domenica, agosto 22, 2010

Controluce - Life in Technicolor part 122

Ho osservato fino in fondo tutto quello che è stato. Nel processo di ricostruzione, frutto di una due giorni introspettiva, la parte dell'osservazione è basilare per permettere a ognuno di ripartire.

E io, non sono da meno. 
Così, ho preso e ho cominciato a guardare controluce le cose che mi circondano. 

Sono parte di una vita che in ogni dove è stata smisuratamente forte e contemporaneamente, debole e labile. Da sempre così, due metà della stessa persona, me. 

Due parti di un insieme che, sono sicuro, anche voi avrete percepito nei momenti in cui anche correre sotto il sole vi risultava costrittivo.

Ci sono elementi che non possiamo comprendere. Necessità che non possiamo misurare o limitare. Punti di contatto fra desiderio e realtà che, per attimi, sfiorandosi, esaltano il sapore vivo della felicità. O, al contrario, della sconfitta. Soprattutto se i propri desideri risultano essere in contrasto con la realtà, sia essa fondata o meno.

Ad oggi, faccio il conto con il ritorno di fiamma, che poi sarebbe quando provi a dare spettacolo e il fuoco ti si ritorce contro. E non hai altro da fare che, letteralmente, leccarti le ustioni.

Si può desiderare la semplicità? La linearità delle cose è parte integrante di ogni spazio e di ogni tempo. C'è un momento di confronto con sè e un momento di confronto con gli altri. Momenti che, sposandosi, segnano in qualche modo la strada.

Vi siete mai chiesti, ad esempio, come mai ascoltando una canzone che avete sentito in un dato momento, l'unica sensazione che provate è quella che avete vissuto in quel succitato attimo? Perché non riuscite a staccarvene? Perché, se quel momento è perduto, non potete far altro che rimettere in loop quel brano e provare a rinvangare il passato, provando a godere del surrogato del ricordo? Perché non riuscirete mai più a legare quella musica a qualcos'altro?

Io ci penso continuamente. Penso a quante canzoni, nell'aria, mi fermano l'animo e mi coinvolgono fino a trasformarmi in un perenne osservatore di ciò che fu. 

Perdi fiducia nel futuro, così. Perdi coscienza delle tue capacità. Perdi il controllo della tua forza e della tua volontà. Non vedi più niente oltre l'attimo.

 Ci sono stati casi in cui avrei voluto non essere io. Altri, in cui sono stato felice di essere me. 

Ci sono stati momenti in cui credevo di aver pagato abbastanza dazio. Altri, in cui mi sembrava di rubare qualcosa a qualcuno.

Oggi è domenica 22 agosto 2010. Fottuta estate 2010. Fottuti momenti, fottuti ricordi. Fuori da me. Voglio rimanere solo con il presente e badare solo a ciò che mi sta di fronte.

Non voglio la vostra compagnia. Voglio tornare libero di ascoltare musica illibato, senza che niente mi ricordi fasi che oggi sono, appunto, solo ricordi. 

Perché, a prescindere che quei ricordi siano riferiti a momenti che reputavo immensamente lontani per intensità e probabilità d'esistere, riviverli nel presente mi ricordano solo che ho sbagliato. Che ho fallito un'altra volta, nella scelta di tempo e di schema. Nell'investire troppa poca forza e troppo poca volontà.

Assunzione di responsabilità a 360°, off course. Presa di coscienza che solo l'introspezione può favorire. Presa di coscienza che, sul lungo periodo, dovrebbe garantire serenità.

Sarà.

Intanto, guardo controluce ricordi e spazi, momenti e sapori, ore e ore e ore e ore che oggi si sono sparpagliate fra la mia cucina e ogni singola mattonella di Torino. 

E, com'è ovvio che sia, mi lascio accecare dalla luce, cominciando a guardare il mondo a sagome troppo scure per essere definite. 

E' la fase due della ricostruzione, bellezza. E' la fase delle fondamenta, quelle che per essere realizzate vanno scavate nella roccia talvolta a mani nude. Con la terra che ti si ferma sotto le unghie, i graffi sul dorso delle mani, il sangue che cola dalle ferite dei sassi sull'epidermide. 

Un momento necessario, che quando sarà passato garantirà alla costruzione di rimanere in piedi. 

Un momento da viversi controluce, cercando di orientarsi fra sagome d'oggetti e persone che oggi non ci sono più, che fanno parte di un passato che si vorrebbe cancellare, e contemporaneamente, rivivere. Ma quest'ultimo punto, lo si dice a bassa voce. 

Ovvio. E' sempre così. Perché volere il passato, se ci ha fatto male? 

Semplice. Perché se ad alta voce invochiamo la sua scomparsa, dall'altra c'è sempre la flebile speranza che quel passato possa risorgere a vita nuova. Se solo si potesse tornare indietro. Se solo si potesse rivivere tutto con più forza. Se solo si potesse.

Già.

Nessun commento: