martedì, settembre 28, 2010

Bussano - Un racconto 08

Polly sedeva a tavola, nel suo salotto. Erano le 15 di un pomeriggio di metà ottobre. Fuori, pioveva. Le serrande erano per metà chiuse, filtrava poca luce.

Sulla tavola, una tovaglia stropicciata. Briciole di pane e chiazze di sugo adornavano il cotone liscio del tessuto, rimarcando il verde e giallo dei fiorellini stampati sopra. Davanti a Polly, un piatto con i rimasugli di sugo d'arrosto freddo e mayonese. Nella salsa, alcuni mozziconi di sigaretta spenta annerivano il giallognolo smunto lasciato là dall'uovo sbattuto. E poi, due posate, un pintone verde da due litri, con poche dita di vino sul fondo, un tovagliolo sporco, un pacchetto di Pall Mall blu, un accendino di plastica arancione, un bicchiere.

Polly tremava. S'accese un'altra sigaretta e continuò a guardare dritto a sè, mentre, tenendo le gambe accavallate sotto la tavola, agitava nervosamente il piede.

TOC TOC.

La pioggia batteva sul vetro della finestra, in cucinino. Il rimbombo del bussare aveva interrotto il silenzio battente d'acqua sulla superficie amorfa. Era un silenzio non irreale, palesato in quel buio macchiato qua e là di luci.

"Chi è?" disse la ragazza, a bassa voce.

Nessuno rispose. Polly agitò la sigaretta sulla mayonese, lasciando cadere petali di cenere che continuarono a colorare il giallino. Fece un lungo tiro ed, espirando, guardò il fumo disperdersi nell'assenza di luce.

"Chi è?", ripetè quasi sussurrando.

Nessuna risposta. L'acqua colava sui vetri, il silenzio continuava a rimbombare.

TOC TOC.

Polly fece un'altra tiro dalla sigaretta, continuando ad agitare il piede. Raccolse clle briciole dalla tovaglia, ne fece un mucchietto e le prese fra le dita, cospargendole nel rimasuglio di sugo d'arrosto. Un acre odore di salsa bruciata s'esalava dal piatto.

Riempì il bicchiere sporco con il poco vino ch'era rimasto sul fondo della bottiglia. Respirò, guardando il bicchiere in controluce. Era pieno di chiazze di dita sudate. Bevve tutto d'un fiato e fece un altro, lungo tiro di sigaretta, sentendosi bruciare all'altezza dello sterno e della gola. Trattenne il fumo dentro i bronchi, poi lo sputò tutto fuori insieme. Per un attimo, ebbe un conato di vomito.

TOC TOC.

"Chi cazzo è?" urlò.

Silenzio. Nella penombra, non c'era altro che quello. Polly spense la sigaretta nella mayonese e s'alzò. Camminò intorno alla tavola, andando alla finestra socchiusa. C'era freddo, sul pavimento. Un filo d'aria s'insinuava da sotto gli stipiti andando a creare una gelida, finissima corrente che si diffondeva dal basso in tutte le superfici della casa.

Sentì i brividi, ma non del gelo. Bussarono anche quella sera. O forse no, spalancarono solo la porta ed entrarono, senza chiedere permesso. Erano i ricordi, a tremare con lei.

"Chi è?" chiede nuovamente Polly, portandosi la mano sul grembo. 

Silenzio. Nessuna risposta, se non l'acqua sulla finestra e il vuoto.

Polly respirò profondamente, socchiude gli occhi. Sentì l'aroma della carne bruciata, mescolata al vino rancido e al fumo di sigaretta. Passò una mano sulla guancia, sentendo sotto le falangi l'epidermide screpolata e le impurità dell'incuria e della bellezza trascurata. 
 
TOC TOC.

Polly si voltò di scatto, senza dire nulla. Respirò forte. Ritornò a sedersi a tavola. Accese un'altra sigaretta. Là, nel corridoio, l'oscurità peggiorava, diventava più spessa. Era stato così anche quella notte? Non ricordava, ricordava solo le paure del dopo. Ricordava solo il suono della porta e poi, il nulla. Ricordava solo che era buio, e nel corridoio il rieccheggiare dei colpi sulla porta era potente, e riempiva le orecchie.

"Andatevene." sibilò.

Portò la sigaretta alla bocca e fece un altro tiro. 

TOC TOC.

Polly socchiuse gli occhi. Aveva paura. Avrebbe sentito bussare ancora.

Dietro la porta, non c'era nessuno.

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