lunedì, settembre 06, 2010

Sempre lì - Un racconto 06

Dalla strada non si poteva vedere. D'altronde, era piccolo.

Però io sapevo sempre dove trovarlo, quando la sera, uscivo sul balcone e fumavo la sigaretta del dopo cena. Sia che fosse inverno, o estate, lui era sempre là, fra la terza e la quarta sbarra della mia ringhiera, fermo. 

E quando provavo a far finta che non ci fosse, ecco che lui c'era e, lo sentivo, m'osservava. Nonostante quello che teneva verso di me fosse il suo posteriore. 

Era un ragno. Nero, con le zampette tonde e il corpo che sembrava peloso. Aveva la sua ragnatela che partiva dal pavimento del balcone e s'organizzava secondo lineari geometrie nel raggio di 360°.

Lui stava lì, fermo. Ed era lì da mesi. Stazionava quasi come una sentinella, eppure credo che il mondo gli fosse totalmente indifferente.

Una sera, però, accadde qualcosa.

Lo guardai diversamente.

Saranno stati i pensieri, sarà stato il fatto che avevo bevuto, non lo so. Sta di fatto che mi ci misi a parlare, mentre fumavo la sigaretta post cena.

"Caro ragnetto - gli dissi - perché stai sempre lì?".

Silenzio.

"Non ti stufi a rimanere fermo sulla mia ringhiera? In fondo ci sono posti più belli che questo balcone. Posti dove potresti stare al caldo, o al fresco, a seconda del tempo che fa fuori".

Silenzio.

"Sei un ragno, ok. Ma anche i ragni hanno delle necessità, no?".

Silenzio.

"Non mi dirai che ti basta mangiare delle mosche per sopravvivere, no?".

Silenzio. Sul marciapiede passò un vecchio che mi guardò: male.

"Sono io coglione che penso tu mi possa rispondere, ragnetto".

"Una cosa giusta l'hai detta".

La sentii distintamente. Una voce felpata, sibilante, tagliente. Lunga e trasparente come un filo di ragnatela. Poteva sostenere, però, anche un elefante che vi si dondolava, tanto era intensa.

"Ok, sono pazzo.".

"Sai che ti guardo, io ti vedo che mi guardi. Non sei pazzo, sei solo attento.".

"Ragnetto, sei tu?".

"Sono io, sono io.".

Rimasi allibito. Rimaneva fermo, nella penombra. Guardandolo in prospettiva, con l'asfalto dietro di lui, mi permetteva di distinguerne distintamente i contorni e la leggera peluria del corpo.

"Come fai a parlare, ragnetto?".
"Boh.".

Sorrisi fra me e me.

"Quindi io parlo con un ragnetto che sta sempre sul mio balcone.".
"Esatto.".

"Non ha molto senso, tutto questo.".
"Sei l'unico che ha notato la mia esistenza.".
"E' vero, perché sei solo un ragno e sei piccolo e la gente ti considera nullo.".
"Perché non mi hai mai tolto da qui, uomo?".

Già, perché?

"Sai che non so risponderti?".
"Potevi farlo quando scopi il pavimento del tuo balcone.".

Buttai la sigaretta dal balcone. Ne accesi subito un'altra.

"Fumare fa male, uomo.".
"Ragnetto, fai anche il salutista?".
"No, non faccio il salutista, dico solo che quella roba fa male.".
"Come lo sai?".
"Perché puzza.".

Aveva ragione, l'aracnide.

"Ragnetto, sei una bella metafora, sai?".
"Cosa significa metafora?".
"Significa che con una parola vuoi dire un'altra cosa.".
"Ah, ecco.".
"Anche se di solito qua in zona quando diciamo ragno a qualcuno significa che è taccagno.".
"Cosa significa taccagno?".
"Che sei geloso delle cose che possiedi.".
"Puoi stare sulla mia ragnatela, se sei scomodo là dove sei.".
"Non so se mi reggerà.".
"Forse hai ragione, però io non m'offendo se la rompi. Ci metto poco a farne un'altra.".
"Per quello sei una metafora interessante, ragnetto. La gente non ti nota ma tu rimani lì dove sei. Pensa che sei solo un ragno, una persona che non ti nota. Pensa che non conti un cazzo, perché sei piccolo e brutto.".
"Sono ciò che sono.".
"Infatti. Però sei dignitoso.".
"Perché non dovrei?"
"Infatti. E sai una cosa? Ti ho guardato per molto tempo.".
"Mi chiedevo cosa avessi da guardare, in effetti.".

Buttai la seconda sigaretta e ne accesi una terza.

"Ti ho detto che fumare fa male.".
"Ragnetto, ragnetto. Fammi fumare in pace." dissi, sorridendo.
"Fai te.".
"Sai qual è la cosa più interessante? E' che tu rimani sempre fermo, no? E ti guardo e mi chiedo come tu faccia ad accettare la tua condizione di ragnetto alla mercè degli eventi.".
"Perché ho accettato d'esser ciò che sono".
"Per quello sei una metafora interessante. Lo accetti tu che sei un ragnetto e non lo accettano la maggior parte degli uomini.".
"Il vostro problema è che pensate che non ci si possa accontentare di guardare le cose da un punto di vista diverso.".
"Del tipo?".
"Guardale appeso a testa in giù su una ragnatela.".
"Se mi metto a testa in giù mi va il sangue alla testa.".
"Per quello sei un uomo, se fossi un ragno apprezzeresti questa posizione.".
"Se tu fossi un uomo, apprezzeresti il fumare.".
"Non credo, noi ragni sappiamo rispettare noi stessi.".
"E perché, sentiamo. Perché voi ragni vi rispettereste e noi uomini no?".
"Hai mai visto un ragno fumare?".

Mi ero fatto battere da un ragnetto.

"Hai ragione.".
"Lo so.".
"Ragnetto, è bello parlare con te.".
"Davvero? Grazie.".
"Domani sera voglio parlare di nuovo con te.".

Non mi rispose.

"Ragnetto?".

Silenzio.

"Ragnetto? Mi senti?".

Silenzio. Passarono dei ragazzi sul marciapiede. Sentii dire a uno: "Guarda quello, con chi cazzo parla?". Smisi di parlare. Il ragnetto rimase là dov'era.

"Allora ciao, ragnetto.". M'alzai, e me ne andai.

La sera seguente, andai sul balcone per fumare e guardai sulla ragnatela. Il ragnetto era sempre lì. Non cominciai a parlargli, ma mi limitai a guardarne la forma rotonda, la peluria leggera, la regolarità della ragnatela. Mentre mi accendevo la sigaretta, osservai come rimaneva fermo, impassibile. Sapevo che mi stava guardando.

Era come osservare il segno dei propri sbagli. La metafora delle cose sbagliate che sappiamo fare, ma che facciamo lo stesso. Eppure, le facciamo.
Guardai la sigaretta. Avevo fatto si e no due tiri. Pensai a tutte le cose che sapevo essere sbagliate nella mia vita. Mi chiesi se un ragno le avrebbe fatte.

Buttai la sigaretta, e rientrai in casa.

Quel ragnetto è ancora lì.

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