giovedì, agosto 26, 2010

Memories - Un racconto 04


L'ultima volta che ti ho tenuto la mano, tu dormivi. Avevi allungato il braccio nel sonno, e anche se avevi gli occhi chiusi, sapevi che la mia mano era là. 

Non l'hai presa, hai soltanto poggiato il tuo palmo sul mio dorso. 

Come a salutarsi. Come se si rincontrassero.

Era una notte uguale alle altre. Tu e io, e il buio. Io che mi sarei voltato e ti avrei detto che tutto andava bene. Che c'era tempo per rincontrarsi, c'è sempre tempo per rincontrarsi. Che c'è sempre tempo per ritrovarsi.

Io ti ho preso la mano e non so quanto l'ho tenuta. Non so se ho smesso di tenerla io o l'hai tolta tu. Non ricordo neanche se quella mattina, al nostro risveglio, fossero ancora unite.
C'era il segno sulle lenzuola, delle braccia che s'erano mosse. Quando il tessuto forma quelle piccole onde che partono dal contorno dove le schiene sono poggiate e il peso forma l'infossatura sul materasso. Due isole, i corpi di persone che muoiono nel sonno facendo finta che non sia così. La metafora esausta, quella della morte in ogni sonno. 

In ogni notte, qualcosa muore e mani smettono d'incontrarsi. Oppure s'incontrano, senza che i legittimi proprietari sappiano che intanto, le loro estremità si prendono, si sfiorano, e infine si salutano.

Guardo lo spiraglio del mio silenzio, del tuo silenzio. Dicono che il contrario dell'amore non sia l'odio, ma l'indifferenza. E nel mio silenzio non c'è indifferenza, solo contemplazione.

Quella notte, tu piangevi e io ti guardavo piangere. Come in una canzone dei Marlene Kuntz, ma a me non è mai piaciuto vederti piangere. Neanche una lacrima, neanche per pochi attimi. E' sempre stato così, te lo dicevo quando camminavamo insieme e tu dicevi che eri triste. Che quel maledetto fondo l'avevi toccato e solo Dio sa se te ne saresti mai liberata. Se te ne libererai, un giorno. 

Ridevi del fatto che non mi piacesse vederti piangere. Ridevi di una debolezza che non era debolezza. Chissà se lo capirai mai. E incominciavo a dirti che dovevi essere felice.

Poi ti guardavo, e ti dicevo che eri bella quando sorridevi. E tu, sorridevi.

E c'era silenzio, silenzio di me e te abbracciati in mezzo alla calca, al sole e ai tram, alle canzoni in mente e in tutti i propositi di usare la mia forza e la tua morbidezza, quella che nascondevi dietro la tua corazza.

C'era del vero. 

Oggi scrivo seduto da lontano, nel silenzio che non è indifferenza. Come quando guardavo il cielo, da solo, pensavo che ci fosse una strada da percorrere per ognuno, e tentavo di spiegartelo mentre, seduti a un tavolo, mangiavamo e bevevamo e parlavamo, parlavamo, parlavamo.

Io quella strada la ricordo, come ricordo le parole che ho detto.

Può la memoria fottere il presente? E il futuro?

Solo se decidiamo che sia così. In fondo il tempo non basta neanche per un paio di mani che s'incontrano, se ci pensi. 


Dei ricordi che ho ci sei tu, e ci sono io, e c'è il mondo e ci sono le persone e le cose e le parole e le paure e le diversità. Poi c'è una casa, due case, mille notti, e i pianti espressi e quelli che, nel silenzio, tu non hai mai visto. 


I miei, nel pensarti quando non pensavi che lo stessi facendo. Di dolore, autentico, non pietoso ma autentico, di una vita che percepivo talmente desiderata da considerarsi dovuta. La tua, quella cui aspiri.


E' stato quello il motivo per cui. Ricordi? Fu un pomeriggio in cui ti risposi così. Ti descrivevi e io ti risposi solo: "Questi sono i motivi per cui".


Quante domande, oggi. Ne ho tante che neanche t'immagini, o forse sì. E con la solita solerzia risponderai che sono domande del cazzo. Scambiavi genuinità con stupidità. O forse no, ma d'altronde c'era del vero quando dicevi che le diversità sono difficili da rendere compatibili a priori.


Ci va tempo, e ci vanno domande. Tante quante le volte che, svegliandoti, hai sperato che fosse un giorno diverso, tante quante io lo speravo con te. 


Oggi scrivo lontano, seduto osservo e sento il rumore del mare, l'amato mare. Sento il fruscio delle lenzuola e l'attrito della pietrina dell'accendino, l'ultima sigaretta del giorno quando è già notte fonda e ci fermavamo a fumare mentre tutti dormivano. Era la sigaretta migliore.


Sono ricordi. Ne ho sparsi qua e là per tutta la casa, per tutte le strade di Torino, per tutte le sere e per tutti i giorni. Fra gli oggetti, fra i vestiti, negli odori. Nei respiri, e nei desideri.


Il fondo, l'apice. Preghiere che sono state dette. Altre pronunciate ad alte voce, ma sempre di nascosto. Lontano 1000 kilometri da dove siamo, lontano, più lontano di quanto immagini.


Lontano, come il luogo da cui scrivo oggi. Seppur lontano, autentico. Sincero. Armato d'amore, anche d'odio. Mai, d'indifferenza.

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