lunedì, luglio 26, 2010

Indugiare - Beatrice part 41

D'altronde, come fai a vedere la parte bella di una fine, se tu sei quello che perde tutto? Certo, ti rimane la gioia dell'altro - in questo caso dell'altra - ma non è così semplice immergersi in un mondo dove tutto il tuo amore non c'è più.

Sganciarsi. Ma Beatrice, Beatrice... Rimaneva. Era sempre al centro dei miei pensieri. E anche se suona banale, detto così, è ciò che risulta essere vero.

Indugiavo ogni volta anche solo che la pensavo. Indugiavo nei ricordi, indugiavo nel pensarla, indugiavo soltanto a guardarla quando, nel caso, la incontravo e lei continuava a sorridermi, come aveva sempre fatto.

E mi sentiva lontano, o forse neanche se ne accorgeva. Io mi sforzavo di starle lontano, era distruttivo per me avvicinarmi. Ma la vedevo così felice. La vedevo libera, sempre più libera, dalle sue paure, da quelle parole che le avevano reciso la felicità, molti anni prima.

Questo è quello che capitò, di fatto. Perché poi, alla fine, il tutto si riduce a un episodio.

Quel famoso spettacolo, dove lei, da sola, parlò di sè a un pubblico che ne seguì le gesta e la applaudì per quella storia, quella che vi sto raccontando.


Lei mi invitò. Mi mandò un biglietto, ovvio, come è tradizione in tutte le storie che hanno aspetti così banali da suonare originali. Mi scrisse che ci avrebbe tenuto perché tutto non sarebbe stato possibile se non ci fossi stato io. Che, anche rinunciando ai miei sogni, le avevo permesso di non sentire il peso di un amore che non doveva essere, e contemporaneamente le avevo tolto quel sostegno che aveva caratterizzato la nostra... storia, posso chiamarla così? Boh.

Questa storia, in fondo, si può concludere qui. Non vi dirò se a quello spettacolo ci sono andato oppure no, perché potrebbe in entrambi i casi far capire la cosa sbagliata.

Rimane che cosa pensavo prima: pensavo che io Beatrice avrei potuto amarla e basta. Non avrei potuto fare altro, per lei, che darle tutto ciò che avevo. Non potevo essere per lei parziale, perché lei per me era sogno ed era verità. Possesso, passione, dolore, e speranza. Orizzonti e il punto dove rimanevo fermo, la strada che ancora avevo da percorrere e il secondo appena trascorso. Beatrice era tutto, sul serio. Lo è ancora adesso, dopo lo spettacolo in cui ha raccontato di lei, dopo che mi ha chiesto di sparire e, nella sua leggerezza, è tornata per chiedermi di riapparire.

Senza comprendere che dolore sia stato, il confrontarmi con lo squilibrio di doverla amare a metà. Di vederla come quella che non riuscivo a vedere, una delle tante.

La cosa sono sicuro, è che lei l'abbia sempre saputo. Di cosa sia stata per me, di cosa sia per me. Forse ha anche un po' giocato, non so. Forse ha indugiato anche lei, o forse s'aspettava che io facessi qualcosa di diverso, che ammirarla e basta. Sicuro, anzi: di questo sono sicuro.

Quello spettacolo, è il lieto fine. Beatrice è salita sul palco e ha detto al mondo di esserci. Di esserci lei, con una sicurezza rinnovata e un nuovo modo di affrontare la vita e ciò che orbita in essa. Di esserci senza paure, ho detto. Di essere viva, senza che niente potesse farla sentire nuovamente in una stasi senza fine.

Ecco, quando quello spettacolo è finito, ho capito che qualcosa era cambiato veramente.

Il mio racconto, per questo lo voglio chiudere qui. Rimanendo sul vago di un momento importante, senza dirvi che cosa sia effettivamente successo quella sera in teatro. Se io ero là con lei, o se ho scelto di non scegliere, di non ripropormi come una figura che potesse essere per lei il tutto.

Non ve lo dirò, lo ribadisco. Perché ognuno fa la sua strada e questa storia non vuole essere un insegnamento, ma solo un racconto. Di una persona speciale, che ho considerato fra le più importanti, e tale la considero ancora oggi. Di una persona che mi ha dato così tanto da non saper forse quanta fatica abbia fatto, e faccio ancora oggi, a tenermi tutto dentro.

Beatrice, in fondo, è stata protagonista dei miei sogni per tanto tempo. E questa storia si conclude con il lieto fine spaesato e nebuloso della domanda, se quei sogni siano divenuti realtà.

Facciate finta che lo siano, o anzi, facciate finta che non sia successo nulla e che quei sogni siano morti.

Facciate in modo che questa storia la possiate immaginare voi, come preferite. Con il vostro lieto fine, con me e Beatrice e un futuro che, se per noi è scritto in un senso o nell'altro, per voi è da scrivere.

Scrivetelo, se vi siete appassionati. Ditelo, se volete pensarlo.

E poi, vivetelo, quel futuro.

Perché per tutti c'è una Beatrice, come c'è stata per me. Come c'è per me, mentre la guardo, indugiando, stupito, impaurito. Pronto ad affrontare io le mie paure, per cercare di avere quell'amore, il suo amore, che è stata e sarà la più bella cosa mi sia mai capitata.


Senza indugiare. Perché vivere un sogno così, ne vale la pena. Lo sapete anche voi, mentre ascoltate queste mie ultime parole, di una storia così banale, da suonare così originale...

- fine -

sabato, luglio 24, 2010

Il punto della situazione - Life in Technicolor part 118

Oggi a Torino c'è il sole. Ovvio, è luglio. C'è aria, è fresco.

Ci sono poche macchine in giro. Anche di gente sulla strada, sembra essercene meno. Immagino che anche in centro sia così.

Oggi ho fumato una sigaretta. Ho preso un caffè, ho pranzato con un piatto di pomodori e un bicchiere di vino. Ho anche mangiato qualche Gocciola, i biscotti. Ho lavato i piatti e provato a dormire un po'.

Quello che sto vivendo è uno di quei giorni introspettivi. Uno di quei giorni un po' senza nulla di rigido. Melliflui. Uno di quei giorni che subisci e non attacchi.

C'è del vero, quando si dice che tirare le somme può aiutare. Tracciare una linea e cominciare a fare i conti di quanto hai fatto fino ad adesso. Verificare il guadagnato e il perduto. Comprendere quello che hai sbagliato e quello che hai scelto di fare bene.

Oggi è uno di quei giorni dove non c'è male a guardarsi dentro. A comprendere veramente come si è arrivati fino dove si è.

Tirare le somme è attività di precisione, sopraffina. Ci va oltre che la capacità di contare anche la minuzia nel metter in modo corretto i numeri, anche se mutando l'ordine degli addendi il risultato non cambia.

E allora, prendo carta e penna e comincio a farlo, cercando di addizionare, o sottrarre, ciò che mi pare più logico aggiungere e togliere. Con solerzia, con onestà. Anche con qualche rammarico e qualche soddisfazione.

Ed ecco che il quadro è compiuto. Il punto della situazione salta fuori, completo. Con quello in mano, puoi fare le scelte con più praticità. Perché sai da dove partire.

Oggi è sabato e faccio i conti. Tiro giù una lista e metto in ordine i pro e i contro. Metto in ordine introspezioni ed esaltazioni, poi sapori e desideri, e infine, realtà e fantasia.

Il risultato è la prossima tappa da raggiungere. Con moderato ottimismo, perché nel punto della situazione salta sempre fuori il motivo che ti ha portato a sbagliare ciò che hai fallato.

E questo, è già un buon punto di partenza.

Oggi è sabato, è luglio, piena estate, molti miei amici sono già in ferie, altri partiranno fra poco, altri non partiranno proprio. Oggi c'è il sole, c'è aria, è tutto ovattato e silenzioso.

Non è male, il mondo, visto da qui.

martedì, luglio 20, 2010

The Dark Knight - Life in Technicolor part 117

Ieri ero stato colpito. Mi sentivo affondato.

Come l'ammiraglia da 5 quadratini a battaglia navale. Il colpo lo sentivo mortale.

Poi il giorno è trascorso e il dolore è mutato. S'è trasformato sotto i miei occhi. E' divenuto altro.

Consapevolezza, mettiamola così. O forse decisione. O forse, e questo ancora più mi colpisce, determinazione.

Ieri ho parlato di purezza. L'ho maledetta andando a toccare le corde più sensibili di ciò che sono. Mi sono maledetto perché essere così fa male, così fottutamente buono.

Poi m'è venuto in mente un film: The Dark Knight. Ultimamente ho formulato una personalissima teoria su quel film, sulla perfezione di quei due personaggi che si muovono nella trama, il Jocker e Batman. Uno è il Male, assoluto e perfetto. L'altro, l'Eroe. Incorruttibile, pronto al sacrificio, anche a uccidere la propria esistenza per proteggere l'idea che il Male non può vincere. Anche a costo di sacrificare la giustizia dell'apparire per ciò che si è. Andando contro a tutto.

"It's not about what I want! It's about what's fair! You thought we could be decent men in an indecent time. You thought we could lead by example. You thought the rules could be bent but not break...you were wrong! The world is cruel. And the only morality in a cruel world is chance. Unbiased. Unprejudiced. Fair."

Il sacrificio. Costa tanto, costa sempre. Costa tutto, talvolta. E soprattutto, lascia strascichi.

Ma il sacrificio è sempre in nome di qualcosa di più nobile. Lascia spazio solo al senso di pienezza, che è proprio ciò che cerco. Il dolore non conta. Conta la Giustizia, la bellezza di apparire malvagio quando sai che sei tu quello che sta compiendo il passo più lineare, più fluido, più giusto.

"People are dying, Alfred. What would you have me do?"

Quando la tua fuga è solo apparente. Quando in realtà ti devi nascondere nell'oscurità non perché sia il tuo elemento, ma perché la luce non è ancora pronta ad accoglierti. Quando la notte t'accoglie meglio del giorno, perché saprà nasconderti agli occhi di chi non capisce. Di chi non comprende perché ti muova agile e arrogante, forte e determinato, talvolta crudele nel tuo essere risoluto.

"
Killing is making a choice..."

Tu però non uccidi. Tu combatti solo. Hai delle regole, come Batman. E quelle regole sono ferree, sennò verrebbe meno la tua lotta. Verrebbe meno lo stesso gesto di lottare. Perché saresti come tutti gli altri, anche se gli altri combattono alla luce del sole. Perderesti la purezza.

"
I don't wanna kill you! What would I do without you? Go back to ripping off Mob dealers? No, no… no! No, you… you… complete… me."

Oggi ho insultato la purezza e me ne sono pentito. Perché se è vero che siamo ciò che dobbiamo essere, anzi no, se è vero che diveniamo ciò che siamo, non possiamo prescindere da quello che c'è dentro di noi. E se io ho scelto di essere me stesso, allora non posso cambiare per paura del dolore.

Anche se quella scelta mi condurrà alla notte. Mi porterà a muovermi fino a quando la notte sarà nel suo punto più nera, e l'alba sarà prossima, nascosto per paura che il mondo non possa comprendermi. Temuto e odiato, perché avrò compiuto una scelta fino in fondo coerente.

"
The night is darkest just before the dawn. [...]"

Ho avuto paura, ho ceduto, ho creduto che fosse la soluzione. Ma no, non è così. Anzi, è l'esatto opposto. L'esatta sconfitta è uccidere il Jocker. Diventare come lui. Cedere alla tentazione di battere il Male con le sue armi. Fare un grande Bene compiendo un Male considerato ammissibile.

Io non sono questo. Preferisco essere accolto nella città come reietto, ultimo esemplare di una specie destinata a scomparire, che diventare come tutto il resto del mondo. Fatelo voi l'Harvey Dent della situazione. Diventate voi Two Faces. Scendete voi a compromessi con il dolore. Se vi va, ovvio.


"[...]
And I promise you, the dawn is coming."

Io no, io preferisco vivere. Vivere come dico io. Vivere secondo le mie regole, che mi sono dato nel cammino che ho lasciato alle spalle e che mi ricorda che tutto vige perché è destinato a un'Armonia. E pazienza se questo conduce inevitabilmente a un sacrificio, che è quello di rivedersi ogni giorno nel dolore.

Oggi è mezzanotte.36 e poche ore fa scrivevo che la Purezza poteva andarsene a 'fanculo. Oggi è un nuovo giorno e chiedo scusa alla Purezza, perché era la rabbia a parlare e non io. Era il mio dolore, e oggi non voglio più cedere.

A costo di cavalcare la notte, di nascondermi prima che l'alba spunti, di farmi cacciare dal dolore e da chi non capisce...

"Because he's the hero Gotham deserves, but not the one it needs right now. So, we'll hunt him, because he can take it. Because he's not our hero. He's a silent guardian. A watchful protector. A Dark Knight."
.

- N.B. I virgolettati sono battute estratte dal film -

lunedì, luglio 19, 2010

Purezza - Life in Technicolor part 116

Ogni giorno scegliamo. Di essere qualcosa, per noi stessi e per gli altri. Per chi ci conosce e anche per chi non ha ancora avuto il piacere.

Ogni giorno decidiamo. Di parlare e di amare, di vivere e uccidere, a seconda dello stato delle cose e della percezione di ciò che ci circonda.

Ogni giorno parliamo. Alcuni scrivono, altri mentono. Qualcuno scolpisce con ogni gesto nella roccia, altri alitano sul vetro sperando che questo rimanga.

Tutto è inficiato. Dal nostro essere, dal nostro pensiero, dalle nostre azioni. Dalla nostra volontà, che può essere ferrea e liquida, allo stesso tempo o in momenti diversi. Che può trasformarsi in attimi o rimanere granitica per anni e smentirsi quando tutto era stato dato per assodato.

Mi odio. Non mi sopporto, nella mia scelta intransigente d'esser lineare. Mi odio per l'essere sincero, mi odio per aver scelto di non cedere ai compromessi dell'Amore e dell'Indifferenza. Mi odio per quella fottuta freccia che mi indica sempre un senso unico: mantieni la parola, prima di tutto in ciò che provi.

E' doloroso, stamattina, svegliarsi. Fa male camminare in una Torino più fresca e fa male osservarla, come al solito, bella e indifferente. Fa male la quotidianità, cazzo, se mi fa male. Tutto a causa mia. Sono in una stanza buia e guardo fuori il mondo colorato. Fuori si costruisce, io sono chiuso fra quattro mura e non riesco a liberarmi.

"Liberaci dal male" si recita in una preghiera. Un'invocazione che se applicata da tutti diverrebbe un ottimo esercizio introspettivo. "Liberaci dalla purezza" è una bestemmia, perché come può essere la purezza il problema? Come può essere la voglia di non cedere all'abbandono della menzogna, la soluzione?

Eppure è così, la via più semplice ogni volta, ogni fottutissima volta, si erge come monolito di fronte a ognuno di noi. Un Moloch mostruoso e contemporaneamente in grado d'assicurare quello che tutti sognano: "Non soffrirai, mai più".

Spezzami il cuore, purezza. Spezzami il cuore, coerenza. Rendimi debole e dubbioso, trascinami di nuovo nella polvere, fai di me l'ennesimo zerbino. In fondo, è colpa tua se oggi di nuovo mi alzo e maledico l'alba.

Ogni volta che ho scelto, l'ho fatto con il cuore. L'ho fatto mettendo al centro l'onestà intellettuale e la voglia di preservare la bellezza dell'Amore più puro. Sembrano paroloni, ma vi assicuro che non è così. Ho sempre pensato che la vera Via fosse il non scendere a compromessi, prima di tutto con la propria volontà. Scendere a patti con i demoni che ti intimano di piegarti ai difetti, e non d'elevarti l'Oltre.

Perché devo sempre pagare? Perché devo sempre io a versare l'obolo? E perché, soprattutto, puntualmente quando il mio sforzo è di rendere tutto pulito, senza ombre?

E allora vaffanculo. Vaffanculo alla purezza, vaffanculo all'impudicizia. Vaffanculo al mondo e vaffanculo alla gente, che se ne fotte come direbbe un mio amico, "in allegria e in simpatia".

Vaffanculo al mio cuore, vaffanculo al mio amore. Vaffanculo a questi anni di ricerca, vaffanculo alla disillusione di riscoprirsi deboli, vaffanculo alle mie lacrime e alla becera illusione di essere forti. Vaffanculo alle storie che vorrei scrivere, vaffanculo alla vocazione, vaffanculo alla mega chiamata divina: "Stai al mondo anche per questo", vaffanculo alle imprecazioni e 'fanculo anche alle preghiere, vaffanculo a un elenco banale come questo, vaffanculo alla musicalità dell'Amore e al volo pindarico leggero fino a che ti schianti su una parete, vaffanculo ai treni in arrivo e a quelli in partenza, vaffanculo a casa mia che oggi è svuotata, più di ieri vaffanculo ai ricatti morali, vaffanculo al mondo vampiro e alle concessioni demaniali e dell'anima, vaffanculo alle mie mani e ai miei pensieri, ma soprattutto alle rotte che ho tracciato.

Vaffanculo a te che pensi d'esser forte e non lo sei (perché non lo sei), vaffanculo al dolore procurato di proposito e a quello che non vuole esser concesso a costo di mangiarselo a forza e ingerirlo senza pudore.

Vaffanculo, sì. Urlato, rabbioso, in una strada del centro di Torino camminando mentre cerco l'ennesimo motivo per tirarmi in piedi e non trovarne. Solo, perché troppo puro, o forse perché troppo coglione per rendermi conto che nessuno ti deve una spiegazione, in fondo.

E allora la rabbia sale, la sento pura. La sento vera. Porco cazzo, è proprio così.

Non mi sento meglio, dopo tutto questo, dopo aver insultato me e ciò in cui credo. Sento solo un vuoto che non mi dà pace. Voglio pace, Cristo Santo. Voglio pace.

Chiunque mi stia ascoltando, ti prego. Trasformami in un mostro o fammi trovare la serenità. Voglio purezza, e la voglio sempre. Lasciami il dubbio che il mondo possa accettarla, ma non togliermi ogni certezza facendo sì che quella purezza mi porti sempre alla scelta più autodistruttiva.

Preservami, te ne prego. Preserva tutti, ma oggi la preghiera la rivolgo per me.

Oggi che ho di nuovo passato il segno, e sono solo le 9.01. Oggi che ho di nuovo superato un limite che credevo di non riuscire a sorpassare, quello della disillusione.

Voglio continuare a credere nella purezza, ma Dio, quanto è difficile.

martedì, luglio 13, 2010

Lettera a un illustre sconosciuto - L. i. T. part 115

Gentile Futuro,

Lei è una di quelle figure misteriose che mi hanno sempre affascinato. Mi ha sempre colpito il Suo modo di fare, sornione e quieto, silenzioso e inarrestabile.

Sa, Lei si può tranquillamente definire il gran signore del tempo. Anzi, no: il Gran Signore del Tempo, tutto maiuscolo, dato che in fondo è quello che aspettano tutti.

Lei, caro Futuro, è uno di quelli che amano farsi aspettare, vero? Di fatto, quando arriva, non è più Lei. E' come se si cambiasse d'abito, anzi, direi che è proprio così.

Quando si presenta a una festa, infatti, La annunciano come Futuro. Poi però Lei, che è un furbetto, entra e urla: "Ciao a tutti, sono il Presente!".

Bella cosa, farsi aspettare in un modo, e poi farsi trovare in tutt'altro! Lei illude, caro mio! E non sa quanto possa essere brutto, illudersi.

Sa, m'è stata recentemente mossa l'accusa di pensare troppo alla Sua persona. Devo ammetterlo, la Sua presenza m'inquieta. In fondo, proprio perché è veramente impossibile conoscerLa di persona (per i motivi suddetti, in primis), ma non solo.

Lei inquieta perché rimane perennemente sullo sfondo, e riesce a non farsi vedere mai. Questo comporta che non vi sia un modo per prenderLe le misure, limitare il Suo apporto sul presente e le relative paure che una Sua venuta repentina comporta.


Mi spiego. La gente ha paura di Lei. Di solito, si butta a capofitto sul Presente (che poi è sempre lei, paradossalmente) senza pensare alle conseguenze, ossia a cosa capiterà quando busserà alla porta. Non si pensa al Futuro perché è distante, anche se Lei è dietro l'angolo. Non si deve pensare al Futuro, si rischia di bruciare ciò che è immediatezza.

Sa, io sono molto critico su questa posizione. Perché per quanto si possa dire, fa più paura la Sua non-forma che la definizione che può vantare, per dire, il Passato.

Il signor Passato, che è noto in tutte le sue declinazioni, che è come il Re Nudo del famoso paradosso, ecco, quello fa paura ma è facilmente allontanabile. O meglio, si può combattere, perché è noto: è solo questione di scegliere di prenderLo e lasciarselo alle spalle definitivamente.

E in questo il signor Passato è gentile, essendo appunto già andato via è solo questione di forza di volontà.


Con Lei non c'è contromisura, Futuro! Lei è un vigliacco! Non si mostra se non con il Presente davanti! Sfrutta il Suo fascino da tenebroso per ammaliare le persone, che, in trepidazione per la Sua venuta, non fanno altro che prepararsi al Suo arrivo. E il più delle volte, quando scoprono che è talmente vigliacco da non indossare neanche i Suoi abiti naturali, rimangono deluse!

Lei si dovrebbe vergognare, Futuro. Sa benissimo d'essere l'ossessione di giovani uomini e giovani donne, padri di famiglia e (alcuni) illuminati fra scienziati e capi di stato. Gente che lotta ogni giorno, fianco a fianco con il Presente, per far sì che la Sua venuta sia una festa. Che intende proteggerLa. Che intende rendere la Sua una vita più agevole, più bella, più facile.

E invece Lei niente. Si continua a nascondere dietro le pieghe delle scelte, senza minimamente avvisare se ha intenzione di far capolino sotto forma di tragedia o di delusione. Secondo me Lei sostiene la tesi del: "Dipende tutto da voi". E' vero, dipende tutto da noi. Ma perché, allora, se uno combatte ogni giorno per migliorarLa, poi talvolta giunge e con sorriso beffardo, dice: "Ahem, non sono come volevi tu, mi spiace". Cioè, Le pare un bell'atteggiamento?!

Ma come fa a pretendere che la gente voglia lavorare per Lei, quando il Suo è solo un aleggiare? La trovo una cosa pretestuosa e poco ortodossa, Lo sappia. E' per colpa Sua se il Presente lavora troppo e molte volte la gente ha poco tempo per goderne della compagnia.

Lei dovrebbe facilitare le cose, farsi vedere ogni tanto e avvisare di quando Le stiamo preparando la venuta che non Le piace. Darci un segno, farci capire quando le cose che compiamo sono giuste o sbagliate. Dovrebbe aiutarci, non renderci tutto difficile.

Questa missiva, badi bene, non vuol essere un insulto alla Sua persona, ma solo una richiesta di chiarimento. Essendo Lei uno sconosciuto ai più, è logico chiederle lumi sul Suo atteggiamento. E perdoni se Le ho dato del vigliacco, ma sa, per certi versi sono molto arrabbiato con Lei.

Sa, una volta Lei era sinonimo di terrore e morte e distruzione: prenda la Guerra Fredda, tutti s'aspettavano una Sua venuta foriera di dolore. Eppure Lei, furbescamente, ha preso e s'è mutato ancora, diventando ancora più nebuloso. E dire che l'uomo ha fatto di tutto per definirLa sotto forma di inverno nucleare, faccio per dire. S'è messo a costruire alleanze fra superpotenze e bombe H, solo per darLe un viso, per determinarLa.

E invece, zac! Lei è cambiato con il mutare degli eventi. Ammirevole, se fosse un fumetto sarebbe come Spiderman, veloce e inafferrabile.

Mi complimento. Conserva un fascino invidiabile nonostante non abbia età, e non voglio darLe del vecchio, dicendo così. Però qualsiasi sia il numero dei suoi anni, li porta bene. Sa cosa mi pare ancora più strano? Che nonostante il signor Passato io lo misuri in termini di decenni (quindi lo percepisco come... maturo? Direi adulto è più indicato), ecco, Lei la vedo ancora come una specie di bambino.

Curioso, non trova? Spero che lo sia veramente, così. Affettuoso, sincero, limpido. Ecco, forse è quella la speranza che ho. Che Lei sia veramente un bambino. In fondo loro, i bambini intendo, non fanno mai niente con l'intento del doppio fine. Mi piacerebbe che, quando arriverà, caro Futuro, Lei lo sappia fare con quella stessa trasparenza.

Me lo auguro, con tutto l'animo.

Speranzoso in una sua risposta, le faccio i miei più cordiali saluti. Faccia buon viaggio.

fRa

domenica, luglio 11, 2010

Stasi - Life in Technicolor part 114

Mi piace guidare. Mi è sempre piaciuto farlo, da solo, nel giorno e nella notte, con la musica ad alto volume e fottendomene se qualcuno mi vede urlare a squarciagola cantando le mille canzoni che mi piace ascoltare mentre guido.

Quando guidi, sembra che il mondo scorra intorno e ti venga a sbattere sul parabrezza, anche se tu non lo senti colpirti. La velocità sale e sale e sale e tu saliresti ancora fino a spingerti oltre il limite anche dei giri del motore, perché chiami altro scorrere, altro mondo intorno che non si ferma.

Io, almeno, la vivo così, in alcuni momenti. Mi sembra che tutto sia uno strato di colori e di cose che non si muovono se non perché in movimento, già, ci sono io.

E' la stasi del pensiero, arrivare a casa. Quando la macchina si ferma, quando hai anche rischiato oltre i limiti di velocità e le banali regole del vivere civile, quello per inciso che recita che è vietato sorpassare a destra e che quando ti hanno dato la patente hai promesso di mantenere quelle regole. Quando il mondo torna a riavvolgerti, torna quello che conosci.

Io la stasi la combatto a colpi di gocciole e viaggi in macchina, le gocciole sono i biscotti e i viaggi in macchina sono tutte quelle metafore che m'avvicinano a quel senso, quando sei veloce, quando urli e nessuno può sentirti, quando canti a squarciagola e magari ti metti pure a piangere perché non sai che ti sta capitando.

La stasi. Odio rimanere fermo, voglio correre, e correre, e correre. Voglio che il mondo diventi veloce come il mio desiderio di viverlo, vorrei poterlo fare seguendo quel senso di pienezza quando supero i 100 all'ora e sento che anche se mi sbatte addosso tutto quello che mi circonda è vivo, è vero, ma soprattutto è mio, perché posso sentirlo scorrere. Senza fermarmi, senza fottuto ritorno a casa condito da ristagno d'emozioni e lentezza senza fine.

Senza che il mondo mi senta arrivare, e mi dica: "Non puoi riuscire a contenermi tutto".

Sto cazzo, non mi basta prendermi solo il dolore, anche se è un vecchio amico.
Voglio continuare a correre.

Il mondo scorre solo se lo si vuole, non voglio arrendermi alla tristezza e alla stasi, voglio continuare a vivere come quando guido, quando le luci e i colori e la musica scorrono con me e non mi vergogno d'urlare che tutto questo mi piace, che voglio anche io diventare come quel sistema fatto di nuvole e di rumori, d'aria, suono, e luce. E' questo vivere, in fondo.

Anche se si ha una Punto come la mia.

lunedì, luglio 05, 2010

Vivere da eroe - Beatrice part 40

Un lieto fine, sì. Che non è di quelli che ti segni nel taccuino dei bei ricordi, ma che ti lascia l'amaro in bocca anche se perfetto, completamente.

Di quelli che non capisci perché la scelta giusta sia anche la più dolorosa, quella che ti costa di più.

Ma che mano a mano che s'allontana il momento in cui l'hai compiuta, si connota solo e solamente di giustizia e di verità.


Quando Beatrice tornò, scelse di scegliere. Ossia, scusate il gioco di parole, decise che ciò ch'era cominciato con la sua partenza, doveva essere compiuto.

Passando da una fase surreale in cui non riusciva a comprendere come fare a quella in cui sapeva come fare ma non comprendeva il perché.

Di mezzo c'era il panico, il terrore della solitudine e il non sapere come lasciarseli alle spalle definitivamente.

L'esperienza a Parigi l'aveva fatta crescere, nel merito delle esperienze. Anche se di notte, talvolta, aveva ancora bisogno di me, quelle telefonate fiume che v'ho raccontato, dove raccontavo per ore storie fatte di quiete e di purezza, dal contraltare al suo essere insicura nel mondo. Ne aveva bisogno di giorno, con segnali che arrivavano decisi dal nord a me, via sms, via email. I suoi racconti di quotidianità, i suoi sorrisi descritti con le parole e le emozioni trascritte alla rinfusa nelle tante volte in cui cercava un contatto.

Poi, il suo ritorno, il distacco da quella Bea, quella che aveva bisogno di me. Che aveva bisogno del mio scudo, della mia forza millantata solo per starle vicino, della sicumera che mostravo negli stralci del tempo che passavamo insieme, e che al momento del distacco, diventava stasi della mente e della voglia di vivere.

Avevo bisogno di Beatrice, perché la amavo. Perché amavo il suo bisogno di me, amavo l'esser al centro del suo mondo come riferimento, perché sentivo che senza di me avrebbe ceduto.

Era l'amore che avevo sempre inseguito, forse. Anche se sapevo che sarebbe stato sempre mutilato, dalla completezza del cerchio: io e lei, insieme, non ci saremmo mai stati. Perché lei non era innamorata di me, semplicemente.

Passarono i mesi e quel suo volersi distaccare cominciò a concretizzarsi nel tempo, nelle parole, nelle sensazioni che ogni nostro incontro mi lasciava. Era diventata indipendente.

Una sera, mi disse che avrebbe eseguito un monologo scritto da lei.

"Sarà una storia diversa dalle altre" specificò.

Le chiesi di cosa avrebbe parlato. Mi sorrise e disse poche, semplici parole.

"Parlerà di me".

Avrebbe recitato per sè. Avrebbe parlato di lei, davanti a tutti, senza limiti.

"Voglio che tu mi faccia un favore" mi chiese.

"Quale?".

"Sganciati".

Già. Mi aveva chiesto di non vederla più. Sapevo che non era per cattiveria, ma perché quello scudo che le avevo creato, le impediva di affrontare quell'esperienza. Le avrebbe impedito di guardare il suo cammino senza leggerlo come inficiato dalla corazza che le avevo fornito io.

Era quello che pensavo significasse vivere. Andare incontro il confine, il limite, spezzarlo a costo di un sacrificio doloroso. Perché a prescindere dalle forme e dalle sostanze, anche se il mio amore per lei era unico ed esclusivo, sapevo che ciò che mi rendeva importante per Beatrice non era un qualcosa di utilitaristico, ma una sorta di grande fiducia.

Mi sganciai, come mi aveva chiesto. Non la cercai. Mi sforzai di chiedermi che cosa stesse facendo. Mi imposi di non rompere quella sua ultima richiesta. Perché era l'unica cosa che mi rimaneva da fare per dimostrarle che ero sincero.

Dovevo provare il sacrificio. Scegliere d'uscire per farla tornare, definitivamente, a vivere.

Sapete, mi sono sempre chiesto quale sia il gesto più grande che possa compiere qualcuno che si dica sincero. Ho capito in quel momento che la verità era tutta in quel dolore, che avrebbe mostrato che non volevo il mio, ma il suo bene.

E' quello che scelgono di fare gli eroi dei fumetti, se ci pensate. Certo, io non sono uno di quelli. Ma sapere che il mio sacrificio l'avrebbe fatta resuscitare, questa volta senza dubbi, mi faceva capire che il mio dolore avrebbe soltanto arrecato un bene più grande.

Non mi sentivo pronto, sapevo che avrei sanguinato. Sapevo che mi avrebbe ucciso, per certi versi, perdere anche quel rapporto dispari e non bilanciato in quanto a desideri e sogni e tutto il resto.

Ma fu così che feci. E vi garantisco che il lieto fine non lo vedevo per niente, a questo punto della storia.