martedì, settembre 21, 2010

Il fattore Germaine - Life in Technicolor part 126

Il 5 giugno 1980 Germaine Lecocq, moglie dello scrittore Giorgio Amendola, morì dal dolore per la scomparsa del marito. Aveva resistito, senza di lui, meno di un giorno.

Sandra Mondaini, rispetto a Germaine, ha resistito qualcosa come cinque mesi. Dopodiché, ha smesso di vivere stroncata da una vasculite e dal dispiacere. Pare che Raffaella Carrà, amica intima dell'anziana ex soubrette, abbia detto il giorno del funerale di Raimondo Vianello: "Dirò una preghiera per Raimondo e centomila per Sandra".

Ecco, io queste cose le apprendo un po' dalle cronache dei giornali e un po' dall'immagine che mi son fatto di quella signora su carrozzina, che il giorno dei funerali del marito, abbracciata dal Presidente del Consiglio, piangeva e si disperava.

Non so dire che significhi, tutto questo. Non so dire se sia un caso, non so dire se effettivamente sia stata la latitanza d'amore a demolire definitivamente la fibra di una settantanovenne come Sandra Mondaini. 

C'è però un fatto: l'immaginare la morte come conseguenza della morte di una persona m'è difficile e sconvolgente.

Perché quanto dev'esser grande un amore per ucciderti quando finisce su questa terra? Quanto può essere lancinante il dolore di una persona che ti lascia non per sua volontà, ma per la conclusione di alcuni cicli vitali? 

Forse ciò che si sente di più è il sopruso d'esser rimasti. Il senso di colpa per non aver avuto la fortuna di partire per primi. O forse il semplice fatto che vivere di fianco a qualcuno è meglio che vivere da soli.

Io non so dirlo. Lo penso come a una sorta di fattore intrinseco nello spirito che accompagna certe persone, una specie di caratterizzazione del genoma che ti dice: "Vedi quella persona? Sei sua e vivrai solo fino a quando vivrà lei".

Sei pronto ad accettarlo o meno, ecco che ti metti a disposizione del fato ed esegui. Tu e quella persona siete indivisibili. Tu e quella persona siete fatti per stare insieme. Tu e quella persona morirete in qualche modo insieme, a prescindere dal divario di minuti che separerà uno e l'altra dalla morte.

Mi fa paura, un amore così forte. Quasi quanto le malattie terminali, la guerra atomica e il domani senza sè medesimo.

Immagino la notte che deve aver vissuto Germaine prima che Giorgio morisse. Immagino il suo guardare il soffitto, immagino le mani che si fanno sudate e la sensazione che il tempo non passa, non passi mai e non passerà più. Immagino i giorni di Enzo Biagi, come abbia vissuto senza Lucia, sua moglie, e a come abbia saputo sintetizzare il suo dolore nella frase: "Lucia mi mentì solo una volta, quando mi disse "Non ti abbandonerò mai".".


Si finisce nel limbo. Non hai nient'altro da fare che aspettare di morire. Non puoi far altro che, per certi versi, sentirti senza speranza e con la maledizione dell'Amore perfetto.


Io non so se riuscirò mai a diventare un Giorgio Amendola, o un Raimondo Vianello: non per ciò che sono stati in vita ma in quella dimensione che all'esterno è stata la loro forza più grande. Quel senso di completezza che si riesce a dare a qualcun'altro, tanto da divenire uno la continuazione dell'altra.

Una roba spaventosa e bellissima. Meravigliosa e, inevitabilmente, con un finale tanto bello da essere triste.

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