mercoledì, agosto 25, 2010

Fall into sleep - Un racconto 03

"Così lei si sveglia sempre alle 3?".

"Sì, sempre. All'incirca, ecco."

Il dottore mi guardava con aria incuriosita. Come si chiama la patologia di chi non dorme veramente? Lo studio era disegnato intorno a quel figuro, uno psicanalista? O forse uno psicologo? E dire che non ne avevo mai frequentati. Definirlo mi sembrava persino limitante.

"Cosa l'attira delle 3?"

"Non saprei. Dicono che sia l'ora più lontana dal giorno".

"A lei piace la notte?"

"No."

"E cosa sente appena prima si svegliarsi?"

Mi concentrai. Rivivevo quelle sensazioni attimo per attimo.

"Dunque, è come se cadessi. Lei ha mai sognato di cadere, dottore?"

"Sì, certo."

"E si ricorda cosa si prova?"

"Beh, si sente un vuoto sotto lo sterno".

"Ecco, una roba simile. Solo che io non riesco a fermarmi."

"In che senso?"

"Non tocco mai il fondo."

Mi guardò incuriosito. Poi prese appunti, scrivendo velocemente un paio di frasi sul taccuino di fronte a sè. Mentre scriveva, riprese a parlare.

"Quindi lei cade e non tocca il fondo".

"No.".

"La danneggia di più il non toccare il fondo o la paura di toccarlo?".

"Non saprei, di solito quando mi pare di averlo quasi toccato, ecco che mi sveglio.".

"E cosa fa appena apre gli occhi?".
"Guardo l'ora".

"E sono le 3".

"Già".

Il dottore mi guardava perplesso. 

"Lei soffre di bruxismo?".

"Sì".

"Ha preoccupazioni?".

"Normali.".

"E' innamorato?".

Silenzio. Che cazzo di domanda era?

"Mi scusi, dottore, che domanda è?".

"Vive una relazione stabile? Si sente realizzato emotivamente?".

Lo guardai.

"No.".

Prese appunti.

"Oltre al cadere, cosa sogna?".

"Niente, sogno solo di cadere".

"E si sveglia.".

"E mi sveglio.".

Mi girai sulla sedia, facendo mezze lune con i piedi e cominciando a tenermi ai braccioli. Il dottore scriveva, e scriveva, e scriveva. Poi mi guardò, qualche secondo, prima di riprendere a scrivere.

"Lei quindi dorme, sogna di cadere, e si sveglia prima toccare il fondo. Sempre alle 3.".

"Già".

"Ha paura?".

Non so cosa mi prese in quel momento. Guardai le sue mani rugose, i suoi baffetti incolti, le sue guance ruvide, i capelli brizzolati. Ne osservai il vestiario semplice e disinvolto, la sua polo a maniche lunghe e la fede al dito. Cercai di guardarlo con attenzione contestualizzandolo nel suo studio, con le pareti imbiancate di vernice giallina, i mobili high tech di metallo e vetro, i soprammobili.

"Di cosa dovrei aver paura, dottore?".
"Non so, me lo dica lei.".

Già, di cosa avrei dovuto aver paura?
M'alzai e m'avvicinai alla finestra.

"Dottore, io non ho paura. Ho solo sonno.".
Aprii lo stipide e mi buttai.

Guardai prima il vuoto sotto di me. Poi chiusi gli occhi. Sentii urlare in lontananza. Era veramente come quando dormivo. Il vuoto sotto lo sterno. L'aria sotto. L'aria ai lati. L'aria sopra. 

Quando avrei toccato il fondo?

Aprii gli occhi.

La radiosveglia segnava le 3. Il buio della stanza, il silenzio. Il batticuore, mi mancava l'aria.

Provai a richiudere gli occhi. Ma quella notte non riuscii più a dormire.

2 commenti:

Lice ha detto...

Complimenti. Mi piace molto.

la rochelle ha detto...

secondo me una delle cose più belle che hai scritto, bro