sabato, agosto 21, 2010

Il musicista - Un racconto 02


Il mare era distante kilometri. Ero tornato, finalmente.
Torino, Torino! Quanto m'eri mancata. Mi eri mancata tu, il centro, violenta e inevitabile piazza Castello, e tutto ciò che concerne i ricordi che mi legano a te. Tutte le vie e le foto e le parole e i gesti. E le persone, soprattutto le persone.
Parlavo così, senza pudore, alla mia città, mentre fra i portici intravedevo le solite coppiette, i signori di mezza età, i tarri intenti a fare le vasche, potevo persino intravedere il tempo che scorreva.

All'angolo, lo vidi.

Un musicista.

Suonava il motivetto di "Hit the road Jack" con la sua tromba di metallo rigato, opaca ormai troppo per ricordare d'esser di nobile ottone legato a ferro e chissà a quale altro materiale zincato. Di certo, non sembrava più d'oro. Ray Charles al piano era più accattivante, ma quella versione non mi dispiaceva.

Mi avvicinai e lo ascoltai. Lui mi guardò, da dietro la tromba, con lo sguardo di chi s'aspetta qualcosa. La monetina, pensai. T'aspetti la monetina. 

Mentre suonava, dondolava. Scrollava le spalle e molleggiava sulle ginocchia. I piedi, dentro le ciabatte, se ne battevano e rimanevano ben piantati a terra. Era bello guardarlo mentre intorno a me c'era Torino. Guardavo Torino e piazza Castello. Guardavo Torino e ricordavo.

Presi la macchina fotografica dalla sacca e mi misi a fare foto a quel signore dallo sguardo impegnato. Lui di risposta, cessò di fare musica: non voleva essere fotografato.

"Continua a suonare" gli dissi.

Poi frugai nelle tasche dei pantaloncini e ne tirai fuori un euro che gli buttai nel trolley aperto di fronte a sè.

Lui fece un mezzo sorriso, e ricominciò a suonare, questa volta una roba molto meno per il piano. Sembrava un pezzo di Amstrong, ma non avrei saputo dire quale. Forse "Dream, a little Dream", senza la voce di Louis, però.

Cazzo. Ero a Torino, ascoltavo un jazzista improvvisato all'angolo della strada. C'era il sole. Ero nel fresco di un fine agosto che più fresco non si può. Ed ero maledettamente interrotto.

Stai male? Mi chiedevo. Sì, e no.

Avevo lasciato il mare, cazzo quanto avevo voglia di scappare. 

Mi faceva paura, il mare. Eppure sentivo di esserne in qualche modo attratto.

Il jazzista continuava a guardarmi. Là il muro non c'era. Da dietro la sua trombetta, faceva musica e mi sorrideva, poi si voltava verso la gente che passeggiava dietro di me, e sorrideva anche a loro. Smise di fare musica e scrollò la tromba per togliere la saliva dal tubo.

"Ehi, da dove vieni?" chiesi.

"Estonia" mi rispose lui, con un accetto smaccatamente slavo. Poi riprese a suonare, e questa volta non riconobbi il brano e l'autore.

Gli feci ancora due foto e poi lo salutai come fosse uno della zona, alzando il mento e facendogli un mezzo sorriso. Anche lui mi sorrise, continuando a suonare.

Entrando in piazza Castello, ripensai al mare. Ripensai ai muri, al senso di vuoto e d'impotenza. E a quel musicista. 

In fondo, pensai, la vita è come aver a che fare con musicisti agli angoli delle strade. Ti fermi a guardarli, li osservi e ti compiacci della loro bravura. Provi ad aiutarli, ma non sai far altro che dare loro un euro. E ti senti pure in colpa per non aver saputo fare di più.

Camminai in mezzo alla piazza, assolata. Parlavo a Torino facendole foto. Ripensavo a quanto era distante al mare. Camminavo, non pensavo ad altro che al mare. A quanto mi facesse paura, a quanto fosse meno rassicurante di Torino. A quanto fosse maledettamente attraente stare lì, a osservare la distesa d'acqua che non avrei mai dominato. A quanto fosse bello misurarsi con quelle paure.

"Perdonami, Torino, se oggi penso più a un'altra" dissi fra le labbra, come se la mia città fosse la donna della mia vita e il mare fosse una splendida sconosciuta. Lo dissi con nella testa la musica di quel tizio all'angolo, una piccola metafora dell'esistenza nel posto più perfetto del mondo, Torino appunto.

Ma in quel momento, pensavo al mare.

Avrei voluto la forza e il tempo di tornarci.

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