lunedì, settembre 13, 2010

A teatro - Un racconto 07



Don Marco stava seduto sulla bella poltrona rossa dell'Auditorium. Intorno, le file del teatro cominciavano a popolarsi di signore e signori ben vestiti con abiti eleganti ed espressione austere, giovani studenti entrati con riduzioni generosamente elargite dall'ente e uomini soli di mezza età.

Le maschere stazionavano all'ingresso della sala, belle ragazze tutte rigorosamente in divisa blu e bottoni dorati, paperine nere e collant 80 denari che ne coloravano le gambe di tinta scura. Bionde o brune non facevano differenza: erano tutte sorridenti, alte e bellissime.

"Mi fa passare?" chiese un signore in giacca scura, camicia bianca e gilet. Don Marco lo guardò e fece il suo sorriso più cordiale, s'alzò dalla poltrona e si fece piccolo.

L'uomo gli passò di fronte, sorridendogli e andando a sedersi tre poltrone più in là. Don Marco si risedette, continuando a guardarsi intorno.

C'era tanta gente, nonostante fosse un concerto di musica classica, la grande passione di Don Marco. Quella sera il programma era dedicato tutto a Schumann.

"Scusi, è libero lì?" gli chiese una giovane ragazza bionda.

"Certo, s'accomodi" rispose don Marco, senza guardarla in faccia e proponendo il sorriso di circostanza mostrato poc'anzi al signore in giacca scura.

La ragazza s'accomodò nel posto vicino. Aveva i capelli biondi lunghi, mossi. Occhi azzurri accesi su pelle chiara, espressione stanca. Un po' di ciccia sui fianchi, ma poca. Vestita con una maglia rossa e gonna scura, la sua altezza era slanciata da un paio di stivali con poco tacco, di colore marrone. Dalla scollatura, spuntava un piccolo tatuaggio. A tracolla, una borsetta di medie dimensioni, nera. Avrà avuto, ad occhio e croce, 23 anni.
Don Marco la guardò con la coda dell'occhio, senza però soffermarsi sui particolari. Lei, fece lo stesso.

"Lei è un prete?" gli chiese la ragazza.
"Come dice?" rispose don Marco.
"Le ho chiesto se lei è un prete." ribattè la ragazza, armeggiando nella borsetta.
 "Ah, sì sì, sono un prete." disse don Marco, sorridendo.

"E a voi preti vi lasciano uscire, la sera?" rise la ragazza.
Don Marco rimase spiazzato dalla seconda domanda, tanto diretta quanto impertinente. Era abituato ad esser oggetto di battute da parte di adolescenti convertiti all'anticlericalesimo e alla condanna senz'appello della religione, ma raramente s'era imbattuto, per di più in un posto come l'auditorium, in una persona tanto diretta. Per questo, cercò di rispondere in maniera ironica e superiore.
"Sì, soprattutto quando si suona Schumann".
La ragazza parve non badare alla sua risposta. Don Marco la incalzò.
"A lei piace Schumann?".
"Sì, cioè no. Nel senso che sono qui perché mi hanno regalato il biglietto e io di Schumann non ho mai ascoltato nulla".
"Bene, penso che lo apprezzerà." sorrise don Marco.
"Lei mi potrebbe confessare?".

La richiesta lo stupì, più della domanda sull'uscire la sera. 

"Qui? Adesso?"
"Sì, se per lei non è un problema."

La ragazza pareva risoluta. Gl'occhi azzurri le brillavano, quasi come stessero per lacrimare. Ma don Marco ne era certo, la ragazza non stava per mettersi a piangere. Era semplicemente molto convinta.
"Sì, d'accordo. Vuoi che usciamo?"
"No, vorrei rimanere qui in mezzo alla gente.".
"Potrebbe infrangersi il segreto confessionale.".
"Che segreto può esserci, nei propri peccati? Sono sotto gli occhi di tutti.".
"Come ti chiami?"
"Mi chiamo Alessia.".

Don Marco si guardò intorno. A parte il signore con la giacca seduto tre poltrone più in là, intorno non c'erano altre persone. 

"Nel nome del Padre..."

Alessia fece il segno della croce veloce, senza parlare. Poi, rimase in silenzio. Intorno, l'Auditorium pian piano si riempiva. Sul palco, spuntò un violinista con un violoncellista che cominciarono ad accordare gli strumenti.
"Vede, padre, io odio l'Amore.".
"Perché odi l'Amore?".

Alessia rimase in silenzio, poi guardò negli occhi il prete. Don Marco apprezzò quello sguardo, così duro, così intenso. Ne rimase persino spaventato.

"Perché l'Amore fa cagare. Fa schifo.". 
"Sì, ma perché?" ribadì don Marco, pensando a un motivo labile, come la fine di una relazione passeggera.
"Perché la gente ama, padre?".
"Perché l'uomo è chiamato a farlo.".
"E se lo fa nella maniera sbagliata?".
"Allora subentra il perdono, nel caso faccia male a noi stessi e agli altri.".

Mentre pronunciava quelle parole, don Marco ripensò a una delle prime assoluzioni che aveva elargito da quando era sacerdote. Fu a una signora anziana, che confessava d'aver tradito il marito in gioventù prima che si sposassero, durante una sagra di paese. Ricordava come in quel caso il senso di colpa lacerasse l'anima della signora, che non riusciva a perdonarsi per quella che contemplava la scelta più sbagliata della sua vita. Ed era altrettanto stupito di come, nella decisione di quella ragazza, non vi fosse rimorso ma vi fosse rabbia.

"Non esiste il perdono, padre. E nessuno può elargirlo in maniera assoluta."
"E allora, perché vuoi confessarti?".
"Per avere l'illusione che sia possibile, per una volta, sentirsi liberi.".

Sul palco s'alternavano musicisti, maschere e fonici. Mancava poco al concerto, e la sala era quasi completamente piena. Le fila intorno ai due loro posti s'erano riempite. Solo un posto separava Alessia da una signora vestita di fiori, che s'era andata ad accomodare con il marito vicino al signore con la giacca scura.

"Liberi dal senso di colpa, intendi?".
"Esatto, padre.".
"Il tuo peccato è odiare l'Amore?".
"Esatto, padre.".
"Come odi l'Amore?".
La ragazza si lasciò andare in una lacrima. Le scivolo sulla guancia sbavandole leggermente il rimmel e il fondotinta. Per un attimo, don Marco guardandola la percepì bellissima e triste, e per questo affascinante come nessuna mai. Fu solo un attimo, ma fu molto intenso.

"Odiando le persone che mi stanno intorno.".
"Cosa ti hanno fatto le persone?".
"Non capiscono cosa significhi soffrire, padre. Non capiscono.".
"Cosa significa soffrire, Alessia?".

La ragazza lacrimò copiosamente. L'uomo in giacca scura, seduto tre sedie più in là, guardava la scena con la coda dell'occhio. Alessia prese la mano di don Marco. Si girò e gli sussurrò nell'orecchio il suo peccato più grande.

Don Marco rimase fermo per qualche secondo. Sul palco, l'orchesta si sistemava, mentre un signore presentava il programma.

"Buonasera, l'orchestra sinfonica RAI presenta stasera un programma interamente dedicato a Schumann..."

Il prete continuò a tenere la mano alla ragazza. Alessia piangeva copiosamente. Prese un fazzoletto dalla borsetta e si soffiò il naso, mentre don Marco abbassò lo sguardo. Avrebbe voluto parlarle di come qualsiasi cosa la Misericordia Divina è in grado di comprendere e perdonare. Di come ci sia sempre speranza, anche nelle miserie più consumate. Di come la sua fede avrebbe dato una nuova vita anche a lei.

Invece rimase zitto e la guardò. 

Le luci del teatro s'abbassarono. Partirono gli applausi. Don Marco allungò la mano, la poggiò sulla testa di Alessia e a bassa voce pronunciò la formula per assolvere la ragazza. Lei rispose socchiudendo gl'occhi e facendosi un segno della croce, silenzioso come quello che inaugurò il sacramento. I suoi capelli biondi le coprirono il profilo, lasciando fuori solo il naso.

Don Marco le riprese la mano e le disse: "E ora, incomincia a guardare avanti.".

La musica di Schumann, il concerto per violoncello e orchestra in La minore op. 129, riempì l'Auditorium. Alessia si guardò intorno, e respirò profondamente. Un mezzo sorriso ruppe l'orizzonte del suo profilo. Si voltò verso don Marco, e parlò a bassa voce.


"Padre, è questo l'Amore?".
"Per questo cosa intendi?".
"La serenità, intendo.".
"Anche, sì.".
"E' un effetto placebo? Solo induzione della mente?".
"No, non credo; io credo sia vero.".
"Come?".
"E' come questa musica.".
"Ossia?".
"E' vera eppure bellissima.".
"E quindi?".
"Schumann avrà ben dovuto capire come renderla così bella, no?".
"Già.".
"E credi che non abbia dubitato anche della sua musica, a un certo punto?"
"Sì, certo.".
"Però alla fine l'ha finita. E tutto è diventato perfetto.".
"E' stato un effetto placebo, allora.".
"No, è stata la fiducia che riponeva in sè".

"SSHHHHH!" sibilò qualcuno dalle file dietro.

"Ne parliamo dopo, Alessia" gli sorrise don Marco. 
La ragazza gli sorrise; la musica riempiva la serata. Finalmente, si sentiva serena.

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