martedì, agosto 31, 2010

Guardando avanti - Life in Technicolor part 123




Peppe è un mio amico da diversi anni. Fa parte di quello che chiamo il cerchio della fiducia (esatto, come quello del film "Ti presento i miei", ma decisamente differente per significati), quello degli amici che non si spezza. Per quello che mi riguarda, in quel cerchio ci stanno lui, Pietro, Fabri, Paolo, Marco, non in ordine d'importanza.

Peppe, dicevo. Non ci siamo mai chiamati per nome, se non quando ci siamo presentati e in particolari occasioni che vi descriverò fra un po'. D'altronde, le amicizie s'arricchiscono, in certi casi, di soprannomi, aggettivazioni, che segnalano come i rapporti siano speciali. E se Pietro mi chiama "bro", Paolo mi chiama "Grill" o "Fitz" o "Casellante" (per svariate ragioni con lui ci sono altri 12 appellativi che non posso elencare), Fabri mi chiama "moglie", per Marco sono semplicemente il "Fratello che l'ha reso figlio unico", per Peppe io sono semplicemente "Checco". O "socio", o "brother". 

Ecco. Un insieme di nomi che indicano rapporti che vanno oltre. E che in qualche maniera, scandiscono come una batteria ogni discorso. 

Nel cerchio della fiducia, non ci sono mai dinieghi. Possono esserci scazzi, ma sono fisiologici. E in quel frangente, ciò che ne esce è sempre una qualificante discussione che porta a rafforzare quel cerchio.

Stamattina ho parlato con Peppe. Ho parlato a cuore aperto di un qualcosa che da un po' mi affligge. Problematiche variegate che richiedevano parole di fuoco, critiche feroci che solo un amico può farti. Qualcuno che ti conosce e che ti può dare la spinta a guardare oltre.

Guardare.

Ho capito che eravamo dentro quel cerchio della fiducia quando la cadenza del richiamo nominale è mutata. Perché quando una di queste persone esce da quel titolo onorifico che negli anni ci siamo attribuiti, vuol dire che siamo nell'intimo più profondo.

"Devi guardare avanti, fra". 

Cazzo. Sono tre parole e il mio nome. Tre parole che tutti si sono sentiti dire e che, credo, tutti possano confermare essere quel passo in più, originale ed efficace, che un amico, una persona cara, ti può trasmettere. 

Tre parole che, in un modo o nell'altro, quelle persone che ho citato hanno saputo dire in forme diverse, sentendo lo stesso medesimo racconto dei mesi che considero più sconsiderati della mia intera, onesta vita.
Peppe le ha pronunciate, sono sicuro, con la sincerità che ha contraddistinto, e che contraddistinguerà, il cerchio della fiducia. Quello spazio in cui ognuno di noi fa entrare solo le persone che dimostrano, nel tempo, di nutrire un affetto sincero e profondo, che non sminuisce quello di tutte le altre persone, per carità. Ma che sancisce in qualche maniera la più vicina delle forme di sentimento che lega gl'uomini: l'amicizia.

E oggi, mentre fumavo, ho avuto voglia di scrivere a loro il ringraziamento per avermi regalato il tempo e le parole di cui avevo bisogno. Per avermi schiarito le idee su quali fossero i miei sbagli e le cose che non giravano. E quali indicato quali fossero le scelte da compiere per il mio bene. 

Non è sentimentalismo del cazzo. E' semplicemente un modo come un altro per dire che quel tempo e quelle parole non sono andate sprecate. E se la frase che ha pronunciato Peppe stamattina: "Devi guardare avanti, fra", mi risuona ancora dentro come un'intera orchestra, ebbene, sappiate che tutto ciò che avete detto in questi mesi, alla vostra maniera, è rimasto qui. 
Guardando avanti, vi ringrazio. Guardando avanti, sappiate che vi ho ascoltato.

sabato, agosto 28, 2010

Purtroppo, o per fortuna - Un racconto 05

Stavamo seduti a un tavolo di un locale particolare, quella sera.

C'eravamo già stati. Era passato molto tempo, dalla prima volta. Tempo che avevamo passato insieme. E tempo che avevamo trascorso da altre parti.


Un locale particolare, dicevo.

La padrona accoglieva tutti gli avventori con un bacio sulla guancia, raccontando perché avesse scelto quel tal nome per il suo bar e perché avesse deciso di realizzarlo in quel dato modo. 

Alle pareti, dipinti di donne svestite e di ninfe poetiche. E, al soffitto, erano appese tante marionette di diverso genere, tutte sorridenti e vestite di morbido raso.

Eravamo seduti contro il muro, vicini. E ci guardavamo intorno, incuriositi. Mi girai e le chiesi.

"Immaginiamo che abbiano una storia".
"Chi." mi rispose lei.
"Le marionette." dissi io.

Scegliemmo quali ci piacevano di più. Fra tante, ci colpì una coppia di pupazzi, diversissimi fra loro. Un maschio e una femmina. Lui moro, vestito di blu. Lei bionda, con il vestito rosa.

"Fanno proprio contrasto" disse lei.
"Per quello li abbiamo scelti, no?".

"Come si chiamano?". 
"Lei la chiamerei Guenda, ti piace?".

Ci pensò su un po'. Poi, sorrise.
"Lui però lo chiamiamo con un nome diverso".
"Tipo?"
"Marcel ti piace?".
"Sì, mi piace." e sorrisi io, questa volta.
Era bella, quella sera. Ci piaceva raccontare storie, raccontarcele. Facevamo finta d'esser cantastorie di professione. Uscivamo dal mondo, mentre ce le raccontavamo. E stavamo immersi in un'altra dimensione, che quel locale, quella sera, facevano calzare perfettamente come un'entrata in uno spazio diverso, dove non c'era il male, dove non c'era il fondo. 

"Marcel e Guenda stanno insieme?" mi chiese.
"Non so, secondo te?" le risposi.

Lei ci pensò su. Li guardò con quello sguardo fintamente spento. Poi strabuzzò gl'occhi e sorrise. 
"No, si sono appena conosciuti.".
"E che ci fanno appesi uno di fronte all'altro?".
"Boh, si sono trovati".

La gente si trova, pensai. Come era capitato a me e lei. 

"Secondo me non sono dispiaciuti di stare di fronte, così".
"Anche secondo me." rispose lei.
"E di cosa parlano, Guenda e Marcel?".
"Parlano di come scendere dai fili perché sono stufi di stare legati al tetto".
"Non fa molto Pinocchio, il voler diventare reali?".
"Ma loro non vogliono diventare reali, vogliono essere solo liberi.
"E vogliono rimanere pupazzi".
"Sì. Non è importante la sostanza di ciò che sei".
"Se sei un pupazzo sei finto".
Mi guardò con aria irritata. Era passionale anche nel raccontare storie.
"Se ti muovi e vuoi essere libero dai fili, non sei finto. Sei vivo, sei vero".

Già. Aveva ragione lei.

"Quindi nella nostra storia Guenda e Marcel vogliono scendere dai fili ed essere liberi".
"Esatto, come in tutte le storie".
"E perché, secondo te?".
"Così legati, non possono neanche abbracciarsi".

La guardai io, ora.

"Cosa ti fa pensare che due marionette dovrebbero abbracciarsi? O sentire la necessità di abbracciare qualche loro simile? Scusa, non è più credibile che vogliano scoprire il mondo?".

"O diventare come le Dolls di Stuart Gordon, e uccidere tutti!" m'interruppe lei, con il suo solito, malizioso sorriso.
"Ora ti riconosco!" le risposi con un sorriso, questa volta vero. 

Amava quelle storie, in fondo, ed era strano che non le avesse ancora rilanciate come una trama possibile per i nostri due giocattoli appesi.

"Avete già ordinato?" ci chiese una cameriera.
"Prendo un San Simone." dissi io.

"Prendo un sidro alle mele." disse lei.

La ragazza ci ringraziò e tornò in cucina.

"Guenda e Marcel bevono?" chiesi.
"Sono marionette".
"Le marionette non bevono?".
"Hai mai visto una marionetta bere?".
"Se è per questo, non ho mai visto una marionetta abbracciare un'altra marionetta".
"Siamo tutti marionette, in fondo".
"Questo fa molto Pinocchio" le risposi io.
Lei mi guardò. Io la guardai.

Quante volte avevamo fatto discorsi di quel genere. Quante volte ne avevamo parlato di gente che s'abbraccia, di gente che si odia. Di quando si ama la persona di fronte a sè, e di quando i fili sono quelli che non si vedono.
Arrivò la cameriera e posò sul tavolo le ordinazioni.
"Alla fine siamo tutti marionette.". dissi io. Poi ci fu silenzio, e bevemmo.

"Tu vuoi scendere?" le chiesi.
"Da dove?" mi rispose.
"Dal tuo soffitto".
"Per andare dove?" mi sorrise lei.
"Boh, per essere libera di scegliere per te.".
"Mi piacerebbe." rispose con una punta d'amarezza.
"E' difficile smettere d'essere legati al soffitto.". 
"Ci va forza.".
"Non tutti ce l'hanno.".
"Io no, senz'altro.".

Le sfiorai la mano e pensai che avrei voluto dargliela io. Se ne avessi avuto a sufficienza, ma non sapevo se mi sarebbe bastata. Sorseggiai un altro po' di San Simone.

"Come finisce questa storia?" le chiesi.
"Questa delle marionette?".
"Sì".
"Che Guenda e Marcel strappano i fili e scappano.". 
"E dove vanno?".
"Boh, vanno via. Poi o diventano assassini o scopano come marionette" e si mise a ridere rumorosamente.

Le sorrisi. Il suo senso dell'umorismo nero e malefico. La sua bellezza.

"E noi due, che facciamo ora?".
Lei mi guardò. Non rispose.
"Dato che siamo insieme, dico, qui, io e te. Scappiamo o rimaniamo?".

"Già, siamo insieme - mi rispose lei, mentre beveva un altro sorso di sidro - Sai una cosa? Ogni tanto, mi sei mancato".

"Anche tu mi sei mancata".

Silenzio.

"Ti ricordi?" le chiesi.
"Sì, tutto - rispose lei - purtroppo, o per fortuna".  

Rimanemmo in silenzio lì seduti, guardando le due marionette. Ci prendemmo la mano.

"Comunque alla fine Guenda e Marcel scendono dal tetto." dissi io.
"Forse" disse lei, e mi sorrise, questa volta come piaceva a me.

Agli altri tavoli, la gente chiaccherava. La padrona del locale raccontava ad altri avventori  appena arrivati come aveva scelto il nome del suo bar, dopo averli baciati sulla guancia. 
Fuori, la gente passeggiava.

giovedì, agosto 26, 2010

Memories - Un racconto 04


L'ultima volta che ti ho tenuto la mano, tu dormivi. Avevi allungato il braccio nel sonno, e anche se avevi gli occhi chiusi, sapevi che la mia mano era là. 

Non l'hai presa, hai soltanto poggiato il tuo palmo sul mio dorso. 

Come a salutarsi. Come se si rincontrassero.

Era una notte uguale alle altre. Tu e io, e il buio. Io che mi sarei voltato e ti avrei detto che tutto andava bene. Che c'era tempo per rincontrarsi, c'è sempre tempo per rincontrarsi. Che c'è sempre tempo per ritrovarsi.

Io ti ho preso la mano e non so quanto l'ho tenuta. Non so se ho smesso di tenerla io o l'hai tolta tu. Non ricordo neanche se quella mattina, al nostro risveglio, fossero ancora unite.
C'era il segno sulle lenzuola, delle braccia che s'erano mosse. Quando il tessuto forma quelle piccole onde che partono dal contorno dove le schiene sono poggiate e il peso forma l'infossatura sul materasso. Due isole, i corpi di persone che muoiono nel sonno facendo finta che non sia così. La metafora esausta, quella della morte in ogni sonno. 

In ogni notte, qualcosa muore e mani smettono d'incontrarsi. Oppure s'incontrano, senza che i legittimi proprietari sappiano che intanto, le loro estremità si prendono, si sfiorano, e infine si salutano.

Guardo lo spiraglio del mio silenzio, del tuo silenzio. Dicono che il contrario dell'amore non sia l'odio, ma l'indifferenza. E nel mio silenzio non c'è indifferenza, solo contemplazione.

Quella notte, tu piangevi e io ti guardavo piangere. Come in una canzone dei Marlene Kuntz, ma a me non è mai piaciuto vederti piangere. Neanche una lacrima, neanche per pochi attimi. E' sempre stato così, te lo dicevo quando camminavamo insieme e tu dicevi che eri triste. Che quel maledetto fondo l'avevi toccato e solo Dio sa se te ne saresti mai liberata. Se te ne libererai, un giorno. 

Ridevi del fatto che non mi piacesse vederti piangere. Ridevi di una debolezza che non era debolezza. Chissà se lo capirai mai. E incominciavo a dirti che dovevi essere felice.

Poi ti guardavo, e ti dicevo che eri bella quando sorridevi. E tu, sorridevi.

E c'era silenzio, silenzio di me e te abbracciati in mezzo alla calca, al sole e ai tram, alle canzoni in mente e in tutti i propositi di usare la mia forza e la tua morbidezza, quella che nascondevi dietro la tua corazza.

C'era del vero. 

Oggi scrivo seduto da lontano, nel silenzio che non è indifferenza. Come quando guardavo il cielo, da solo, pensavo che ci fosse una strada da percorrere per ognuno, e tentavo di spiegartelo mentre, seduti a un tavolo, mangiavamo e bevevamo e parlavamo, parlavamo, parlavamo.

Io quella strada la ricordo, come ricordo le parole che ho detto.

Può la memoria fottere il presente? E il futuro?

Solo se decidiamo che sia così. In fondo il tempo non basta neanche per un paio di mani che s'incontrano, se ci pensi. 


Dei ricordi che ho ci sei tu, e ci sono io, e c'è il mondo e ci sono le persone e le cose e le parole e le paure e le diversità. Poi c'è una casa, due case, mille notti, e i pianti espressi e quelli che, nel silenzio, tu non hai mai visto. 


I miei, nel pensarti quando non pensavi che lo stessi facendo. Di dolore, autentico, non pietoso ma autentico, di una vita che percepivo talmente desiderata da considerarsi dovuta. La tua, quella cui aspiri.


E' stato quello il motivo per cui. Ricordi? Fu un pomeriggio in cui ti risposi così. Ti descrivevi e io ti risposi solo: "Questi sono i motivi per cui".


Quante domande, oggi. Ne ho tante che neanche t'immagini, o forse sì. E con la solita solerzia risponderai che sono domande del cazzo. Scambiavi genuinità con stupidità. O forse no, ma d'altronde c'era del vero quando dicevi che le diversità sono difficili da rendere compatibili a priori.


Ci va tempo, e ci vanno domande. Tante quante le volte che, svegliandoti, hai sperato che fosse un giorno diverso, tante quante io lo speravo con te. 


Oggi scrivo lontano, seduto osservo e sento il rumore del mare, l'amato mare. Sento il fruscio delle lenzuola e l'attrito della pietrina dell'accendino, l'ultima sigaretta del giorno quando è già notte fonda e ci fermavamo a fumare mentre tutti dormivano. Era la sigaretta migliore.


Sono ricordi. Ne ho sparsi qua e là per tutta la casa, per tutte le strade di Torino, per tutte le sere e per tutti i giorni. Fra gli oggetti, fra i vestiti, negli odori. Nei respiri, e nei desideri.


Il fondo, l'apice. Preghiere che sono state dette. Altre pronunciate ad alte voce, ma sempre di nascosto. Lontano 1000 kilometri da dove siamo, lontano, più lontano di quanto immagini.


Lontano, come il luogo da cui scrivo oggi. Seppur lontano, autentico. Sincero. Armato d'amore, anche d'odio. Mai, d'indifferenza.

mercoledì, agosto 25, 2010

Fall into sleep - Un racconto 03

"Così lei si sveglia sempre alle 3?".

"Sì, sempre. All'incirca, ecco."

Il dottore mi guardava con aria incuriosita. Come si chiama la patologia di chi non dorme veramente? Lo studio era disegnato intorno a quel figuro, uno psicanalista? O forse uno psicologo? E dire che non ne avevo mai frequentati. Definirlo mi sembrava persino limitante.

"Cosa l'attira delle 3?"

"Non saprei. Dicono che sia l'ora più lontana dal giorno".

"A lei piace la notte?"

"No."

"E cosa sente appena prima si svegliarsi?"

Mi concentrai. Rivivevo quelle sensazioni attimo per attimo.

"Dunque, è come se cadessi. Lei ha mai sognato di cadere, dottore?"

"Sì, certo."

"E si ricorda cosa si prova?"

"Beh, si sente un vuoto sotto lo sterno".

"Ecco, una roba simile. Solo che io non riesco a fermarmi."

"In che senso?"

"Non tocco mai il fondo."

Mi guardò incuriosito. Poi prese appunti, scrivendo velocemente un paio di frasi sul taccuino di fronte a sè. Mentre scriveva, riprese a parlare.

"Quindi lei cade e non tocca il fondo".

"No.".

"La danneggia di più il non toccare il fondo o la paura di toccarlo?".

"Non saprei, di solito quando mi pare di averlo quasi toccato, ecco che mi sveglio.".

"E cosa fa appena apre gli occhi?".
"Guardo l'ora".

"E sono le 3".

"Già".

Il dottore mi guardava perplesso. 

"Lei soffre di bruxismo?".

"Sì".

"Ha preoccupazioni?".

"Normali.".

"E' innamorato?".

Silenzio. Che cazzo di domanda era?

"Mi scusi, dottore, che domanda è?".

"Vive una relazione stabile? Si sente realizzato emotivamente?".

Lo guardai.

"No.".

Prese appunti.

"Oltre al cadere, cosa sogna?".

"Niente, sogno solo di cadere".

"E si sveglia.".

"E mi sveglio.".

Mi girai sulla sedia, facendo mezze lune con i piedi e cominciando a tenermi ai braccioli. Il dottore scriveva, e scriveva, e scriveva. Poi mi guardò, qualche secondo, prima di riprendere a scrivere.

"Lei quindi dorme, sogna di cadere, e si sveglia prima toccare il fondo. Sempre alle 3.".

"Già".

"Ha paura?".

Non so cosa mi prese in quel momento. Guardai le sue mani rugose, i suoi baffetti incolti, le sue guance ruvide, i capelli brizzolati. Ne osservai il vestiario semplice e disinvolto, la sua polo a maniche lunghe e la fede al dito. Cercai di guardarlo con attenzione contestualizzandolo nel suo studio, con le pareti imbiancate di vernice giallina, i mobili high tech di metallo e vetro, i soprammobili.

"Di cosa dovrei aver paura, dottore?".
"Non so, me lo dica lei.".

Già, di cosa avrei dovuto aver paura?
M'alzai e m'avvicinai alla finestra.

"Dottore, io non ho paura. Ho solo sonno.".
Aprii lo stipide e mi buttai.

Guardai prima il vuoto sotto di me. Poi chiusi gli occhi. Sentii urlare in lontananza. Era veramente come quando dormivo. Il vuoto sotto lo sterno. L'aria sotto. L'aria ai lati. L'aria sopra. 

Quando avrei toccato il fondo?

Aprii gli occhi.

La radiosveglia segnava le 3. Il buio della stanza, il silenzio. Il batticuore, mi mancava l'aria.

Provai a richiudere gli occhi. Ma quella notte non riuscii più a dormire.

domenica, agosto 22, 2010

Controluce - Life in Technicolor part 122

Ho osservato fino in fondo tutto quello che è stato. Nel processo di ricostruzione, frutto di una due giorni introspettiva, la parte dell'osservazione è basilare per permettere a ognuno di ripartire.

E io, non sono da meno. 
Così, ho preso e ho cominciato a guardare controluce le cose che mi circondano. 

Sono parte di una vita che in ogni dove è stata smisuratamente forte e contemporaneamente, debole e labile. Da sempre così, due metà della stessa persona, me. 

Due parti di un insieme che, sono sicuro, anche voi avrete percepito nei momenti in cui anche correre sotto il sole vi risultava costrittivo.

Ci sono elementi che non possiamo comprendere. Necessità che non possiamo misurare o limitare. Punti di contatto fra desiderio e realtà che, per attimi, sfiorandosi, esaltano il sapore vivo della felicità. O, al contrario, della sconfitta. Soprattutto se i propri desideri risultano essere in contrasto con la realtà, sia essa fondata o meno.

Ad oggi, faccio il conto con il ritorno di fiamma, che poi sarebbe quando provi a dare spettacolo e il fuoco ti si ritorce contro. E non hai altro da fare che, letteralmente, leccarti le ustioni.

Si può desiderare la semplicità? La linearità delle cose è parte integrante di ogni spazio e di ogni tempo. C'è un momento di confronto con sè e un momento di confronto con gli altri. Momenti che, sposandosi, segnano in qualche modo la strada.

Vi siete mai chiesti, ad esempio, come mai ascoltando una canzone che avete sentito in un dato momento, l'unica sensazione che provate è quella che avete vissuto in quel succitato attimo? Perché non riuscite a staccarvene? Perché, se quel momento è perduto, non potete far altro che rimettere in loop quel brano e provare a rinvangare il passato, provando a godere del surrogato del ricordo? Perché non riuscirete mai più a legare quella musica a qualcos'altro?

Io ci penso continuamente. Penso a quante canzoni, nell'aria, mi fermano l'animo e mi coinvolgono fino a trasformarmi in un perenne osservatore di ciò che fu. 

Perdi fiducia nel futuro, così. Perdi coscienza delle tue capacità. Perdi il controllo della tua forza e della tua volontà. Non vedi più niente oltre l'attimo.

 Ci sono stati casi in cui avrei voluto non essere io. Altri, in cui sono stato felice di essere me. 

Ci sono stati momenti in cui credevo di aver pagato abbastanza dazio. Altri, in cui mi sembrava di rubare qualcosa a qualcuno.

Oggi è domenica 22 agosto 2010. Fottuta estate 2010. Fottuti momenti, fottuti ricordi. Fuori da me. Voglio rimanere solo con il presente e badare solo a ciò che mi sta di fronte.

Non voglio la vostra compagnia. Voglio tornare libero di ascoltare musica illibato, senza che niente mi ricordi fasi che oggi sono, appunto, solo ricordi. 

Perché, a prescindere che quei ricordi siano riferiti a momenti che reputavo immensamente lontani per intensità e probabilità d'esistere, riviverli nel presente mi ricordano solo che ho sbagliato. Che ho fallito un'altra volta, nella scelta di tempo e di schema. Nell'investire troppa poca forza e troppo poca volontà.

Assunzione di responsabilità a 360°, off course. Presa di coscienza che solo l'introspezione può favorire. Presa di coscienza che, sul lungo periodo, dovrebbe garantire serenità.

Sarà.

Intanto, guardo controluce ricordi e spazi, momenti e sapori, ore e ore e ore e ore che oggi si sono sparpagliate fra la mia cucina e ogni singola mattonella di Torino. 

E, com'è ovvio che sia, mi lascio accecare dalla luce, cominciando a guardare il mondo a sagome troppo scure per essere definite. 

E' la fase due della ricostruzione, bellezza. E' la fase delle fondamenta, quelle che per essere realizzate vanno scavate nella roccia talvolta a mani nude. Con la terra che ti si ferma sotto le unghie, i graffi sul dorso delle mani, il sangue che cola dalle ferite dei sassi sull'epidermide. 

Un momento necessario, che quando sarà passato garantirà alla costruzione di rimanere in piedi. 

Un momento da viversi controluce, cercando di orientarsi fra sagome d'oggetti e persone che oggi non ci sono più, che fanno parte di un passato che si vorrebbe cancellare, e contemporaneamente, rivivere. Ma quest'ultimo punto, lo si dice a bassa voce. 

Ovvio. E' sempre così. Perché volere il passato, se ci ha fatto male? 

Semplice. Perché se ad alta voce invochiamo la sua scomparsa, dall'altra c'è sempre la flebile speranza che quel passato possa risorgere a vita nuova. Se solo si potesse tornare indietro. Se solo si potesse rivivere tutto con più forza. Se solo si potesse.

Già.

sabato, agosto 21, 2010

Il musicista - Un racconto 02


Il mare era distante kilometri. Ero tornato, finalmente.
Torino, Torino! Quanto m'eri mancata. Mi eri mancata tu, il centro, violenta e inevitabile piazza Castello, e tutto ciò che concerne i ricordi che mi legano a te. Tutte le vie e le foto e le parole e i gesti. E le persone, soprattutto le persone.
Parlavo così, senza pudore, alla mia città, mentre fra i portici intravedevo le solite coppiette, i signori di mezza età, i tarri intenti a fare le vasche, potevo persino intravedere il tempo che scorreva.

All'angolo, lo vidi.

Un musicista.

Suonava il motivetto di "Hit the road Jack" con la sua tromba di metallo rigato, opaca ormai troppo per ricordare d'esser di nobile ottone legato a ferro e chissà a quale altro materiale zincato. Di certo, non sembrava più d'oro. Ray Charles al piano era più accattivante, ma quella versione non mi dispiaceva.

Mi avvicinai e lo ascoltai. Lui mi guardò, da dietro la tromba, con lo sguardo di chi s'aspetta qualcosa. La monetina, pensai. T'aspetti la monetina. 

Mentre suonava, dondolava. Scrollava le spalle e molleggiava sulle ginocchia. I piedi, dentro le ciabatte, se ne battevano e rimanevano ben piantati a terra. Era bello guardarlo mentre intorno a me c'era Torino. Guardavo Torino e piazza Castello. Guardavo Torino e ricordavo.

Presi la macchina fotografica dalla sacca e mi misi a fare foto a quel signore dallo sguardo impegnato. Lui di risposta, cessò di fare musica: non voleva essere fotografato.

"Continua a suonare" gli dissi.

Poi frugai nelle tasche dei pantaloncini e ne tirai fuori un euro che gli buttai nel trolley aperto di fronte a sè.

Lui fece un mezzo sorriso, e ricominciò a suonare, questa volta una roba molto meno per il piano. Sembrava un pezzo di Amstrong, ma non avrei saputo dire quale. Forse "Dream, a little Dream", senza la voce di Louis, però.

Cazzo. Ero a Torino, ascoltavo un jazzista improvvisato all'angolo della strada. C'era il sole. Ero nel fresco di un fine agosto che più fresco non si può. Ed ero maledettamente interrotto.

Stai male? Mi chiedevo. Sì, e no.

Avevo lasciato il mare, cazzo quanto avevo voglia di scappare. 

Mi faceva paura, il mare. Eppure sentivo di esserne in qualche modo attratto.

Il jazzista continuava a guardarmi. Là il muro non c'era. Da dietro la sua trombetta, faceva musica e mi sorrideva, poi si voltava verso la gente che passeggiava dietro di me, e sorrideva anche a loro. Smise di fare musica e scrollò la tromba per togliere la saliva dal tubo.

"Ehi, da dove vieni?" chiesi.

"Estonia" mi rispose lui, con un accetto smaccatamente slavo. Poi riprese a suonare, e questa volta non riconobbi il brano e l'autore.

Gli feci ancora due foto e poi lo salutai come fosse uno della zona, alzando il mento e facendogli un mezzo sorriso. Anche lui mi sorrise, continuando a suonare.

Entrando in piazza Castello, ripensai al mare. Ripensai ai muri, al senso di vuoto e d'impotenza. E a quel musicista. 

In fondo, pensai, la vita è come aver a che fare con musicisti agli angoli delle strade. Ti fermi a guardarli, li osservi e ti compiacci della loro bravura. Provi ad aiutarli, ma non sai far altro che dare loro un euro. E ti senti pure in colpa per non aver saputo fare di più.

Camminai in mezzo alla piazza, assolata. Parlavo a Torino facendole foto. Ripensavo a quanto era distante al mare. Camminavo, non pensavo ad altro che al mare. A quanto mi facesse paura, a quanto fosse meno rassicurante di Torino. A quanto fosse maledettamente attraente stare lì, a osservare la distesa d'acqua che non avrei mai dominato. A quanto fosse bello misurarsi con quelle paure.

"Perdonami, Torino, se oggi penso più a un'altra" dissi fra le labbra, come se la mia città fosse la donna della mia vita e il mare fosse una splendida sconosciuta. Lo dissi con nella testa la musica di quel tizio all'angolo, una piccola metafora dell'esistenza nel posto più perfetto del mondo, Torino appunto.

Ma in quel momento, pensavo al mare.

Avrei voluto la forza e il tempo di tornarci.

giovedì, agosto 19, 2010

Acqua e roccia - Life in Technicolor part 121

C'è stato un tempo dove il mare e la terra erano unite. Ne sono sicuro, anche se confondo la mia fantasia con la geologia. 

In quel tempo, acqua e terra erano un grande misto di generosità e di completezza. Il colore della loro unione era contemporaneamente nero e blu, azzurro e marrone e tutte le sfumature che si possono immaginare oltre il fuoco e l'aria che rimanevano staccati da quell'unione.

Acqua e terra insieme però non erano armonici. E allora fu deciso, di comune accorto con qualsiasi Dio li avesse creati, di separarli. Di renderli armonici ma definitivamente diversi. Di renderli dipendenti uno dall'altro.

Fu così che si decise che il loro unico punto di contatto sarebbe stato il ciglio della scogliera. Quando l'acqua consuma la roccia e la terra accoglie le onde e gli schizzi e il sale. 

Quel qualsiasi Dio che li creò, li amò nel loro essere completamente opposti. Li amò fino a dire che quel loro essere odiosamente distanti rispetto a prima era in realtà la più bella forma d'equilibrio che si possa incontrare oggi nel mondo. Perché, pensò, se l'uomo sarà attento e li osserverà, scoprirà che la roccia accoglie il mare in sè, facendosi lisciare nel tempo. E contemporaneamente, abbraccerà la violenza delle correnti facendo costruire, sulle sommità dei massi che guardano l'orizzonte, mille forme differenti una dall'altra. 

Liscio e pungente, accogliente, scivoloso, profondo. Il rapporto fra l'acqua e la terra sarà un continuo ricercare l'armonia delle forme e la calma che regnava quando erano un tutt'uno, all'alba di questo mito o nel grande brodo primordiale.

Quel Dio così bistrattato aveva giocato con lo spirito d'osservazione e con i sogni degli uomini. Con il tempo che serve all'acqua per penetrare la roccia e fare di pareti rudi incredibili superfici piane e luccicanti dello scrosciare del mare. 

E, non contento, quello stesso Dio disse che il tutto si sarebbe svolto con il grande obiettivo di rendere queste due meravigliose entità nuovamente un'unica cosa. Per questo la roccia cerca di modellarsi sulla morbidezza dell'acqua e l'acqua tenta di essere rude quanto la pietra.

Furono separati per spiegare cosa sia l'Amore. 

E' così che pensò Dio, quando disse che erano vicini e diametralmente opposti. 

Un grande scontrarsi nell'apparente confusione. Un gigantesco consumarsi e modellarsi uno rispecchiandosi nell'altro. Una ricerca continua di unire qualcosa che in fondo non potrà mai essere la stessa cosa, ma che, unito nella vicinanza, forma un'unica realtà.

Quella che mi capitò d'osservare un pomeriggio, seduto su una scogliera, guardando oltre il mio naso e il dolore che sentivo per essermi seduto su un masso troppo aguzzo.

Sono sicuro che quel pensiero che formulai quel giorno, è realtà. Altrimenti non si spiegherebbe perché, un giorno almeno nella vita d'ognuno, capita di guardare il mare intensamente per ore e cercare dentro quell'immenso blu il senso delle cose.

E pazienza se quell'idea oggi la rivivo ripartendo da quel momento di introspezione che ho raccontato qualche giorno fa. Ripartendo dal mio senso di pacifica serenità d'aver capito, anche solo parzialmente, che basta guardarsi intorno per comprendere il senso delle cose. Che anche le diversità s'amano, si scontrano e si consumano, modellandosi a vicenda, fino a creare una perfetta armonia.

Ho sete di comprensione.

venerdì, agosto 13, 2010

Introspezione - Life in Technicolor part 120

Ci sono posti dove sei sereno. Molto lontano da dove abiti. Sono i posti dove, banalmente, sei più vicino a te stesso.
I luoghi del cuore, o meglio, dove il cuore lo ritrovi nel silenzio di una giornata che, vissuta ovunque, vissuta in qualunque altro posto, sarebbe una giornata buttata via.

Fuggire serve. Serve per ricompattare un animo. O più semplicemente, per ritrovare la via che nelle parole di tutti i giorni è "smarrita". A richiamare una direzione e dirle che senza, sei sperso. Sei come in balia degli eventi.

Non avere voce in capitolo nella tua vita è normale, per i più. Essere schiacciato fra le voglie d'ogni giorno e la vocazione, naturale, ad andare in alto, sempre più in alto.

Ci si sente vili, quando si ferma il processo. Quando la strada in ascesa diventa strada in salita, e ci si ferma a metà, perché tanto non ce la si fa più. Quando non se ne ha più e ci si scopre deboli.

I posti dove sei sereno sono i posti dove puoi sognare e guardare le cose come sono. Osservare come vorresti che fossero e capire dove possono veramente essere realizzate secondo i tuoi canoni e i tuoi desideri.

Quei posti non sono poi così irraggiungibili. Si fa presto a decidere di raggiungerli. Basta uno sprazzo di lucidità in un mare di inedia. In cui lasci le forze residue e spingi per andare egoisticamente solo ed unicamente verso te stesso.

Verranno giorni migliori. Te lo ripeti guardando oltre il tuo isolamento. Scelto e agognato, il tuo volontario esilio da ciò che è normale è l'arma suprema per imboccare definitivamente la tua direzione.

Verranno i giorni dell'amore e della serenità. Verranno i giorni della persona giusta e delle domande che hanno risposte. Verranno i giorni della scelta operosa e dei sorrisi di commiato, ma dalla paranoia continua. Verranno i giorni in cui sarai definitivamente utile al mondo. Verranno i giorni in cui qualcuno potrà dire: "Ecco, lui è felice". Verranno i giorni in cui non ci saranno più risentimenti, in primis verso te stesso. Verranno i giorni in cui le tue parole seguiranno di pari passo i tuoi pensieri. Verranno i giorni in cui, svegliandoti, nello specchio sarai felice di ritrovare te stesso.

I giorni in cui sarai in grado di dire "no" alla voglia di fermarti. In cui il confine, quello che ti manca, sarà solo una linea e non più un muro altissimo da scavalcare con i pesi alle caviglie. In cui non ci saranno invidie e rancori, il giorno perfetto dove le tue scelte non saranno rimpianti ma gioie da gustare ogni volta che ti ritorneranno in mente.

Giorni migliori, fatti di bellezza, di muse gentili e di cieli che cambiano in armonia. Di aria fresca e di mare e sole e montagna e pietre e terra e respiri e distanze che non basteranno mai a colmare quel senso di pienezza. Di pensieri che sono solo ordinati e frenetici, tanto sono vivi. Giorni allegri, giorni in cui ogni problema non sarà che un divertente imprevisto perché sarai sicuro di te stesso.

Giorni in cui il resto del mondo sarà fuori da te e tu sarai nel mondo. In cui sarai impermeabile anche al Dolore, perché il dolore che hai dentro di te ti ricorderà che tanto l'hai già vissuto. Che non c'è da aver paura, in questa vita.

I giorni migliori. Agognati, inseguiti, sempre rivolti verso l'alto, verso il miglior giorno che si possa vivere e l'attimo non illusorio che ciò che sogni è a portata di mano.
Ecco, quei giorni li immagino in un post scritto da un luogo dove Internet dove arriva. Lo scrivo guardando con un occhio fuori e con un occhio dentro: fuori piove, dentro invece ci sono io che scrivo e rileggo, scrivo e rileggo, e faccio in modo che in queste parole vi sia una richiesta di scuse per le mie debolezze e un nuovo mantra per ripartire. Un mantra che ripeto all'infinito, un leit motiv che segue il mio respiro: sono vivo, non ho più paura. Sono vivo, non ho più paura. Sono vivo, non ho più paura.

Inspiro, espiro, inspiro, espiro, inspiro, espiro. Le parole seguono il mio passo. I pensieri, ci provano.

Scavo in me e trovo necessità del luogo perfetto. In fuga da tutto, ho preso 2 giorni e ho pensato a me. E ho trovato che le rovine che pensavo rovine sono solo terreno piatto su cui riedificare il tutto.

Sono pronto.

lunedì, agosto 09, 2010

La colazione - Un racconto 01

Da oggi parte una nuova rubrica del diario: "Un racconto". Che poi è un racconto originale scritto da me medesimo. E, ci tengo a precisare, racconti di tutti i generi, anche di quelli che non m'appartengono, che proverò qui a sviluppare. Mi cimenterò in esercizi che per me sono nuovi.
Enjoy (spero).
fRa

"Avevo sempre pensato che la colazione fosse il pasto più importante della giornata, e non era una frase fatta. Era sempre stato così, da quando ero piccolo e mia madre mi scaldava le brioches del supermarket nel fornelletto elettrico. Ricordo ancora oggi, e devo dire, con molto piacere, il gusto del burro in quella sfoglia che solo il fornelletto materno sapeva rendere croccante al punto giusto.

Ecco, la colazione era il pasto più importante. E amavo prepararla e servirla a letto, quando dormivamo insieme. Mentre lei continuava a dormire, mi piaceva armeggiare in cucina con la caffettiera e i vassoi, con tazze, tazzine e cucchiaini, riempiendo piatti e stoviglie di brioches, yogurt, latte, fette biscottate biscotti e succhi di frutta.

Anche se eravamo sempre solo in due, e quella roba talvolta avanzava perché era troppa. Anche se a volte, era più il tempo che ci impiegavo a preparare tutto che non il tempo che passavamo a mangiare, fra le lenzuola disfatte e la luce del mattino.


La colazione, per me, era sempre stato il pasto più importante, e lei lo sapeva.


Mi piaceva stupirla, anche se non era più stupore, quello che metteva nel guardarmi entrare, d'inverno o d'estate, con tutto quel cibo in camera da letto, sorridente. Anche se i suoi occhi erano sempre felici quando, di soppiatto, la svegliavo e le dicevo: "Sono le undici, è ora di fare colazione" e fra me e me ridevo perché sapevo che a quell'ora la colazione doveva essere già stata fatta da un pezzo. Ma era tutto così perfetto che non m'importava.

Quel mattino, in cucina entrava la luce del sole. Preparai il caffè come piaceva a lei, bello carico e fumante.

La caffettiera aveva un pezzo di guarnizione che ne faceva uscire un po' durante la cottura. La riparai in maniera sommaria, facendo forza sul pezzo di gomma con il manico di un cucchiaino. Riempii la moka a metà, in modo che uscissero solo due tazzine giuste e il caffè non andasse sprecato. A lei, come a me, non piaceva esagerare con la caffeina.


Ero uscito presto, la mattina. Ero passato al bar e avevo acquistato tre brioches al sapore di cioccolato, di quelle che innervano la sfoglia di marrone e fanno apparire la cialda bicolore, quando i croissant non sono molto bruciacchiati. In quel caso, ne avevo scelti tre abbastanza cotti, tanto che la nervatura si perdeva nel marrone scuro della superficie. Li riposi con cura sulla piastra, che mi si a fuoco lento per evitare che si annerissero dalla troppa cottura.

Mentre il calore dei fornelli faceva il suo con i croissant, presi dal frigo un vasetto di yogurt e lo riposi nel vassoio. Uno yogurt bianco con i pezzetti di cioccolato, fra i suoi preferiti. L'avevo comprato il giorno prima al supermarket, quand'ero andato a comperare anche dell'insalata per il pranzo e delle mozzarelle.


Guardai fuori: il sole era veramente carico, eppure non faceva tanto caldo. Era una bella e fresca mattina.
Tolsi dalla piastra i croissant mentre il caffè usciva dalla moka. Erano fumanti, caldi, come appena usciti dal forno. Avrei voluto assaggiarne uno già lì, ma mi decisi a resistere. Volevo che arrivassero come intonsi, in camera.

Versai nelle tazzine il caffè. Misi a entrambi un cucchiaino di zucchero e mezzo, dato che ci piaceva molto dolce. Poi presi una brocchetta di ceramica e la riempii di latte. Presi dalla credenza delle vivande il pacchetto di biscotti al cacao e burro, ne versai un po' in un piattino, e li misi vicino allo yogurt.

Ricontrollai tutto: non mancava nulla. Presi il vassoio e mi recai in camera.

Poggiai il vassoio nel letto e guardai il suo posto. Avevo lasciato le lenzuola esattamente come le aveva lasciate. Sul cuscino, c'erano ancora dei suoi capelli. Sul comodino, i suoi orecchini e qualche fazzoletto di carta, usato.

Dalla finestra entrava la stessa luce che c'era in cucina. Era un mattino fresco e il sole scaldava il giusto: non avevo sudato neanche un attimo.

Mi misi al mio posto, la schiena poggiata al muro, le gambe distese. Poggiai una mano dal suo lato, carezzando le lenzuola.

Mangiai un croissant, il sapore esaltato dal caldo. Fra i denti godevo del cioccolato e della sfoglia che si infilava fra gli interstizi. Lo finii in pochissimo tempo, preso dall'ingordigia.

Ancora stavo masticando la brioches, che presi la tazzina e sorseggiai il caffè.

Mi sentii sazio, mentre ancora carezzavo il suo posto. Guardai dal suo lato.

Sembrava ancora d'averla lì. Ma lei lì non sarebbe mai più tornata.

Il caffè era caldo, buono. La sua tazzina, ricolma, mi faceva venire voglia di prendere anche la sua razione. Mangiai una seconda brioche. Era ancora calda e fragrante.

"Tu non ne vuoi?" dissi ad alta voce, e cominciai a sentire il magone. Dio solo sapeva quanto mi mancava. Quanto avessi voglia di lei, del suo modo di guardarmi. Del suo essere sorridente al punto giusto. Ma non l'avrei più rivista. Lo sapevo. Ne ero cosciente. Era finita, per sempre.

Finii il mio caffè e presi il suo. Lo bevvi tutto d'un fiato, perché era ormai freddo.

La terza brioche non m'attirava come le prime due. Così lo yogurt, e il resto.

Posai la mano sul suo cuscino. C'erano ancora dei suoi capelli.

Guardai alcuni suoi vestiti, poggiati sul mobile di fronte al letto. Erano ammucchiati, non piegati. Era sempre stata disordinata. Anche quando se n'era andata, aveva lasciato molte cose lì. E io, quasi per rispetto, non avevo avuto il coraggio di toccarle. Mi mancava, mi faceva male. Pensavo a lei e sentivo un vuoto dentro. Come se fosse parte di me, ad essersi staccata. Come se l'avessi staccata a colpi di coltello e mi fossi procurato delle ferite così nette da non sanguinare.

Faceva male. Sentivo la lama nella carne. Era quello, forse, il senso peggiore. Come quel mattino che se n'era andata. Anche quella mattina stavamo facendo colazione. Poi però aveva deciso di andare via. Avevo provato a fermarla, ma inutilmente. Era andata via e io non avevo potuto far altro che guardarla andare via. Fra le mie braccia, l'avevo sentita parlare l'ultima volta. Poi, era diventata muta e sorda ai miei richiami.

Suonarono alla porta. M'alzai, lasciando tutto com'era, e aprii senza chiedere chi fosse. Non ero interessato. Pigiai il tasto del citofono senza neanche pormi la domanda.

Qualche secondo dopo, bussarono alla porta.

Mi trovai di fronte due signori, vestiti di nero.

Non capii cosa dicevano, subito.

M'invitarono a vestirmi, credo. Cosa che feci, mentre uno mi guardava e l'altro girava per casa frugando fra le mie cose.

"Non mi cammini sul tappetino del bagno con le scarpe" chiesi, mentre mettevo un paio di jeans. Ma non so se quell'uomo vestito di nero ascoltò la mia richiesta. Lo sentii entrare in cucina e frugare fra le posate. Poi, sentii gracchiare una sorta di radio, mentre m'infilavo una maglietta e le calze.

L'altro mi invitava a fare in fretta.

"Posso posare il vassoio con la colazione a posto?" Chiesi.

Mi rispose di no, sempre con tono calmo ma deciso.

Il secondo tornò in stanza. Quando finii di vestirmi, mi fecero cenno di girarmi.

Mi amanettarono.
Poi, mi dissero che saremmo dovuti uscire.

Mi tenevano uno da una parte e uno dall'altra. Mentre scendevo le scale, altri uomini vestiti di nero salirono nel mio appartamento. Erano tutti uguali, o almeno, così mi sembravano.

I miei vicini mi videro così. Li salutai come al solito, ma loro non mi risposero come facevano normalmente.

I due uomini mi fecero salire in macchina. Dissero che mi portavano via. Dove, non me lo dissero.

"Avete fatto colazione?" chiesi, mentre la macchina partiva e altra gente continuava e entrare in casa mia per cercare chissà cosa, mentre i miei vicini osservavano la scena e la gente si radunava di fronte al passo carraio del mio palazzo."

venerdì, agosto 06, 2010

Il tiro al piattello - Life in Technicolor part 119

Oggi sono passato a trovare i miei nonni. Lo faccio, spesso.
Talvolta, lo faccio senza sapere bene che cosa ci diremo, ma lo faccio e basta.

Oggi sono arrivato a casa loro e mio nonno stava guardando la televisione. A lui piace lo sport, e di solito quando è estate guarda solo ed esclusivamente canali sportivi.

Così, quando sono entrato e mi sono seduto, ho cominciato a guardare quello che stava guardando lui.

Una gara di tiro al piattello.

Lui, che non ci vede bene, scambiava l'ungherese per l'italiano, ma solo perché la bandiera ha i colori simili. Ogni tanto glielo facevo notare, ma lui non so capiva. Ma andava bene così, in fondo la faccia da italiano un po' ce l'aveva.

Non che parlassimo anche della disciplina, anzi.

Semplicemente, commentavamo ciò che capitava in uno sport che, se fossi a casa da solo, penso non reggerei che due secondi netti e di cui non sapevamo un bel niente.

La cosa che più mi ha colpito è che mio nonno si è girato, ad un certo punto, e mi fa: "E' difficile sapere tutte le regole di tutti gli sport. Sono troppi gli sport e sono troppe le regole.".

E ha sorriso, come probabilmente ognuno di noi ha visto fare solo ai propri nonni in maniera diversa.

Mio nonno è una persona speciale. Così come mia nonna, certo.

Ma la cosa che mi fa pensare è che certe volte, il tempo con lui cambia d'intensità.

S'ammorbidisce. Sembra che cambi di dimensione. E sembra anche che il senso delle cose cambi. Sarà che lui ha vissuto tutto ciò che c'era da vivere. Sarà che negli ultimi anni, con il passare appunto del tempo, gli ho sentito fare discorsi che contemplavano la fine della vita terrena.

Sarà che l'anno scorso ha rischiato seriamente di morire e ancora oggi mi pare una cosa meravigliosa che sia vivo. Sembra una letterina di un bimbo delle elementari, questa.

Non è così, ve lo assicuro. Non volevo dire (o almeno, non solo) che mio nonno è una persona speciale.

Questo post va oltre.

Perché ragiona su come certe persone sappiano veramente raccontare, anche attraverso l'ammirazione che hanno verso uno sport apparentemente inutile (oggi mi sono appassionato al tiro al piattello, è veramente una disciplina difficilissima), la bellezza della scoperta, e dell'apprendere le regole che stanno a far da paletti a ciò che si scopre di nuovo.

L'ammettere che le regole si scoprono giorno dopo giorno, anche a 90 anni. Anche quando di regole, evidentemente, non hai forse neanche più bisogno, dato che le hai già rispettate tutte, visto che appunto, hai vissuto 90 anni.

Io non so rispettare tutte le regole, o forse le ho rispettate per troppo tempo e oggi mi accorgo che da quando ho cominciato a infrangerle non è cambiato nulla. O forse che l'unica cosa che è cambiata, è che rompendole ne ho solo scoperte di nuove.

Il che mi porta a pensare che in fondo, di regole se ne troveranno sempre, a prescindere.

Ecco. Oggi io mio nonno l'ho salutato come al solito ma andandomene l'ho ringraziato per l'ennesima volta. Perché senza volerlo, mi ha spiegato qualcosa.

Che le regole, quelle che non conosci, le scopri solo guardando anche ciò che apparentemente non ha senso o che ti sembra inutile.

Che quando le appuri, anche ciò che è apparentemente senza senso o inutile alla fine ha un suo perché. E che c'è qualcosa oltre la semplice volontà di non scoprire, di arretrare la curiosità, in quel bel calderone che è la vita (sembra una frase da film di serie Z, non la cancello solo per la parola "calderone).

E poi, ho scoperto il tiro al piattello. Cazzo, sono bravi quelli con il fucile, sembrano cecchini.

martedì, agosto 03, 2010

Can't Be With You

Ti puoi ritrovare seduto alla tua scrivania, alle 23.15 di un 3 agosto 2010, e fare le somme degli ultimi anni e non sapere se sei in pareggio e in vantaggio. Oh no, in perdita no: in perdita non ci puoi essere perché la vita in fondo ti fa sempre guadagnare.

Accendi una Pall Mall e guardi il monitor: sono le parole a mancare. Sono le storie che hai finito e quelle che ancora devi raccontare, a marcare il confine e il territorio.

Ok: posso smetterla di riferirmi a me in seconda persona. Perché oggi riparto con la ricerca della prossima storia.

Beatrice è stata una bella esperienza. E' stato scritto per una mia amica e spero che questo piccolo lavoro la aiuti.

Ora però c'è altro da fare. Lavorare alle prossime storie. Le storie che mancano sono sempre le più belle. E guardo il computo del tempo passato e trovo momenti che varrebbe la pena raccontare, vissuti più o meno. Di pensieri, di blocco d'azioni e di baci che non ho avuto il coraggio di dare. Di amori mai sbocciati e di quelli che, nonostante tutto, vivono. Di amori e di rabbia, d'ira e di sangue che trabocca dalla tastiera, e non dalle ferite. Dalle lacrime verso il cielo e i sorrisi di nascosto, la domenica mattina, a messa.

Sapete? La mia VitaInTechnicolor continerà. Perché è un concept che mi riesce bene, immaginarmi in una specie di Truman Show dove ci siamo io e i miei sogni. Ma altre storie spunteranno nel diario, come ne sono spuntate in questi anni (ricordate Joshua?): perché in fondo il sogno di una vita è fare lo storyteller e non potrebbe essere altrimenti.

Questo post si chiama come una canzone dei Cramberries. E' lo spirito che assilla le mie storie, armonico e doloroso. Il rincorrere chi scappa da te per i motivi più giustificati consapevole che l'amore che provi è puro e indissolubile. L'ho ascoltata tante di quelle volte, gente, che oggi quasi ci scrivo un post tagliato sopra.

E mentre vi preannuncio il mio volteggiare in un sogno di mezz'agosto, mentre vi parlo dei miei sospiri, degli innamoramenti e della voglia di combattere tutto e tutti sempre più forte, delle mie parole e dei sogni che non mi abbandoneranno mai, ecco che lascio lo spazio anche all'autopromozione.

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Se non lo siete, vi lascio il link: a questo portale potete votare la candidatura per i vostri blog preferiti. Mi incenso da solo e vi chiedo: votate nella categoria "Blog letterario" il "Diario di chi aspira a vivere" (Titolo) - http://franzk62.blogspot.com (URL).

Perché? Perché ho sempre sognato di diventare una blogstar, e di diventarlo con le mie storie.

Saranno banali, saranno scritte male, ma vi assicuro: sono vere. E allora, alimentate un sogno, il mio. Magari è capitato che con i miei io aiutassi i vostri.

Tanto lo sapete, rimarrò qui a infestare la blogosfera e il web tutto con i miei scritti. Pensate che tempo fa ho scoperto che una blogger mi aveva plagiato il post sul dolore, l'aveva copiato paro paro e messo sul suo portalino. Gliel'ho fatto togliere, perché fanculo, le mie storie le regalo ma nessuno se ne può appropriare.

Però rimarrò qui, perché a me piace scrivere storie. La mia, in particolare, ma perché nella mia c'è molto del mondo. E nel mondo ci sei anche tu che leggi, è inutile che fai finta che non sia così.