lunedì, agosto 09, 2010

La colazione - Un racconto 01

Da oggi parte una nuova rubrica del diario: "Un racconto". Che poi è un racconto originale scritto da me medesimo. E, ci tengo a precisare, racconti di tutti i generi, anche di quelli che non m'appartengono, che proverò qui a sviluppare. Mi cimenterò in esercizi che per me sono nuovi.
Enjoy (spero).
fRa

"Avevo sempre pensato che la colazione fosse il pasto più importante della giornata, e non era una frase fatta. Era sempre stato così, da quando ero piccolo e mia madre mi scaldava le brioches del supermarket nel fornelletto elettrico. Ricordo ancora oggi, e devo dire, con molto piacere, il gusto del burro in quella sfoglia che solo il fornelletto materno sapeva rendere croccante al punto giusto.

Ecco, la colazione era il pasto più importante. E amavo prepararla e servirla a letto, quando dormivamo insieme. Mentre lei continuava a dormire, mi piaceva armeggiare in cucina con la caffettiera e i vassoi, con tazze, tazzine e cucchiaini, riempiendo piatti e stoviglie di brioches, yogurt, latte, fette biscottate biscotti e succhi di frutta.

Anche se eravamo sempre solo in due, e quella roba talvolta avanzava perché era troppa. Anche se a volte, era più il tempo che ci impiegavo a preparare tutto che non il tempo che passavamo a mangiare, fra le lenzuola disfatte e la luce del mattino.


La colazione, per me, era sempre stato il pasto più importante, e lei lo sapeva.


Mi piaceva stupirla, anche se non era più stupore, quello che metteva nel guardarmi entrare, d'inverno o d'estate, con tutto quel cibo in camera da letto, sorridente. Anche se i suoi occhi erano sempre felici quando, di soppiatto, la svegliavo e le dicevo: "Sono le undici, è ora di fare colazione" e fra me e me ridevo perché sapevo che a quell'ora la colazione doveva essere già stata fatta da un pezzo. Ma era tutto così perfetto che non m'importava.

Quel mattino, in cucina entrava la luce del sole. Preparai il caffè come piaceva a lei, bello carico e fumante.

La caffettiera aveva un pezzo di guarnizione che ne faceva uscire un po' durante la cottura. La riparai in maniera sommaria, facendo forza sul pezzo di gomma con il manico di un cucchiaino. Riempii la moka a metà, in modo che uscissero solo due tazzine giuste e il caffè non andasse sprecato. A lei, come a me, non piaceva esagerare con la caffeina.


Ero uscito presto, la mattina. Ero passato al bar e avevo acquistato tre brioches al sapore di cioccolato, di quelle che innervano la sfoglia di marrone e fanno apparire la cialda bicolore, quando i croissant non sono molto bruciacchiati. In quel caso, ne avevo scelti tre abbastanza cotti, tanto che la nervatura si perdeva nel marrone scuro della superficie. Li riposi con cura sulla piastra, che mi si a fuoco lento per evitare che si annerissero dalla troppa cottura.

Mentre il calore dei fornelli faceva il suo con i croissant, presi dal frigo un vasetto di yogurt e lo riposi nel vassoio. Uno yogurt bianco con i pezzetti di cioccolato, fra i suoi preferiti. L'avevo comprato il giorno prima al supermarket, quand'ero andato a comperare anche dell'insalata per il pranzo e delle mozzarelle.


Guardai fuori: il sole era veramente carico, eppure non faceva tanto caldo. Era una bella e fresca mattina.
Tolsi dalla piastra i croissant mentre il caffè usciva dalla moka. Erano fumanti, caldi, come appena usciti dal forno. Avrei voluto assaggiarne uno già lì, ma mi decisi a resistere. Volevo che arrivassero come intonsi, in camera.

Versai nelle tazzine il caffè. Misi a entrambi un cucchiaino di zucchero e mezzo, dato che ci piaceva molto dolce. Poi presi una brocchetta di ceramica e la riempii di latte. Presi dalla credenza delle vivande il pacchetto di biscotti al cacao e burro, ne versai un po' in un piattino, e li misi vicino allo yogurt.

Ricontrollai tutto: non mancava nulla. Presi il vassoio e mi recai in camera.

Poggiai il vassoio nel letto e guardai il suo posto. Avevo lasciato le lenzuola esattamente come le aveva lasciate. Sul cuscino, c'erano ancora dei suoi capelli. Sul comodino, i suoi orecchini e qualche fazzoletto di carta, usato.

Dalla finestra entrava la stessa luce che c'era in cucina. Era un mattino fresco e il sole scaldava il giusto: non avevo sudato neanche un attimo.

Mi misi al mio posto, la schiena poggiata al muro, le gambe distese. Poggiai una mano dal suo lato, carezzando le lenzuola.

Mangiai un croissant, il sapore esaltato dal caldo. Fra i denti godevo del cioccolato e della sfoglia che si infilava fra gli interstizi. Lo finii in pochissimo tempo, preso dall'ingordigia.

Ancora stavo masticando la brioches, che presi la tazzina e sorseggiai il caffè.

Mi sentii sazio, mentre ancora carezzavo il suo posto. Guardai dal suo lato.

Sembrava ancora d'averla lì. Ma lei lì non sarebbe mai più tornata.

Il caffè era caldo, buono. La sua tazzina, ricolma, mi faceva venire voglia di prendere anche la sua razione. Mangiai una seconda brioche. Era ancora calda e fragrante.

"Tu non ne vuoi?" dissi ad alta voce, e cominciai a sentire il magone. Dio solo sapeva quanto mi mancava. Quanto avessi voglia di lei, del suo modo di guardarmi. Del suo essere sorridente al punto giusto. Ma non l'avrei più rivista. Lo sapevo. Ne ero cosciente. Era finita, per sempre.

Finii il mio caffè e presi il suo. Lo bevvi tutto d'un fiato, perché era ormai freddo.

La terza brioche non m'attirava come le prime due. Così lo yogurt, e il resto.

Posai la mano sul suo cuscino. C'erano ancora dei suoi capelli.

Guardai alcuni suoi vestiti, poggiati sul mobile di fronte al letto. Erano ammucchiati, non piegati. Era sempre stata disordinata. Anche quando se n'era andata, aveva lasciato molte cose lì. E io, quasi per rispetto, non avevo avuto il coraggio di toccarle. Mi mancava, mi faceva male. Pensavo a lei e sentivo un vuoto dentro. Come se fosse parte di me, ad essersi staccata. Come se l'avessi staccata a colpi di coltello e mi fossi procurato delle ferite così nette da non sanguinare.

Faceva male. Sentivo la lama nella carne. Era quello, forse, il senso peggiore. Come quel mattino che se n'era andata. Anche quella mattina stavamo facendo colazione. Poi però aveva deciso di andare via. Avevo provato a fermarla, ma inutilmente. Era andata via e io non avevo potuto far altro che guardarla andare via. Fra le mie braccia, l'avevo sentita parlare l'ultima volta. Poi, era diventata muta e sorda ai miei richiami.

Suonarono alla porta. M'alzai, lasciando tutto com'era, e aprii senza chiedere chi fosse. Non ero interessato. Pigiai il tasto del citofono senza neanche pormi la domanda.

Qualche secondo dopo, bussarono alla porta.

Mi trovai di fronte due signori, vestiti di nero.

Non capii cosa dicevano, subito.

M'invitarono a vestirmi, credo. Cosa che feci, mentre uno mi guardava e l'altro girava per casa frugando fra le mie cose.

"Non mi cammini sul tappetino del bagno con le scarpe" chiesi, mentre mettevo un paio di jeans. Ma non so se quell'uomo vestito di nero ascoltò la mia richiesta. Lo sentii entrare in cucina e frugare fra le posate. Poi, sentii gracchiare una sorta di radio, mentre m'infilavo una maglietta e le calze.

L'altro mi invitava a fare in fretta.

"Posso posare il vassoio con la colazione a posto?" Chiesi.

Mi rispose di no, sempre con tono calmo ma deciso.

Il secondo tornò in stanza. Quando finii di vestirmi, mi fecero cenno di girarmi.

Mi amanettarono.
Poi, mi dissero che saremmo dovuti uscire.

Mi tenevano uno da una parte e uno dall'altra. Mentre scendevo le scale, altri uomini vestiti di nero salirono nel mio appartamento. Erano tutti uguali, o almeno, così mi sembravano.

I miei vicini mi videro così. Li salutai come al solito, ma loro non mi risposero come facevano normalmente.

I due uomini mi fecero salire in macchina. Dissero che mi portavano via. Dove, non me lo dissero.

"Avete fatto colazione?" chiesi, mentre la macchina partiva e altra gente continuava e entrare in casa mia per cercare chissà cosa, mentre i miei vicini osservavano la scena e la gente si radunava di fronte al passo carraio del mio palazzo."

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