sabato, agosto 28, 2010

Purtroppo, o per fortuna - Un racconto 05

Stavamo seduti a un tavolo di un locale particolare, quella sera.

C'eravamo già stati. Era passato molto tempo, dalla prima volta. Tempo che avevamo passato insieme. E tempo che avevamo trascorso da altre parti.


Un locale particolare, dicevo.

La padrona accoglieva tutti gli avventori con un bacio sulla guancia, raccontando perché avesse scelto quel tal nome per il suo bar e perché avesse deciso di realizzarlo in quel dato modo. 

Alle pareti, dipinti di donne svestite e di ninfe poetiche. E, al soffitto, erano appese tante marionette di diverso genere, tutte sorridenti e vestite di morbido raso.

Eravamo seduti contro il muro, vicini. E ci guardavamo intorno, incuriositi. Mi girai e le chiesi.

"Immaginiamo che abbiano una storia".
"Chi." mi rispose lei.
"Le marionette." dissi io.

Scegliemmo quali ci piacevano di più. Fra tante, ci colpì una coppia di pupazzi, diversissimi fra loro. Un maschio e una femmina. Lui moro, vestito di blu. Lei bionda, con il vestito rosa.

"Fanno proprio contrasto" disse lei.
"Per quello li abbiamo scelti, no?".

"Come si chiamano?". 
"Lei la chiamerei Guenda, ti piace?".

Ci pensò su un po'. Poi, sorrise.
"Lui però lo chiamiamo con un nome diverso".
"Tipo?"
"Marcel ti piace?".
"Sì, mi piace." e sorrisi io, questa volta.
Era bella, quella sera. Ci piaceva raccontare storie, raccontarcele. Facevamo finta d'esser cantastorie di professione. Uscivamo dal mondo, mentre ce le raccontavamo. E stavamo immersi in un'altra dimensione, che quel locale, quella sera, facevano calzare perfettamente come un'entrata in uno spazio diverso, dove non c'era il male, dove non c'era il fondo. 

"Marcel e Guenda stanno insieme?" mi chiese.
"Non so, secondo te?" le risposi.

Lei ci pensò su. Li guardò con quello sguardo fintamente spento. Poi strabuzzò gl'occhi e sorrise. 
"No, si sono appena conosciuti.".
"E che ci fanno appesi uno di fronte all'altro?".
"Boh, si sono trovati".

La gente si trova, pensai. Come era capitato a me e lei. 

"Secondo me non sono dispiaciuti di stare di fronte, così".
"Anche secondo me." rispose lei.
"E di cosa parlano, Guenda e Marcel?".
"Parlano di come scendere dai fili perché sono stufi di stare legati al tetto".
"Non fa molto Pinocchio, il voler diventare reali?".
"Ma loro non vogliono diventare reali, vogliono essere solo liberi.
"E vogliono rimanere pupazzi".
"Sì. Non è importante la sostanza di ciò che sei".
"Se sei un pupazzo sei finto".
Mi guardò con aria irritata. Era passionale anche nel raccontare storie.
"Se ti muovi e vuoi essere libero dai fili, non sei finto. Sei vivo, sei vero".

Già. Aveva ragione lei.

"Quindi nella nostra storia Guenda e Marcel vogliono scendere dai fili ed essere liberi".
"Esatto, come in tutte le storie".
"E perché, secondo te?".
"Così legati, non possono neanche abbracciarsi".

La guardai io, ora.

"Cosa ti fa pensare che due marionette dovrebbero abbracciarsi? O sentire la necessità di abbracciare qualche loro simile? Scusa, non è più credibile che vogliano scoprire il mondo?".

"O diventare come le Dolls di Stuart Gordon, e uccidere tutti!" m'interruppe lei, con il suo solito, malizioso sorriso.
"Ora ti riconosco!" le risposi con un sorriso, questa volta vero. 

Amava quelle storie, in fondo, ed era strano che non le avesse ancora rilanciate come una trama possibile per i nostri due giocattoli appesi.

"Avete già ordinato?" ci chiese una cameriera.
"Prendo un San Simone." dissi io.

"Prendo un sidro alle mele." disse lei.

La ragazza ci ringraziò e tornò in cucina.

"Guenda e Marcel bevono?" chiesi.
"Sono marionette".
"Le marionette non bevono?".
"Hai mai visto una marionetta bere?".
"Se è per questo, non ho mai visto una marionetta abbracciare un'altra marionetta".
"Siamo tutti marionette, in fondo".
"Questo fa molto Pinocchio" le risposi io.
Lei mi guardò. Io la guardai.

Quante volte avevamo fatto discorsi di quel genere. Quante volte ne avevamo parlato di gente che s'abbraccia, di gente che si odia. Di quando si ama la persona di fronte a sè, e di quando i fili sono quelli che non si vedono.
Arrivò la cameriera e posò sul tavolo le ordinazioni.
"Alla fine siamo tutti marionette.". dissi io. Poi ci fu silenzio, e bevemmo.

"Tu vuoi scendere?" le chiesi.
"Da dove?" mi rispose.
"Dal tuo soffitto".
"Per andare dove?" mi sorrise lei.
"Boh, per essere libera di scegliere per te.".
"Mi piacerebbe." rispose con una punta d'amarezza.
"E' difficile smettere d'essere legati al soffitto.". 
"Ci va forza.".
"Non tutti ce l'hanno.".
"Io no, senz'altro.".

Le sfiorai la mano e pensai che avrei voluto dargliela io. Se ne avessi avuto a sufficienza, ma non sapevo se mi sarebbe bastata. Sorseggiai un altro po' di San Simone.

"Come finisce questa storia?" le chiesi.
"Questa delle marionette?".
"Sì".
"Che Guenda e Marcel strappano i fili e scappano.". 
"E dove vanno?".
"Boh, vanno via. Poi o diventano assassini o scopano come marionette" e si mise a ridere rumorosamente.

Le sorrisi. Il suo senso dell'umorismo nero e malefico. La sua bellezza.

"E noi due, che facciamo ora?".
Lei mi guardò. Non rispose.
"Dato che siamo insieme, dico, qui, io e te. Scappiamo o rimaniamo?".

"Già, siamo insieme - mi rispose lei, mentre beveva un altro sorso di sidro - Sai una cosa? Ogni tanto, mi sei mancato".

"Anche tu mi sei mancata".

Silenzio.

"Ti ricordi?" le chiesi.
"Sì, tutto - rispose lei - purtroppo, o per fortuna".  

Rimanemmo in silenzio lì seduti, guardando le due marionette. Ci prendemmo la mano.

"Comunque alla fine Guenda e Marcel scendono dal tetto." dissi io.
"Forse" disse lei, e mi sorrise, questa volta come piaceva a me.

Agli altri tavoli, la gente chiaccherava. La padrona del locale raccontava ad altri avventori  appena arrivati come aveva scelto il nome del suo bar, dopo averli baciati sulla guancia. 
Fuori, la gente passeggiava.

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