martedì, settembre 28, 2010

Bussano - Un racconto 08

Polly sedeva a tavola, nel suo salotto. Erano le 15 di un pomeriggio di metà ottobre. Fuori, pioveva. Le serrande erano per metà chiuse, filtrava poca luce.

Sulla tavola, una tovaglia stropicciata. Briciole di pane e chiazze di sugo adornavano il cotone liscio del tessuto, rimarcando il verde e giallo dei fiorellini stampati sopra. Davanti a Polly, un piatto con i rimasugli di sugo d'arrosto freddo e mayonese. Nella salsa, alcuni mozziconi di sigaretta spenta annerivano il giallognolo smunto lasciato là dall'uovo sbattuto. E poi, due posate, un pintone verde da due litri, con poche dita di vino sul fondo, un tovagliolo sporco, un pacchetto di Pall Mall blu, un accendino di plastica arancione, un bicchiere.

Polly tremava. S'accese un'altra sigaretta e continuò a guardare dritto a sè, mentre, tenendo le gambe accavallate sotto la tavola, agitava nervosamente il piede.

TOC TOC.

La pioggia batteva sul vetro della finestra, in cucinino. Il rimbombo del bussare aveva interrotto il silenzio battente d'acqua sulla superficie amorfa. Era un silenzio non irreale, palesato in quel buio macchiato qua e là di luci.

"Chi è?" disse la ragazza, a bassa voce.

Nessuno rispose. Polly agitò la sigaretta sulla mayonese, lasciando cadere petali di cenere che continuarono a colorare il giallino. Fece un lungo tiro ed, espirando, guardò il fumo disperdersi nell'assenza di luce.

"Chi è?", ripetè quasi sussurrando.

Nessuna risposta. L'acqua colava sui vetri, il silenzio continuava a rimbombare.

TOC TOC.

Polly fece un'altra tiro dalla sigaretta, continuando ad agitare il piede. Raccolse clle briciole dalla tovaglia, ne fece un mucchietto e le prese fra le dita, cospargendole nel rimasuglio di sugo d'arrosto. Un acre odore di salsa bruciata s'esalava dal piatto.

Riempì il bicchiere sporco con il poco vino ch'era rimasto sul fondo della bottiglia. Respirò, guardando il bicchiere in controluce. Era pieno di chiazze di dita sudate. Bevve tutto d'un fiato e fece un altro, lungo tiro di sigaretta, sentendosi bruciare all'altezza dello sterno e della gola. Trattenne il fumo dentro i bronchi, poi lo sputò tutto fuori insieme. Per un attimo, ebbe un conato di vomito.

TOC TOC.

"Chi cazzo è?" urlò.

Silenzio. Nella penombra, non c'era altro che quello. Polly spense la sigaretta nella mayonese e s'alzò. Camminò intorno alla tavola, andando alla finestra socchiusa. C'era freddo, sul pavimento. Un filo d'aria s'insinuava da sotto gli stipiti andando a creare una gelida, finissima corrente che si diffondeva dal basso in tutte le superfici della casa.

Sentì i brividi, ma non del gelo. Bussarono anche quella sera. O forse no, spalancarono solo la porta ed entrarono, senza chiedere permesso. Erano i ricordi, a tremare con lei.

"Chi è?" chiede nuovamente Polly, portandosi la mano sul grembo. 

Silenzio. Nessuna risposta, se non l'acqua sulla finestra e il vuoto.

Polly respirò profondamente, socchiude gli occhi. Sentì l'aroma della carne bruciata, mescolata al vino rancido e al fumo di sigaretta. Passò una mano sulla guancia, sentendo sotto le falangi l'epidermide screpolata e le impurità dell'incuria e della bellezza trascurata. 
 
TOC TOC.

Polly si voltò di scatto, senza dire nulla. Respirò forte. Ritornò a sedersi a tavola. Accese un'altra sigaretta. Là, nel corridoio, l'oscurità peggiorava, diventava più spessa. Era stato così anche quella notte? Non ricordava, ricordava solo le paure del dopo. Ricordava solo il suono della porta e poi, il nulla. Ricordava solo che era buio, e nel corridoio il rieccheggiare dei colpi sulla porta era potente, e riempiva le orecchie.

"Andatevene." sibilò.

Portò la sigaretta alla bocca e fece un altro tiro. 

TOC TOC.

Polly socchiuse gli occhi. Aveva paura. Avrebbe sentito bussare ancora.

Dietro la porta, non c'era nessuno.

martedì, settembre 21, 2010

Il fattore Germaine - Life in Technicolor part 126

Il 5 giugno 1980 Germaine Lecocq, moglie dello scrittore Giorgio Amendola, morì dal dolore per la scomparsa del marito. Aveva resistito, senza di lui, meno di un giorno.

Sandra Mondaini, rispetto a Germaine, ha resistito qualcosa come cinque mesi. Dopodiché, ha smesso di vivere stroncata da una vasculite e dal dispiacere. Pare che Raffaella Carrà, amica intima dell'anziana ex soubrette, abbia detto il giorno del funerale di Raimondo Vianello: "Dirò una preghiera per Raimondo e centomila per Sandra".

Ecco, io queste cose le apprendo un po' dalle cronache dei giornali e un po' dall'immagine che mi son fatto di quella signora su carrozzina, che il giorno dei funerali del marito, abbracciata dal Presidente del Consiglio, piangeva e si disperava.

Non so dire che significhi, tutto questo. Non so dire se sia un caso, non so dire se effettivamente sia stata la latitanza d'amore a demolire definitivamente la fibra di una settantanovenne come Sandra Mondaini. 

C'è però un fatto: l'immaginare la morte come conseguenza della morte di una persona m'è difficile e sconvolgente.

Perché quanto dev'esser grande un amore per ucciderti quando finisce su questa terra? Quanto può essere lancinante il dolore di una persona che ti lascia non per sua volontà, ma per la conclusione di alcuni cicli vitali? 

Forse ciò che si sente di più è il sopruso d'esser rimasti. Il senso di colpa per non aver avuto la fortuna di partire per primi. O forse il semplice fatto che vivere di fianco a qualcuno è meglio che vivere da soli.

Io non so dirlo. Lo penso come a una sorta di fattore intrinseco nello spirito che accompagna certe persone, una specie di caratterizzazione del genoma che ti dice: "Vedi quella persona? Sei sua e vivrai solo fino a quando vivrà lei".

Sei pronto ad accettarlo o meno, ecco che ti metti a disposizione del fato ed esegui. Tu e quella persona siete indivisibili. Tu e quella persona siete fatti per stare insieme. Tu e quella persona morirete in qualche modo insieme, a prescindere dal divario di minuti che separerà uno e l'altra dalla morte.

Mi fa paura, un amore così forte. Quasi quanto le malattie terminali, la guerra atomica e il domani senza sè medesimo.

Immagino la notte che deve aver vissuto Germaine prima che Giorgio morisse. Immagino il suo guardare il soffitto, immagino le mani che si fanno sudate e la sensazione che il tempo non passa, non passi mai e non passerà più. Immagino i giorni di Enzo Biagi, come abbia vissuto senza Lucia, sua moglie, e a come abbia saputo sintetizzare il suo dolore nella frase: "Lucia mi mentì solo una volta, quando mi disse "Non ti abbandonerò mai".".


Si finisce nel limbo. Non hai nient'altro da fare che aspettare di morire. Non puoi far altro che, per certi versi, sentirti senza speranza e con la maledizione dell'Amore perfetto.


Io non so se riuscirò mai a diventare un Giorgio Amendola, o un Raimondo Vianello: non per ciò che sono stati in vita ma in quella dimensione che all'esterno è stata la loro forza più grande. Quel senso di completezza che si riesce a dare a qualcun'altro, tanto da divenire uno la continuazione dell'altra.

Una roba spaventosa e bellissima. Meravigliosa e, inevitabilmente, con un finale tanto bello da essere triste.

lunedì, settembre 20, 2010

Paura di cadere, voglia di volare - L. i. T. part 125




Assommando tutte le mie paure e i mie disagi ne ottengo un ritratto. Ci vedo il mondo secondo diverse letture, guardo le persone e mi sento a disagio. Percepisco gli sbagli, chiedo scusa per gli errori. Spero che sia sufficiente. Spero.

E' un quadro pieno di tratti compatti. Come di pennellate violente. Poi un giorno ci ho messo il palmo della mano e l'ho strisciato sulla tela, rendendo quelle linee delle grosse macchie. 

Mi sento in colpa, è un fatto. Per gli sbagli e le mancanze di rispetto, per i pensieri che non ho accettato, per la forza che non ho avuto. Ho sempre creduto di poter reggere il confronto con il mondo, mi sbagliavo. Anche io ho fallito, qualche volta.

Accettarsi per ciò che si è, accettarsi anche per ciò che abbiamo fatto e non ci piace, quello è saper accettare i propri limiti. Volersi bene anche quando il proprio confine è delimitato.
E' come se fossimo di fronte a un baratro e sapessimo che se ci buttiamo precipitiamo. Sentiamo le gambe tremare.

Poi però in questo ipotetico spazio, guardo l'uomo e scopro che sa volare, se vuole. Che è in grado di abbandonare i propri limiti, di accettarli, e di sfruttarli per superarne altri. Vorrei volare. Vorrei non cadere.
Come canta Jovanotti in una canzone: "La vertigine non è paura di cadere ma voglia di volare".

E allora, voliamo. Volate, io sto cercando di farlo.

mercoledì, settembre 15, 2010

Mi mancherai - Life in Technicolor part 124

Il 21 ottobre 2009 scrissi un post su quanto ti volevo bene.

Avevo preso questa stessa foto, l'avevo scattata nel 2004, un giorno che stavo girando per scrivere articoli per il Corriere di Moncalieri ed ero andato a intervistare un contadino di Stupinigi per un'inchiesta sulle processioni pasquali in cintura.

Mi avevi portato fino a sotto l'albero vicino all'ennesima chiesetta che visitavo quel giorno, e mentre facevo foto ti ho guardato e pensavo che una foto A TE ci stava bene. Sembravi una vera signora. Colorata di rosso fuoco, il sole che ti baciava, esaltava le tue linee tondeggianti, abbracciava quel tuo saper essere sempre accogliente.

Ti chiamavi Fortunella già da un anno. Ti aveva battezzato così Elisa, dopo che in un mese ti avevano divelto una porta per rubarci tutto mentre eravamo a ballare con gl'altri di zona e la tua guarnizione della testa si fuse. Costo complessivo dell'operazione: quasi 1900 euro, e meno male che c'era l'assicurazione. Eri mia, quella sera che ti spaccarono per rubarci i giubbotti, da circa 2 settimane.

Ho scritto di te, il 21 ottobre, per parlare dell'ennesimo tuo guasto, di quando mi hai lasciato di nuovo in difficoltà. Quest'anno è capitato... 2 volte? Sì, 2. Mi hai lasciato a piedi, letteralmente, causa guasto alla pompa di benzina cambiata male. E ogni volta giù, a tirare insulti e a dirti che eri una stronza perché non ne potevo più delle tue richieste di soldi, anche se in cuor mio ti ho sempre voluto bene.

All'inizio dell'anno abbiamo passato un pomeriggio a cambiarti i tubi dei freni con Ginfranco, ricordi? Nel suo garage. E la sera mi hai portato in giro per la provincia, per tutta la provincia, hai retto 200 kilometri quasi senza che mi facessi storie. Fu bellissimo. Perché era uno degli ultimi viaggi che facevamo insieme, poi siamo andati ancora un pomeriggio a Cesana, uno a Novara e l'ultimissimo è stato ad Avigliana. 

Ma lì, ad Avigliana già si sentiva quel porco di differenziale che si lamentava. Io lo sentivo, il mio passeggero no. Ma io sapevo che già cominciavi a dire che non stavi bene, questa volta sul serio.

Questa volta il medico è stato chiaro: "Sarà difficile farcela questa volta". 

Mi guardava, il signor Boscolo, il tuo dottore, il meccanico, con la faccia di chi sta dicendo che è pericoloso guidarti. Ho ripensato che quando tornavo da Novara, quest'estate, il mio passeggero mi ha chiesto: "Ma non vai troppo forte?" e mi sentivo così sicuro perché ti sentivo bene. 

Forse stavi già male e non lo sapevo. Maledetto differenziale.

"Sei a rischio testacoda." ha detto così.

Parole di fuoco. Parole che sanciscono la fine delle tue corse.
Beh, fra un po' esco dal lavoro e devo andarmi  a prendere il 35. E a farmi incazzare non sarà prendere il pullman, ma sapere che tu non ci sei più ad aspettarmi dal meccanico. Che sarai sotto casa, ma che non potrò più guidarti. Che non potrò più mollare tutto e andarmi a fare un giro con la mia Puntina.

Dite che esagero? Boh, può darsi. Qualche altro giro me lo concederò, questo è sicuro. Anche se sarò "a rischio testacoda".

Però cacchio, sapere che Fortunella, la mia vecchia Punto, ha quasi finito la sua strada (è proprio il caso di dirlo) è una di quelle notizie epocali che nella sua piccolezza cambia un po' la percezione dell'universo mondo.

Ciao Fortu. Le altre andranno anche più forte, ma tu rimarrai sempre la prima.

lunedì, settembre 13, 2010

A teatro - Un racconto 07



Don Marco stava seduto sulla bella poltrona rossa dell'Auditorium. Intorno, le file del teatro cominciavano a popolarsi di signore e signori ben vestiti con abiti eleganti ed espressione austere, giovani studenti entrati con riduzioni generosamente elargite dall'ente e uomini soli di mezza età.

Le maschere stazionavano all'ingresso della sala, belle ragazze tutte rigorosamente in divisa blu e bottoni dorati, paperine nere e collant 80 denari che ne coloravano le gambe di tinta scura. Bionde o brune non facevano differenza: erano tutte sorridenti, alte e bellissime.

"Mi fa passare?" chiese un signore in giacca scura, camicia bianca e gilet. Don Marco lo guardò e fece il suo sorriso più cordiale, s'alzò dalla poltrona e si fece piccolo.

L'uomo gli passò di fronte, sorridendogli e andando a sedersi tre poltrone più in là. Don Marco si risedette, continuando a guardarsi intorno.

C'era tanta gente, nonostante fosse un concerto di musica classica, la grande passione di Don Marco. Quella sera il programma era dedicato tutto a Schumann.

"Scusi, è libero lì?" gli chiese una giovane ragazza bionda.

"Certo, s'accomodi" rispose don Marco, senza guardarla in faccia e proponendo il sorriso di circostanza mostrato poc'anzi al signore in giacca scura.

La ragazza s'accomodò nel posto vicino. Aveva i capelli biondi lunghi, mossi. Occhi azzurri accesi su pelle chiara, espressione stanca. Un po' di ciccia sui fianchi, ma poca. Vestita con una maglia rossa e gonna scura, la sua altezza era slanciata da un paio di stivali con poco tacco, di colore marrone. Dalla scollatura, spuntava un piccolo tatuaggio. A tracolla, una borsetta di medie dimensioni, nera. Avrà avuto, ad occhio e croce, 23 anni.
Don Marco la guardò con la coda dell'occhio, senza però soffermarsi sui particolari. Lei, fece lo stesso.

"Lei è un prete?" gli chiese la ragazza.
"Come dice?" rispose don Marco.
"Le ho chiesto se lei è un prete." ribattè la ragazza, armeggiando nella borsetta.
 "Ah, sì sì, sono un prete." disse don Marco, sorridendo.

"E a voi preti vi lasciano uscire, la sera?" rise la ragazza.
Don Marco rimase spiazzato dalla seconda domanda, tanto diretta quanto impertinente. Era abituato ad esser oggetto di battute da parte di adolescenti convertiti all'anticlericalesimo e alla condanna senz'appello della religione, ma raramente s'era imbattuto, per di più in un posto come l'auditorium, in una persona tanto diretta. Per questo, cercò di rispondere in maniera ironica e superiore.
"Sì, soprattutto quando si suona Schumann".
La ragazza parve non badare alla sua risposta. Don Marco la incalzò.
"A lei piace Schumann?".
"Sì, cioè no. Nel senso che sono qui perché mi hanno regalato il biglietto e io di Schumann non ho mai ascoltato nulla".
"Bene, penso che lo apprezzerà." sorrise don Marco.
"Lei mi potrebbe confessare?".

La richiesta lo stupì, più della domanda sull'uscire la sera. 

"Qui? Adesso?"
"Sì, se per lei non è un problema."

La ragazza pareva risoluta. Gl'occhi azzurri le brillavano, quasi come stessero per lacrimare. Ma don Marco ne era certo, la ragazza non stava per mettersi a piangere. Era semplicemente molto convinta.
"Sì, d'accordo. Vuoi che usciamo?"
"No, vorrei rimanere qui in mezzo alla gente.".
"Potrebbe infrangersi il segreto confessionale.".
"Che segreto può esserci, nei propri peccati? Sono sotto gli occhi di tutti.".
"Come ti chiami?"
"Mi chiamo Alessia.".

Don Marco si guardò intorno. A parte il signore con la giacca seduto tre poltrone più in là, intorno non c'erano altre persone. 

"Nel nome del Padre..."

Alessia fece il segno della croce veloce, senza parlare. Poi, rimase in silenzio. Intorno, l'Auditorium pian piano si riempiva. Sul palco, spuntò un violinista con un violoncellista che cominciarono ad accordare gli strumenti.
"Vede, padre, io odio l'Amore.".
"Perché odi l'Amore?".

Alessia rimase in silenzio, poi guardò negli occhi il prete. Don Marco apprezzò quello sguardo, così duro, così intenso. Ne rimase persino spaventato.

"Perché l'Amore fa cagare. Fa schifo.". 
"Sì, ma perché?" ribadì don Marco, pensando a un motivo labile, come la fine di una relazione passeggera.
"Perché la gente ama, padre?".
"Perché l'uomo è chiamato a farlo.".
"E se lo fa nella maniera sbagliata?".
"Allora subentra il perdono, nel caso faccia male a noi stessi e agli altri.".

Mentre pronunciava quelle parole, don Marco ripensò a una delle prime assoluzioni che aveva elargito da quando era sacerdote. Fu a una signora anziana, che confessava d'aver tradito il marito in gioventù prima che si sposassero, durante una sagra di paese. Ricordava come in quel caso il senso di colpa lacerasse l'anima della signora, che non riusciva a perdonarsi per quella che contemplava la scelta più sbagliata della sua vita. Ed era altrettanto stupito di come, nella decisione di quella ragazza, non vi fosse rimorso ma vi fosse rabbia.

"Non esiste il perdono, padre. E nessuno può elargirlo in maniera assoluta."
"E allora, perché vuoi confessarti?".
"Per avere l'illusione che sia possibile, per una volta, sentirsi liberi.".

Sul palco s'alternavano musicisti, maschere e fonici. Mancava poco al concerto, e la sala era quasi completamente piena. Le fila intorno ai due loro posti s'erano riempite. Solo un posto separava Alessia da una signora vestita di fiori, che s'era andata ad accomodare con il marito vicino al signore con la giacca scura.

"Liberi dal senso di colpa, intendi?".
"Esatto, padre.".
"Il tuo peccato è odiare l'Amore?".
"Esatto, padre.".
"Come odi l'Amore?".
La ragazza si lasciò andare in una lacrima. Le scivolo sulla guancia sbavandole leggermente il rimmel e il fondotinta. Per un attimo, don Marco guardandola la percepì bellissima e triste, e per questo affascinante come nessuna mai. Fu solo un attimo, ma fu molto intenso.

"Odiando le persone che mi stanno intorno.".
"Cosa ti hanno fatto le persone?".
"Non capiscono cosa significhi soffrire, padre. Non capiscono.".
"Cosa significa soffrire, Alessia?".

La ragazza lacrimò copiosamente. L'uomo in giacca scura, seduto tre sedie più in là, guardava la scena con la coda dell'occhio. Alessia prese la mano di don Marco. Si girò e gli sussurrò nell'orecchio il suo peccato più grande.

Don Marco rimase fermo per qualche secondo. Sul palco, l'orchesta si sistemava, mentre un signore presentava il programma.

"Buonasera, l'orchestra sinfonica RAI presenta stasera un programma interamente dedicato a Schumann..."

Il prete continuò a tenere la mano alla ragazza. Alessia piangeva copiosamente. Prese un fazzoletto dalla borsetta e si soffiò il naso, mentre don Marco abbassò lo sguardo. Avrebbe voluto parlarle di come qualsiasi cosa la Misericordia Divina è in grado di comprendere e perdonare. Di come ci sia sempre speranza, anche nelle miserie più consumate. Di come la sua fede avrebbe dato una nuova vita anche a lei.

Invece rimase zitto e la guardò. 

Le luci del teatro s'abbassarono. Partirono gli applausi. Don Marco allungò la mano, la poggiò sulla testa di Alessia e a bassa voce pronunciò la formula per assolvere la ragazza. Lei rispose socchiudendo gl'occhi e facendosi un segno della croce, silenzioso come quello che inaugurò il sacramento. I suoi capelli biondi le coprirono il profilo, lasciando fuori solo il naso.

Don Marco le riprese la mano e le disse: "E ora, incomincia a guardare avanti.".

La musica di Schumann, il concerto per violoncello e orchestra in La minore op. 129, riempì l'Auditorium. Alessia si guardò intorno, e respirò profondamente. Un mezzo sorriso ruppe l'orizzonte del suo profilo. Si voltò verso don Marco, e parlò a bassa voce.


"Padre, è questo l'Amore?".
"Per questo cosa intendi?".
"La serenità, intendo.".
"Anche, sì.".
"E' un effetto placebo? Solo induzione della mente?".
"No, non credo; io credo sia vero.".
"Come?".
"E' come questa musica.".
"Ossia?".
"E' vera eppure bellissima.".
"E quindi?".
"Schumann avrà ben dovuto capire come renderla così bella, no?".
"Già.".
"E credi che non abbia dubitato anche della sua musica, a un certo punto?"
"Sì, certo.".
"Però alla fine l'ha finita. E tutto è diventato perfetto.".
"E' stato un effetto placebo, allora.".
"No, è stata la fiducia che riponeva in sè".

"SSHHHHH!" sibilò qualcuno dalle file dietro.

"Ne parliamo dopo, Alessia" gli sorrise don Marco. 
La ragazza gli sorrise; la musica riempiva la serata. Finalmente, si sentiva serena.

lunedì, settembre 06, 2010

Sempre lì - Un racconto 06

Dalla strada non si poteva vedere. D'altronde, era piccolo.

Però io sapevo sempre dove trovarlo, quando la sera, uscivo sul balcone e fumavo la sigaretta del dopo cena. Sia che fosse inverno, o estate, lui era sempre là, fra la terza e la quarta sbarra della mia ringhiera, fermo. 

E quando provavo a far finta che non ci fosse, ecco che lui c'era e, lo sentivo, m'osservava. Nonostante quello che teneva verso di me fosse il suo posteriore. 

Era un ragno. Nero, con le zampette tonde e il corpo che sembrava peloso. Aveva la sua ragnatela che partiva dal pavimento del balcone e s'organizzava secondo lineari geometrie nel raggio di 360°.

Lui stava lì, fermo. Ed era lì da mesi. Stazionava quasi come una sentinella, eppure credo che il mondo gli fosse totalmente indifferente.

Una sera, però, accadde qualcosa.

Lo guardai diversamente.

Saranno stati i pensieri, sarà stato il fatto che avevo bevuto, non lo so. Sta di fatto che mi ci misi a parlare, mentre fumavo la sigaretta post cena.

"Caro ragnetto - gli dissi - perché stai sempre lì?".

Silenzio.

"Non ti stufi a rimanere fermo sulla mia ringhiera? In fondo ci sono posti più belli che questo balcone. Posti dove potresti stare al caldo, o al fresco, a seconda del tempo che fa fuori".

Silenzio.

"Sei un ragno, ok. Ma anche i ragni hanno delle necessità, no?".

Silenzio.

"Non mi dirai che ti basta mangiare delle mosche per sopravvivere, no?".

Silenzio. Sul marciapiede passò un vecchio che mi guardò: male.

"Sono io coglione che penso tu mi possa rispondere, ragnetto".

"Una cosa giusta l'hai detta".

La sentii distintamente. Una voce felpata, sibilante, tagliente. Lunga e trasparente come un filo di ragnatela. Poteva sostenere, però, anche un elefante che vi si dondolava, tanto era intensa.

"Ok, sono pazzo.".

"Sai che ti guardo, io ti vedo che mi guardi. Non sei pazzo, sei solo attento.".

"Ragnetto, sei tu?".

"Sono io, sono io.".

Rimasi allibito. Rimaneva fermo, nella penombra. Guardandolo in prospettiva, con l'asfalto dietro di lui, mi permetteva di distinguerne distintamente i contorni e la leggera peluria del corpo.

"Come fai a parlare, ragnetto?".
"Boh.".

Sorrisi fra me e me.

"Quindi io parlo con un ragnetto che sta sempre sul mio balcone.".
"Esatto.".

"Non ha molto senso, tutto questo.".
"Sei l'unico che ha notato la mia esistenza.".
"E' vero, perché sei solo un ragno e sei piccolo e la gente ti considera nullo.".
"Perché non mi hai mai tolto da qui, uomo?".

Già, perché?

"Sai che non so risponderti?".
"Potevi farlo quando scopi il pavimento del tuo balcone.".

Buttai la sigaretta dal balcone. Ne accesi subito un'altra.

"Fumare fa male, uomo.".
"Ragnetto, fai anche il salutista?".
"No, non faccio il salutista, dico solo che quella roba fa male.".
"Come lo sai?".
"Perché puzza.".

Aveva ragione, l'aracnide.

"Ragnetto, sei una bella metafora, sai?".
"Cosa significa metafora?".
"Significa che con una parola vuoi dire un'altra cosa.".
"Ah, ecco.".
"Anche se di solito qua in zona quando diciamo ragno a qualcuno significa che è taccagno.".
"Cosa significa taccagno?".
"Che sei geloso delle cose che possiedi.".
"Puoi stare sulla mia ragnatela, se sei scomodo là dove sei.".
"Non so se mi reggerà.".
"Forse hai ragione, però io non m'offendo se la rompi. Ci metto poco a farne un'altra.".
"Per quello sei una metafora interessante, ragnetto. La gente non ti nota ma tu rimani lì dove sei. Pensa che sei solo un ragno, una persona che non ti nota. Pensa che non conti un cazzo, perché sei piccolo e brutto.".
"Sono ciò che sono.".
"Infatti. Però sei dignitoso.".
"Perché non dovrei?"
"Infatti. E sai una cosa? Ti ho guardato per molto tempo.".
"Mi chiedevo cosa avessi da guardare, in effetti.".

Buttai la seconda sigaretta e ne accesi una terza.

"Ti ho detto che fumare fa male.".
"Ragnetto, ragnetto. Fammi fumare in pace." dissi, sorridendo.
"Fai te.".
"Sai qual è la cosa più interessante? E' che tu rimani sempre fermo, no? E ti guardo e mi chiedo come tu faccia ad accettare la tua condizione di ragnetto alla mercè degli eventi.".
"Perché ho accettato d'esser ciò che sono".
"Per quello sei una metafora interessante. Lo accetti tu che sei un ragnetto e non lo accettano la maggior parte degli uomini.".
"Il vostro problema è che pensate che non ci si possa accontentare di guardare le cose da un punto di vista diverso.".
"Del tipo?".
"Guardale appeso a testa in giù su una ragnatela.".
"Se mi metto a testa in giù mi va il sangue alla testa.".
"Per quello sei un uomo, se fossi un ragno apprezzeresti questa posizione.".
"Se tu fossi un uomo, apprezzeresti il fumare.".
"Non credo, noi ragni sappiamo rispettare noi stessi.".
"E perché, sentiamo. Perché voi ragni vi rispettereste e noi uomini no?".
"Hai mai visto un ragno fumare?".

Mi ero fatto battere da un ragnetto.

"Hai ragione.".
"Lo so.".
"Ragnetto, è bello parlare con te.".
"Davvero? Grazie.".
"Domani sera voglio parlare di nuovo con te.".

Non mi rispose.

"Ragnetto?".

Silenzio.

"Ragnetto? Mi senti?".

Silenzio. Passarono dei ragazzi sul marciapiede. Sentii dire a uno: "Guarda quello, con chi cazzo parla?". Smisi di parlare. Il ragnetto rimase là dov'era.

"Allora ciao, ragnetto.". M'alzai, e me ne andai.

La sera seguente, andai sul balcone per fumare e guardai sulla ragnatela. Il ragnetto era sempre lì. Non cominciai a parlargli, ma mi limitai a guardarne la forma rotonda, la peluria leggera, la regolarità della ragnatela. Mentre mi accendevo la sigaretta, osservai come rimaneva fermo, impassibile. Sapevo che mi stava guardando.

Era come osservare il segno dei propri sbagli. La metafora delle cose sbagliate che sappiamo fare, ma che facciamo lo stesso. Eppure, le facciamo.
Guardai la sigaretta. Avevo fatto si e no due tiri. Pensai a tutte le cose che sapevo essere sbagliate nella mia vita. Mi chiesi se un ragno le avrebbe fatte.

Buttai la sigaretta, e rientrai in casa.

Quel ragnetto è ancora lì.

domenica, settembre 05, 2010

14 ottobre 2010 - Life in Technicolor part 124

Ci sono quei momenti che, alternando fasi ipocondriache a decisioni irrevocabili, ti suonano quasi come topici.

D'altronde, non tutti i momenti sono fatti per essere vissuti al massimo, e anche quando c'è il presentimento di non aver fatto tutto il tuo dovere, con persone a cui vuoi bene o che non hai saputo capire fino in fondo, c'è lo spazio del recupero.

Nasce così il momento che non ti aspetti. Il momento che molti di quelli che ti conoscono non avrebbero saputo prevedere.

Ecco. Il 14 ottobre 2010, ore 22, nasce così.

Una sera speciale, so già perché. Perché per la prima volta leggerò qualcosa di mio davanti a qualcuno. In un locale di Torino, per la precisione CasaMAD, via Santa Chiara 24/C, zona Quadrilatero, farò un reading tutto mio.

Non so quanta gente ci sarà. In fondo sono solo io e quello che ho scritto, e molto sarà tratto da qui, dal Diario, che è un po' il cuore di ciò che è stato il quinquennio 2005 - 2010.

Però mi dà speranza lo stesso. Parlerò anche di persone che non ci saranno e che non sapranno mai che ho scritto per loro. E verranno persone per cui scriverò qualcosa, un giorno o l'altro.

Oggi volevo pensare a questo. Mentre passo un altro pomeriggio ad ascoltare James Iha, volevo pensare a qualcosa che renda tutto più roseo.

Mentre penso a tutto il resto, bevo un thé e guardo fuori dalla finestra l'azzurro a come s'è spento rispetto a quest'estate. Arriva l'autunno, dall'azzurro al grigio. Non importa.

Una volta Morgan Freeman, in un filmaccio come "Robin Hood - Principe dei Ladri", rispondendo a una bimba che gli chiedeva perché fosse nero, disse: "Perché Allah ama varietà meravigliose". 

Se ci si impegna si trova del bello anche nel grigio autunnale. La mia prima sfumatura meravigliosa è quella sera lì, se non altro perché mi sembrerà veramente di essere ciò che ho sempre voluto essere: uno che scrive.

Siete tutti invitati, ma in particolare tu. Sì sì, tu che stai leggendo.

PS: Per i Blog Awards non ce l'ho fatta! Vi ringrazio comunque se mi avete candidato e vi segnalo che qui è possibile votare i blog candidati al premio finale! Al prossimo anno!