giugno 26, 2010

Una storia - Life in Technicolor part 112

Il centro di Torino trovavo che fosse dinamico. Il venerdì piazza Vittorio o Quadrilatero condensavano tutti gli stili, i comportamenti, l'eccitazione, la voglia di vivere di quelli come me. Ed era per quello che ci andavo.

Perché tutta quella condensa si raccoglieva fondendosi in una sorta di atmosfera cui non sapevo dare nome.

Avrei potuto chiamarla banalmente "movida", ma sarebbe bastato? No, forse no. Avrei potuto chiamarla "divertimento", ma in fondo non era corretto nemmeno quello. Avrei potuto chiamarla semplicemente "Torino by night" manco fossi un p.r., ma non era neanche Torino, anche se Torino era il palcoscenico migliore.
Sarà. Comunque quell'atmosfera mi piaceva. Scemava mano a mano che uscivi fuori dalla città e tornavi verso casa, in periferia.

Quando le macchine diventavano sempre meno, il traffico si diradava, il rumore diminuiva, sembrava che quell'atmosfera scemasse fino a scomparire. Come se tornassi sulla Terra. O forse, come se uscissi dal grande salone delle feste dell'oratorio.


Un senso amplificato dal fatto che in centro andavo sempre per cercare, e puntualmente non trovavo. E se prima di conoscerla, quel qualcosa non sapevo bene cosa fosse (Divertimento? Serate originali? Donne? Niente di tutto questo), ora che l'avevo conosciuta, tutto si riduceva alla speranza di rincontrarla.

E quando tornavo, e puntualmente non la incontravo, avevo la sensazione d'aver buttato un'altra serata: ma se non fossi andato, l'avrei buttata ugualmente? Perché il senso era quello.
Quel venerdì fu tutto uguale. Prendi la macchina - trovati con gli altri - parti - fai la radiale - prendi corso Massimo - gira in corso Vittorio - gira in via San Massimo - cerca parcheggio - trova parcheggio dopo 2 ore - parcheggia - chiudi la macchina - incamminati verso piazza Vittorio - arriva in Rumeria. Tutto uguale: io, Marco, Albi e Beppe.

Partimmo sereni, come al solito. Avevamo le idee chiare.


Alla Rumeria tappa fissa, Storm a 3 euro e 50 e chupito a 1 euro e 50, anche aromatizzati. L'ideale per chi aveva voglia di non star troppo lì a riflettere. Soprattutto quando eravamo solo maschi. Come al solito. Prendemmo il chupito e poi prendemmo la birra.

"Andiamo al Lab" disse Albi. E via, con bicchiere in mano camminata sull'altro lato della piazza.

Marco aveva la solita faccia assonnata. Sapevo perché aveva smesso di dormire, e mi ci rivedevo. Anche lui sapeva cosa andavo cercando in centro, e forse in me vedeva la stessa faccia scoglionata, anche se tenevo botta meglio di lui.
Arrivammo al Lab. Battute, le solite, anche se replicate all'infinito ridemmo come pazzi comunque.

Ma ecco che mi riprese quel gesto. Quel senso. Cominciai di nuovo a guardarmi intorno. E ogni minuto che passava, cercavo con lo sguardo fra la gente, sempre più.
La birra finì. "Oh, chupito?" era sempre Albi a proporre. "A 'sto giro alle Arcate" risposi io. "Alle Arcate finisce alle pezze" disse Marco. "Meglio" disse Beppe. Scendemmo ai Murazzi. L'ultima volta che l'avevo vista era stato là. Ormai era compulsivo, la cercavo ovunque.

Ma lei, non c'era.
Arrivammo alle Arcate, dove i chupito costano un euro. Il buttafuori mi fermò e mi disse che ci andava la tessera Erasmus per entrare.

"Tutta quella gente ha fatto l'Erasmus?" gli chiesi io.
"Eh, però non potete entrare, mi spiace, ordini dei Muri, faccio entrare solo quelli che conosco".
"Non mi fai entrare solo perché ho la carnagione scura e la testa rasata" gli risposi.
"Ma va, che cazzo dici - mi dice lui, e quasi s'agita - a me di marocchini o di italiani non mi cambia un cazzo".


Beppe mi prese e mi spostò, cercando di farmi andare all'Alcatraz. Io mi fermai, e mi misi a parlare, facendomi sentire. Indicai, mentre parlavo. "Non mi fa entrare perché pensa sono un marocchino". Il buttafuori mi guardò.

Mi chiamò li vicino. M'avvicinai.

"Siete solo maschi, non fate casino".

"Entro, ci facciamo un chupito e usciamo" gli risposi.


Entrammo.

Andiamo al banco, brindammo a 'sto cazzo come al solito, che vuol dire tutto e non vuol dir niente, ma tanto ormai che ci fregava, stavamo già sulla buona strada. Altri 4 giri, ogni giro offerto da un altro.

E' sempre così, "alle pezze".
Passarono due tipe, un paio di mesi prima io Beppe e Marco le avevamo conosciute proprio lì. Ci guardarono, le guardammo. B
eppe sorrise, voleva andarci.


"Beppe, sono due zoccole" dissi. Scoppiò a ridere.

Albi chiese che si faceva. Alle Arcate la gente ballava, era pieno. Faceva caldo.

"Usciamo?" disse Marco.

"Andiamo da Giancarlo" dissi io.

E gli altri capirono subito il perché.
Uscimmo, salutai il buttafuori che mi sorrise. E mentre ci incamminavamo verso Giancarlo, pensai che magari era già là.

A che serviva, non so. Però ci pensavo, mentre mi guardavo intorno.


L'odore di fumo. La puzza del Po. I Murazzi: quante volte ci sono passato e ho pensato che è tutto caotico? Eppure ci torno sempre, come ci tornai quella sera, e ogni volta è così, sempre uguale.
Arrivammo da Giancarlo.

Dissi a Beppe di mettersi prima lui, così non ci fermavano come alle Arcate. Entrammo senza che ci chiedessero la tessera.


Andai ai bagni. L'ultima volta che l'avevo vista c'eravamo fermati a fare la coda ai cessi, c'era degenero. L'avevo abbracciata, mentre eravamo in coda.
Quella sera, invece, era vuoto. Andai in pista. La pista mezza piena. Uno con la giacca e la camicia ballava in modo ridicolo, e mi chiesi se non avesse caldo. Non c'era. Gli altri mi aspettavano fuori, Albi aveva preso un negroni, Beppe un martini lemon. Uscii. Ci sedemmo un attimo.

"Oh, per me ce ne possiamo pure andare" dissi.

"Panino da Gino?" chiese Albi. La risposta fu ovvia, esattamente come tutti gli altri venerdì sera. Ci incamminammo per i Murazzi, la gente era sempre uguale e io mi guardavo sempre intorno. Arrivammo alla macchina, uscimmo dal centro. Solita strada, tappa al CTO.

Il paninaro dei sogni, Gino Panino, il miglior panino notturno della storia, era là ad aspettarci. 5 euro con salsiccia, scamorza e salsiccia, comprensivo salsa.

Arrivò anche Simo, che quella sera era con altri, ma al panino non rinuncia mai.
Ordinammo. Un altro gruppo di ragazzi ordinò un panino con salsiccia cruda, per scommessa uno doveva mangiarselo senza sè senza ma.

Ridemmo mentre Davide, il figlio di Gino, riempiva il pane di senape, cipolle, peperoni, salsa piccante e funghi sporcando quel pezzo di carne cruda.

Alla fine, gli regalai anche una sigaretta, al tipo che aveva mangiato quella roba.


Intanto avevo smesso di guardarmi intorno, il panino era finito. E mentre tornavamo a casa, quell'atmosfera era ormai alle spalle.

Il centro di Torino, piazza Vittorio, i Murazzi. Cercare qualcosa che sei convinto ci sia e invece non c'è. Guardarti intorno alla ricerca di una persona che non trovi. Forse lei era solo il motivo che doveva spingermi a cambiare vita. In fondo, anche quella sera non l'avevo trovata. Anche quel venerdì s'era risolto con un ritorno disilluso.

"Beh, comunque stasera mi sono divertito" disse Albi.

Marco sorrise, sorrideva poco in quel periodo ma sorrise perché anche lui, alla fine, aveva smesso di pensare un po' ai cazzi suoi.
Beppe fece la sua solita risata.

E mentre li accompagnavo a casa, alla fine mi resi conto che quella roba che si trova solo nel centro di Torino, il venerdì sera, ce l'eravamo portata a casa.


Anche se era tempo di cambiare. Anche se era tempo di smettere di fare quel circulo di alcool e locali. Anche se la fine del tempo forse stava arrivando ed era solo tempo d'accorgersene. Anche quella sera, intanto, non l'avevo trovata.

Non la vedevo da troppo tempo, in fondo. Era triste, sicuramente.

Provai a ripensare alla birra alle risate ai chupito ai Murazzi al buttafuori agli amici che comunque il venerdì ci sono sempre.


Arrivai a casa. Spuntò il senso d'aver buttato un'altra serata.

Mi misi a dormire.

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