lunedì, luglio 05, 2010

Vivere da eroe - Beatrice part 40

Un lieto fine, sì. Che non è di quelli che ti segni nel taccuino dei bei ricordi, ma che ti lascia l'amaro in bocca anche se perfetto, completamente.

Di quelli che non capisci perché la scelta giusta sia anche la più dolorosa, quella che ti costa di più.

Ma che mano a mano che s'allontana il momento in cui l'hai compiuta, si connota solo e solamente di giustizia e di verità.


Quando Beatrice tornò, scelse di scegliere. Ossia, scusate il gioco di parole, decise che ciò ch'era cominciato con la sua partenza, doveva essere compiuto.

Passando da una fase surreale in cui non riusciva a comprendere come fare a quella in cui sapeva come fare ma non comprendeva il perché.

Di mezzo c'era il panico, il terrore della solitudine e il non sapere come lasciarseli alle spalle definitivamente.

L'esperienza a Parigi l'aveva fatta crescere, nel merito delle esperienze. Anche se di notte, talvolta, aveva ancora bisogno di me, quelle telefonate fiume che v'ho raccontato, dove raccontavo per ore storie fatte di quiete e di purezza, dal contraltare al suo essere insicura nel mondo. Ne aveva bisogno di giorno, con segnali che arrivavano decisi dal nord a me, via sms, via email. I suoi racconti di quotidianità, i suoi sorrisi descritti con le parole e le emozioni trascritte alla rinfusa nelle tante volte in cui cercava un contatto.

Poi, il suo ritorno, il distacco da quella Bea, quella che aveva bisogno di me. Che aveva bisogno del mio scudo, della mia forza millantata solo per starle vicino, della sicumera che mostravo negli stralci del tempo che passavamo insieme, e che al momento del distacco, diventava stasi della mente e della voglia di vivere.

Avevo bisogno di Beatrice, perché la amavo. Perché amavo il suo bisogno di me, amavo l'esser al centro del suo mondo come riferimento, perché sentivo che senza di me avrebbe ceduto.

Era l'amore che avevo sempre inseguito, forse. Anche se sapevo che sarebbe stato sempre mutilato, dalla completezza del cerchio: io e lei, insieme, non ci saremmo mai stati. Perché lei non era innamorata di me, semplicemente.

Passarono i mesi e quel suo volersi distaccare cominciò a concretizzarsi nel tempo, nelle parole, nelle sensazioni che ogni nostro incontro mi lasciava. Era diventata indipendente.

Una sera, mi disse che avrebbe eseguito un monologo scritto da lei.

"Sarà una storia diversa dalle altre" specificò.

Le chiesi di cosa avrebbe parlato. Mi sorrise e disse poche, semplici parole.

"Parlerà di me".

Avrebbe recitato per sè. Avrebbe parlato di lei, davanti a tutti, senza limiti.

"Voglio che tu mi faccia un favore" mi chiese.

"Quale?".

"Sganciati".

Già. Mi aveva chiesto di non vederla più. Sapevo che non era per cattiveria, ma perché quello scudo che le avevo creato, le impediva di affrontare quell'esperienza. Le avrebbe impedito di guardare il suo cammino senza leggerlo come inficiato dalla corazza che le avevo fornito io.

Era quello che pensavo significasse vivere. Andare incontro il confine, il limite, spezzarlo a costo di un sacrificio doloroso. Perché a prescindere dalle forme e dalle sostanze, anche se il mio amore per lei era unico ed esclusivo, sapevo che ciò che mi rendeva importante per Beatrice non era un qualcosa di utilitaristico, ma una sorta di grande fiducia.

Mi sganciai, come mi aveva chiesto. Non la cercai. Mi sforzai di chiedermi che cosa stesse facendo. Mi imposi di non rompere quella sua ultima richiesta. Perché era l'unica cosa che mi rimaneva da fare per dimostrarle che ero sincero.

Dovevo provare il sacrificio. Scegliere d'uscire per farla tornare, definitivamente, a vivere.

Sapete, mi sono sempre chiesto quale sia il gesto più grande che possa compiere qualcuno che si dica sincero. Ho capito in quel momento che la verità era tutta in quel dolore, che avrebbe mostrato che non volevo il mio, ma il suo bene.

E' quello che scelgono di fare gli eroi dei fumetti, se ci pensate. Certo, io non sono uno di quelli. Ma sapere che il mio sacrificio l'avrebbe fatta resuscitare, questa volta senza dubbi, mi faceva capire che il mio dolore avrebbe soltanto arrecato un bene più grande.

Non mi sentivo pronto, sapevo che avrei sanguinato. Sapevo che mi avrebbe ucciso, per certi versi, perdere anche quel rapporto dispari e non bilanciato in quanto a desideri e sogni e tutto il resto.

Ma fu così che feci. E vi garantisco che il lieto fine non lo vedevo per niente, a questo punto della storia.

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