mercoledì, ottobre 27, 2010

Luomoqualunque - Un racconto 10

"Sei un qualunquista... non hai nulla di diverso..."

Il signor Luomoqualunque si destò inquieto. Da quanto sognava d'esser insultato, ormai, non lo ricordava più. S'alzò dal letto e fece colazione.

Si vestì cercando fra i capi logori un abbinamento convincente. Preferì a dei pantaloni blu con il risvolto, dei jeans con l'orlo consumato, non avendo nulla d'abbinare con quella tinta.

Prese la valigetta e s'incamminò verso la fermata del bus per recarsi al lavoro. Sulle scale incontrò la signora Vicindecasa, che lo salutò con il solito, ipocrita sorriso. "Si ricordi la quota per la pulizia delle scale" disse fra i denti.

Il signor Luomoqualunque ringraziò per il promemoria e la salutò.

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Sul pullman, la gente era ammassata, per il poco spazio. Mentre si teneva al sostegno in metallo, il signor Luomoqualunque ripensò ai suoi sogni.


In sottofondo, una signora parlava all'amica dei suoi costi. "... E poi niente, fra bollo e mutuo me ne faccio per 900 euro sto mese, solo che in pratica ne pago solo 860 perché 40 li prendo da..."


Il signor Luomoqualunque ripensò alla sua quota d'affitto, e in mente gli tornò che doveva ancora versare l'anticipo per il riscaldamento. 

"Signor Luomoqualunque, come sta?" si sentì salutare.

Era il signor Misterconoscente.


Luomoqualunque ricambio il saluto, e cominciò a parlottare del più e del meno. Dopo qualche battuta, il signor Misterconoscente portò il discorso sulla serata televisiva precedente: "Ha visto ieri sera il talk show sul tre, Luomoqualunque? Ha visto che belle cose ha detto il ministro? Altroché questi comunisti di merda, altroché! Ho visto 10 minuti e poi ho girato sul cinque, che ci sono quelle belle fighe, altroché...". Il signor Luomoqualunque rispose al signor Misterconoscente che non era interessato alla politica e che non seguiva i reality show, e che la sera prima aveva letto un libro. 
"Lei Luomoqualunque è un radical chic, allora! Si crede superiore sia alla politica che al divertimento? Non ci credo che non possa aver visto il talk show sul tre, e non so come abbia fatto a perdersi lo show sul cinque, bellissimo!" lo apostrofò l'altro, ma lui non rispose. Intorno, la gente era indifferente. Poco meno di un quarto d'ora dopo, Misterconoscente arrivò alla sua fermata e scese dal pullman, e la conversazione s'esaurì.

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Quando arrivò in ufficio, il signor Luomoqualunque trovò ad attenderlo un'email particolare. La lesse attentamente: l'amministrazione dell'azienda gli comunicava che la retribuzione veniva decurtata del 10% a causa di un conguaglio richiesto dall'erario. 

Quando un'ora dopo arrivò l'impiegata preposta, il signor Luomoqualunque si recò nell'ufficio dell'amministrazione, per chiedere spiegazioni. 

"Vede, Luomoqualunque, con lo scarto delle detrazioni il prelievo fiscale è maggiore, perciò quello che viene tagliato dal netto è l'aggiunta del totale che lei deve corrispondere allo Stato".

Il signor Luomoqualunque fece presente che la sua retribuzione netta era già stata tassata a causa del prelievo relativo all'anno fiscale precedente, e che per lui anche quel 10% era una grande perdita nel budget per le spese vive.

"Sa Luomoqualunque, noi di lamentele ne abbiamo tutti i giorni, ma il fatto è che bisogna fare tutti dei sacrifici oggi. L'azienda anche li fa, ma devono essere i dipendenti che fanno il primo passo."

Luomoqualunque fece presente che accettare retribuzioni sotto la soglia di povertà per il bene dell'azienda era una scelta che molti lavoratori avevano fatto già da tempo, e in fondo la pressione fiscale potesse essere regolata dal governo per agevolare chi era già in difficoltà. Specificò inoltre che per l'azienda avrebbe fatto qualsiasi cosa, e che avrebbe accettato di buon grado ogni scelta.

"Luomoqualunque, non stia sempre lì ad attaccare il governo, su. In fondo in Italia siamo fortunati, l'ha sentito ieri sera quel signore dell'opposizione che cosa diceva al ministro? Io ho visto tutto l'intervento prima di girare sul cinque che c'era lo show".

Il signor Luomoqualunque rispose che la sera prima aveva letto un libro. Poi salutò e tornò al suo lavoro.


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Sul pullman del ritorno, Luomoqualunque incontrò la signora Strostarda, che cominciò a provocarlo subito.

"E quindi, Luomoqualunque, cosa ne dice ora? Non vede come siamo tranquilli, questo governo ha fatto tutto ciò che poteva fare, lo vede? Altroché quei maledetti che continuano a fare macello per l'immondizia, a Napoli! Ma li ha sentiti? Fa bene la Digos, a manganellarli, bisognerebbe spaccargli la testa a quei quattro stronzi camorristi  che fanno le barricate perché non vogliono gli inceneritori e le discariche, bisognerebbe farla mangiare a loro l'immondizia".

Luomoqualunque rispose che fra i manifestanti c'erano anche donne e bambini, e che la discarica pareva fosse stata mal realizzata tanto da far filtrare dei liquami frutto della putrefazione nelle falde acquifere, rischiando di avvelenare le popolazioni del vesuviano.

La signora Strostarda però non lo ascoltò, e ricominciò: "Ma cosa dice, Luomoqualunque, queste sono palle che si inventano quei porci dei giornalisti, non vede che sono i giudici il vero cancro del paese? Io per dire, sono convinta che facciano bene a fargli lo scudo, al Presidente, lo stanno perseguitando. E in fondo anche agli altri fa comodo, li vede come sono? Quelli sì che sono con la coscienza sporca."

Luomoqualunque disse che il suo discorso non voleva difendere quella parte politica o l'altra, ma nuovamente la signora Strostarda lo interruppe.

"Lei è un qualunquista, lo sapevo. Come tutti quelli che non sanno fare altro che attaccare senza proporre. Gente che sa solo odiare, gente che non sa ascoltare..."

La signora continuò fino a che non scese dal pullman senza sosta e senza lasciar spazio di replica: quando arrivò alla sua fermata, salutò Luomoqualunque con un enorme sorriso e consigliandogli di smettere di leggere porcate di sinistra.

Il signor Luomoqualunque ringraziò per il consiglio e la salutò.

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La sera, mentre cucinava, il signor Luomoqualunque sentì al telegiornale che un tal signore Massanellafolla aveva cercato di colpire con un pugno un parlamentare italiano, davanti a Montecitorio. Durante l'interrogatorio, avvenuto subito dopo l'arresto tempestivo, confessò agli inquirenti che voleva punire "quelli che quest'anno non sono riusciti a fare altro che dieci leggi, pagati più di 12000 euro al mese, mentre io sono in cassaintegrazione".

Il tg aveva anche riportato una voce non confermata, che spiegava come il signor Massanellafolla fosse stato tradotto nell'ospedale militare per profonde ferite al capo e piantonato a vista dalla polizia penitenziaria.


Luomoqualunque rimase ad ascoltare il politico che commentò il fatto, che esprimeva solidarietà al cassaintegrato ma che ne criticava i modi, sostenendo che la colpa fosse di quel qualunquismo dilagante che rendeva potenzialmente pericoloso ogni elettore, minando la saldezza delle istituzioni e l'immagine che esse avevano nei confronti dell'opinione pubblica.

Poi, mentre mangiava, Luomoqualunque seguì un dibattito su come il Parlamento stesse licenziando una riforma della giustizia limitativa per i giudizi, due servizi televisivi sulla negazione a due richieste d'arresto da parte dei giudici per un ex ministro e un sottosegretario da parte della Camera e la bocciatura di una proposta di legge che eliminava il vitalizio agli ex parlamentari, oltre che uno speciale sul turismo macabro in un piccolo comune del sud Italia per vedere dove era stata strangolata un'adolescente.

Quando finì di mangiare, Luomoqualunque fece un po' di zapping, ma non trovò molto di interessante, quindi spense la TV.

Mentre lavava i piatti, Luomoqualunque ripensò agli incubi della notte prima, ricorrenti e fastidiosi. A quelle voci che lo accusavano di non capire, di esser stato manovrato dai giornalisti deviati e che erano tutte fandonie, e che stavano tutti bene, compreso lui. Sentiva rimbombare quelle parole nelle orecchie mentre, nel silenzio del suo tinello, leggeva una per una le bollette che gli erano state recapitate dal postino, faceva i conti, e constatava che gli mancano 8 euro per pagare tutte le imposte e le tasse.


Fu così che Luomoqualunque, posate le bollette e i tagliandi, si tolse i vestiti, si mise il pigiama, ingurgitò 120 pillole di sonnifero e si sdraiò sul letto. 

lunedì, ottobre 25, 2010

La ricetta per essere amici - Life in Technicolor part 131

Gli Smashing Pumpkins hanno scritto una bella canzone sull'amicizia: 1979


Di amicizia ho parlato spesso. Qui ne parlai l'ultima volta, in termini entusiastici.

Ora, non vorrei fare una disamina sul concetto, anche perché in fondo che si può dire sull'amicizia? Che è necessaria? Alcuni dicono sia meglio dell'amore, altri dicono che in fondo è rara.

Rara, forse sì. Ma meglio dell'Amore, questo non si può dire, anche perché l'Amicizia è come fosse una sorta di Amore più... materno.

Pensiamo a cosa serve per una sana amicizia. Se fosse una ricetta, sarebbe una specie di risotto, credo, o forse un bel dessert. No no, meglio sia un risotto.

Dunque: proviamo a immaginarci allora di mettere l'acqua sul fuoco: l'acqua corrisponde alla vita. Mentre bolle, prendiamo il dado aromatizzato, che è l'onestà. Sciolta nell'acqua, aromatizza tutto il contenuto del liquido. Ma non sarà lì che metteremo il nostro riso. Da lì attingeremo per far rosolare in cottura.

Prendiamo un bel quantitativo di verdure, magari spinaci. Li cuociamo con del soffritto e un filo d'olio. Gli spinaci sono le esperienze comuni e il soffritto il tempo che passa: il tutto lo condiremo con il nostro brodo.
Quando gli spinaci sono cotti, buttiamo nel nostro tegame il riso, e lasciamo rapprendere allungando di tanto in tanto con il brodo. Il riso è l'affetto, che arricchisce le esperienze e concretizza il tempo, e nel contempo si aromatizza con l'onestà.

Dopo 15 minuti circa, il nostro riso avrà una data consistenza, sarà più o meno duro, sarà aromatizzato, e potrà esser servito a piacere a eventuali ospiti, con un filo d'olio o qualche decorazione (che corrispondono a quegli attestati di stima che saltano fuori in momenti particolare: tipo quando si fa un torto e si chiede "scusa" o quando, semplicemente, si dice "ti voglio bene" a una persona).

Ok, il tutto è stato ricettato: quindi per avere una buona amicizia ci vanno esperienze comuni, onestà, tempo e affetto.

Quante cose ho dato alle persone che mi circondano, di questi ingredienti? E quanto ho ricevuto? 
Se la vita fosse una cucina e veramente i sentimenti fossero ricette, il mio ristorante ora sarebbe in pieno risanamento economico, dopo una gestione dissenata della mia cucina e del mio chef, che ha sprecato un sacco di ingredienti.

Perché mi rendo conto, alle soglie dei 29 anni, di aver sopravvalutato piatti che si presentavano succulenti e aver trascurato semplici manicaretti, che però garantivano sapori e sazietà.
Ciò che mi stupisce di più, però, è di come ogni ricetta, per non sfuggirci di mano, debba essere adeguatamente imparata, provata, tentata, andando a scandagliare quegli aspetti del cibo che non pensavamo ci fossero. Come il dolore che si può lasciare con una parola detta a sproposito (arte di cui son maestro, lo ammetto) o con il continuo, lento perdurare dell'indifferenza, che sta al cibo come la data di scadenza e all'amicizia come il coltello nella piaga.

Avrei molte scuse da fare e molte parole da dire, molte riflessioni e molti dubbi su come, negli anni, abbia perso le persone e come le abbia guadagnate, su quanto ho dato e su quanto non sono riuscito a dare. Non ho risposte, questa non è una cucina e solo la mia fantasia mi fa immaginare che l'amicizia si possa cucinare.

Però, forse è tempo di dedicarsi a quei manicaretti, più semplici, ma anche e soprattutto, meno mascherati.

venerdì, ottobre 22, 2010

Non è solo un MiTo - Life in Technicolor part 130

C'è una sorta di casualità a comando, quando penso al fatto che Fortunella fra poco non ci sarà più e che una delle cose che più mi ci piaceva fare con lei era andare alla sua massima velocità, con la musica a tutto volume, finestrini aperti, cantando a squarciagola. Ora, direte: dov'è la casualità?

Beh ora ve lo spiego.

È che se vedo una macchina, o una pubblicità, che mi fa pensare al fatto che in primis la velocità è bella e che un'auto per piacermi deve supportare quell'idea di libertà che mi dava Fortunella, ecco,  automaticamente quella diventa una macchina da sogno.

Quella, per intendere, con cui vivresti il tuo on the road con la donna dei sogni, o se preferite, quella in cui ti vedresti per fare il remake di un film che ti è piaciuto, magari 007 o un action movie con Vin Diesel.


Almeno, a me capita così, ma a me piacciono gli action movie e da sempre sogno di farmi un giro del mondo in Audi TT, in Porsche, in Buick, o se vogliamo essere autarchici, in Alfa Romeo. 

Come la MiTo. Una macchina che il mio amico Fabrizio possiede da un anno e che l'estate scorsa mi ha concesso di guidare una volta, mentre andavamo in Puglia. 


Andò così: mentre lui e Irene dormivano (eravamo in 3, in quel viaggio), io guidavo nelle campagne pugliesi, attento alla strada, al paesaggio, alla musica. E pensavo che cazzo, mi piaceva guidare in quelle condizioni e quella macchina nel mio personale "autosalone del sogno", ci poteva stare.



Ed è per questo che quando sono capitato in questo sito, ho cominciato a pensare che mi piacerebbe avere una MiTo. Ora, lo so, non puoi basarti su un'idea, in fondo è solo una pubblicità.  


Però è vero, se capiti su un qualcosa che ti accenda l'immaginazione, come una macchina associata alla velocità e alla libertà e a tutte quelle cose che ti fanno stare bene, allora hanno ragione loro che la pubblicità la fanno di mestiere. E se ci affiancano qualcosa che veramente diventa un mondo a sé, come il Club to Club, allora non posso che ripensare al beet delle serate con gli amici, al senso di giovinezza, agli urli e ai balli in pista, e poi al momento in cui dici "Tutto questo non finirà mai". 


E magari, sognare di uscire dalla discoteca, prendere una MiTo e andare a casa, di nuovo, con la tipa dei sogni e pensare che la serata è veramente infinita e perfetta (ma questo pezzo ce l'ho messo artificialmente, d'altronde io non ho una MiTo).


Ok ok ok. È solo una macchina, è solo una serie di pensieri, quello è solo un sito e non è oro tutto ciò che luccica. Però, cazzo: funziona.

mercoledì, ottobre 20, 2010

Riprendi, riperdi - Un racconto 09

Ero rimasto a casa, quella sera.

In compagnia, come al solito, del mio "blocco dello scrittore", che in quel momento equivaleva un po' al blocco intestinale, e scusatemi il paragone. 

Il problema era che entro il giorno successivo dovevo realizzare un testo per una newsletter di un farmaco contro la gastrite. Lavori da copywriter, o come si sarebbe detto su Facebook: "Roba da copy".

Ci riprovai, senza chiedermi se il termine fosse corretto o meno. 


"La novità che Stomagud, il
paracetamolo pensato per la cura del".

Skype s'illuminò mentre stavo scrivendo la dodicesima parola.

Mi soffermai sul nickname. La foto del profilo era sempre quella. Era cambiato solo lo status personale.

Per un attimo, dimenticai che nel mondo esisteva il mal di pancia e i suoi effetti. Cazzo, quanto tempo era passato. Poi sentii una fitta allo stomaco, forse l'emozione. Potevo metterlo nella newsletter, che era skype a segnalarti che avevi bisogno di Stomagud.

Digitai un banale "Wè come va?" senza impegno, in risposta alla sua provocazione principe: "Conchi stai ora?".


Così, senza saluto. Abituale, per lei, non salutare quando cominciava a scrivermi e quando smetteva. Cominciava e smetteva senza introduzioni e senza commiati. Attacco diretto, come in un romanzo di Palahniuk, conclusione tagliente e indifferente, peggio di Bukowski.

Era sempre stato così, fra noi. Che quando uno dei due avvistava l'altro con qualcuno che non fosse appunto, l'altro, ecco, quando capitava scattava la domanda. E, puntualmente, scattava l'evasione. Eravamo tipi evasivi? No, no. Diciamo che eravamo come una canzone di Paolo Conte, quelle storie normali dove ci sono due che fanno cose normali, ma che cantate da Paolo Conte diventano speciali.


Ecco, io e lei eravamo così. Con in mezzo a noi quell'atmosfera, quel sentimento... quello che lei chiamava "questa cosa" e che era stato frutto di tante discussioni. Perché in fondo, di "cosa" si trattasse non lo sapevo bene neanche io.

Non ebbi meglio che scrivere, in risposta, un "ahah" che sicuramente avrebbe criticato o in qualche modo deriso.

Infatti. Sulla finestra apparì un "Chettiridi" tutto attaccato, senza pause, molto fonetico.

Mi grattai la testa e ci pensai. Non potevo mostrarmi debole, nè troppo scoperto. Ragionai sul suo essere vamp, una di quelle che TUTTI si girano a guardare. La dialettica che non le mancava, il parlare francese. Lo stile. Sì insomma, quelle robe lì.

Parliamoci chiaro, insomma: era talmente... no, vabbè, un aggettivo volgare non si può usare con una come lei. Diciamo: era talmente AFFASCINANTE che l'ascendente che esercitava sul mio cuoricino era tale da riuscire a farmi scrivere benissimo anche una newsletter per un farmaco sulla gastrite. Dopo sei ore di catatonia, però.

"sto scrievndo 1 newsletter su un afrmaco sullagasttrite" digitai veloce, errori grammaticali compresi, per farmi un po' il figo.

La matita di Skype scriveva e scriveva e scriveva. 

"T'è venuta lulcera :-D" fu la risposta, ed ero sicuro che lo smile equivalesse a un punto interrogativo.

Il tono della discussione, dovevo dominarlo. Dovevo mostrare controllo della situazione. Ma tanto lo sapeva, la stronza lo sapeva: sapeva che le ero morto dietro per anni. Sapeva che mi era sempre piaciuta. Sapeva che se fossi stato un film di Walt Disney avrei scelto d'esser tutti quelli dove alla fine un cazzo d'essere maschile sposa un essere femminile. Se fossi stato un dipinto sarei stato un quadro di Francesco Hayez, e non sto manco a specificare quale.

Invece eravamo una canzone di Paolo Conte. Dove le storie sono semplici e dove, purtroppo, tutto appare banalmente complicato.

"No, xò sono un grande professionista.". 

Non mi scrisse nulla per un po'. Sempre così, dialoghi a metà, magari ripresi dopo una pausa di qualche decina di minuti. Nell'attesa, mi dilettai su Twitter a postare frasi prese da canzoni dei Pearl Jam, anche perché sui dolori addominali non mi veniva nulla. 

Poi, riprese a scrivere quella cazzo di matitina di Skype.

"Esagerato".

Ecco, ora non potevo risponderle. Ero fottuto.

"Comunque sei evasiva" le scrissi di getto, sapendo che forse sarebbe stata al gioco, o forse no.

"perche?" mi rispose.

C'era cascata. Il mio "Tu con chi stai?" apparì come fulmine per titaneggiava là, nella mia finestrella, bello come il Colosso di Rodi: il frutto della mia provocazione principe, dopo la sua mina. "E ora rispondimi!" pensai come il feroce Saladino che sta per tagliare la gola al cristiano infedele.

"ahah" replicò. Che stronza. Veramente, che stronza. Mi copiava anche le tattiche di fuga.

"Non rispondi, eh?!?" incalzai. 

"non hai risposto alla mia domanda".

Guardare l'evasione ad una domanda è come guardare un carcerato che scappa dalla prigione: non hai molti mezzi per fronteggiarla, se non immolarti nel tentativo di fermarlo.

"Cosa ti devo rispondere?" m'immolai.

Non ci fu la sua ribattuta. Tornai a smanettare su Twitter, tentando di pensare al mio farmaco anti-gastrite. Ripensandoci, immolarsi così non era stato solo azzardato. 

Era stata una cazzata, ecco. Ma d'altronde, con lei avevo fatto solo cazzate.

La prima volta m'invitò lei a uscire, e ci uscii. Sembra oggi: nell'sms c'era scritto solo "Birra?". 

Freddo, tagliente. Mi sembra di viverlo ora, quel momento: un paio di medie, poi si fa accompagnare sotto casa, ma proprio sotto... e non riesco a provarci.

Allora ci ri-esco. Altra serata, altro buco.

Terzo round: andiamo a fare aperitivo: mi convinco che è fatta, che ci siamo. Mi compro pure le mentine anti alito, di quelle che combattono il gusto di sigaretta stantio nei palati dei fumatori. Colpito e affondato al momento dei saluti, con fuga sulla fascia al momento giusto (ossia, mi saluta agitando la mano mentre parliamo).

Quarta uscita, special version: gita serale in macchina con tappa in provincia, con finalissimo di macchina spenta al momento dei saluti e chiaccherata finale (sempre in macchina). Troppa grazia, per un pannocchia come me: tenero bacino sulla guancia e figura del coglione.

Quinta uscita, versione deluxe: aperitivo+concerto+birreria+disco. Come poteva finire? Ecco appunto, non come sarebbe finita con qualsiasi altro.

Insomma, una serie di clamorose figure da coglione.


Se non fosse stata così... AFFASCINANTE. Probabilmente l'unica donna a cui non sarei mai riuscito a dare un bacio, perché intimorito come se davanti avessi avuto, chessò, Bono Vox. Sicuramente, l'unica che mi facesse quell'effetto.

Mi riscrisse dopo mezz'ora. "ti riprendi"

"mi riperdo" risposi, ma non credo abbia capito.

Già, non credo abbia capito.

Smise di scrivermi definivamente, per quella sera. Mentre provavo a stilare un testo credibile per convincere gli iscritti alla mia newsletter a curarsi i dolor-de-panza con il mio cazzo di farmaco, attivai YouTube e cercai una playlist, con i Cramberries

Mi ricordai quella sera che mi disse che Linger era la sua canzone preferita. L'avevo ascoltata e riascoltata e riascoltata, accorgendomi che anche a me piaceva moltissimo. 
Ma quella sera ne scelsi un'altra: "I can't be with you".

Perché non avevo mai capito se in fondo, "quella cosa" c'avrebbe portato da qualche parte. Anzi, no: ero convinto che anche se fossi stato meno coglione, alla fine sarebbe finita male.
Forse era per quella convinzione arbitraria che ero stato così coglione.  

Ci pensavo mentre concludevo il testo della newsletter per il farmaco antigastrite. Mi piacque molto il risultato, soprattutto perché di pasticche di Stomagud ne presi due prima d'andare a letto.

mercoledì, ottobre 13, 2010

Cazzo ti reading - Life in Technicolor part 129

Ok, domani si legge, lo avevi già annunciato tempo fa che lo facevi, però il giorno prima fa sempre figo pensare un attimo con attenzione a ciò che sta per capitare.

Ferma lì un attimo le meningi. Domani tecnicamente leggi davanti a un pubblico, e leggi roba tua. C'hai poco da ragionare, o sei bravo a farlo o vai a casa.

Già, sei bravo oppure no? E a scrivere, sei bravo oppure no? 

La tua insicurezza dice no. Anche alcuni tuoi docenti hanno detto di no, altri hanno che dovevi applicarti, altri hanno detto che ce la potevi fare.

Ora smettila di guardarti allo specchio, parlati come farebbe una persona normale.

Ok, in fondo ha ragione la mia immagine riflessa, non mi parlo perché so che guardarsi dentro fa sempre un certo effetto.


Allora, ricominciamo: voglio raccontarmi questa storia.

Tutto è cominciato per caso, tutto è cominciato con una sera così casuale, così strana vista da oggi. Io che parto e vado proprio lì, in quel locale, e mi siedo proprio su quella sedia e guardo quelle marionette e mi viene in mente quel racconto e mi sale in mente di dirle (alla proprietaria) che glielo mando.

Poi glielo mando e poi ci vado di persona. E fissiamo una data, domani. E domani sera dovrei andare lì e dire ciò che è il mio. Ciò che ho scritto.

Ok, ora che me lo sono detto, non mi sento poi tanto tranquillo. In fondo potrebbe non piacere.

Meglio ricominciare a parlare con la mia immagine riflessa.

Parlare agli altri è come parlare a sè stessi, l'unica cosa diversa è che gli altri non possono capire le tue parole se non gli spieghi tutto il processo che ti ha portato a formularle. Hai ricontrollato i testi? Hai riletto per bene? Hai provato ad ascoltarti mentre leggi? Sai già cosa dire?

Già, non so cosa dire, forse improvviserò. Forse non farò altro che dire quello che mi passa per la testa, in quel momento. Perché in fondo leggerò roba che ho sempre pensato. Però i testi li ho riletti, non mi pare ci siano errori. E ho anche fatto le prove, non credo d'essere andato poi tanto male, credo almeno.

Quindi smettila di avere paura. Sarai tu e le cose che hai sempre pensato. E se non piaceranno, significherà che è andata bene lo stesso perché in fondo non tutti i gusti sono alla menta e non si può piacere a tutti. 

Ecco, prendiamola con filosofia. D'altronde, io non sono un talento, sono un operaio della scrittura. Felice di esserlo, felice di aver cresciuto quello che so fare non con l'imposizione delle mani ma con il sudore della fronte. 

Bravo, parti così. Leggi tranquillo, domani.

- Piccolo estratto de "Il piccolo manuale dei pazzi che si motivano allo specchio", di Nessuno, Ed. mai pubblicato, Anno inutile -

giovedì, ottobre 07, 2010

Un fiume che non ho mai visto - L..i.T part 128




"Danubio così blu, così bello e blu,
attraverso la valle e il campo là tu scorri quieto,
la nostra Vienna ti da il benvenuto, il tuo nastro d'argento
lega tutte le terre e rallegri il cuore
toccato sulla tua riva leggiadra.
Lontano dalla Foresta Nera
qua tu corri verso il mare
dispensando benedizione ovunque.
"

"An der schönen blauen Donau", Franz Von Gernerth (1890)

Quanti di voi si stanno chiedendo quanto sia lungo il Danubio? Quanti pesci vi abitino? E quanti alberi ci siano sulle sue rive? Quanti di voi oggi si chiedono come abbia immaginato Johann Strauss il suo valzer, e perché il Danubio gli abbia detto proprio che quella musica era proprio così?

Il Danubio blu. Giovanni Allevi racconta che il brano "Vento d'Europa" sia stato pensato mentre era in tournée, e gli capitò di passare su un ponte e vederlo in piena e rimanerne colpito talmente tanto da non saper far altro che scrivere un brano musicale. Disse che quel fiume in piena gli ricordava un'Europa che non era mai scomparsa, e pazienza se non ricordo in che città si trovasse Allevi quando immaginò il Danubio come un grande riassunto del nostro continente. Forse Vienna, forse Budapest. Non so dirlo.

Un fiume di cui oggi si parla a causa dell'ennesimo "disastro ecologico".

Vedete, non voglio soffermarmi sulla natura critica dell'episodio. È ovvio che 1.100 tonnellate di fanghi residuali di trattamento industriale per produzione di alluminio siano potenzialmente velenosi, così come è ovvio che sia addolorato, o che siate addolorati, per i 4 morti dei villaggi intorno ad Ajka, dei dispersi e dei circa 120 intossicati in condizione critiche.

No. Io ora penso al fiume. Ai suoi affluenti, al suo colore, alla vita che è bilanciata da un'armonia che è stupefacente proprio perché riesce a ripetersi da millenni in ogni angolo del pianeta, eppure è sempre nuova. Penso a come la cromia possa essere chiarificatrice, al blu inghiottito dal rosso di quella putrida fanghiglia artificiale, lorda e incancellabile. Penso a un equilibrio sereno e leggero che si spezza come se a un certo punto un incudine gli fosse poggiato sopra. Penso a tutte quelle persone che solo ora si accorgono che quella striscia d'acqua  che taglia mezza Europa era bellissima e che non si erano mai prese abbastanza tempo per guardarla, e ringraziare di averla vista e vissuta. E penso a me, che non so il perché ma oggi mi sento più triste di altri giorni: forse perché avrei voluto che il Danubio rimanesse un qualcosa di armonico per sempre, anche se era probabilmente già sporco e inquinato come il Po, la Dora, il Tevere o la Senna. Non so il perché, ma me lo immaginavo pulito e lindo come prima della Rivoluzione Industriale.


Strauss si prese del tempo e compose un valzer che oggi tutti conoscono, per celebrare quell'armonia. Oggi guardiamo da fuori l'ennesimo pezzo di mondo distrutto, pentendoci del tempo buttato a non amarlo abbastanza.

mercoledì, ottobre 06, 2010

Lasciatemi dormire - Life in Technicolor part 127



È autunno. Qui a Torino si passa dal fresco mattutino al tiepido torpore pomeridiano al freddo notturno. C'è il sole, piove, si rannuvola. I marciapiedi, le strade, gli alberi e le macchine, le persone, gli ombrelli, gli odori, il cemento, il Po, è tutto intriso di variabilità, meteorologica, e non.

Ecco, in tutto questo ciò che emerge è la voglia di dormire. Di stendersi, coprirsi, chiudere gli occhi. Stop, fine. Altro non c'è. C'è solo stanchezza. C'è solo torpore.

Fra un frastuono e una turbolenza, fra le fatiche e i pensieri e le preoccupazioni e i ricordi e le sensazioni e i presentimenti, fra tutto questo s'innalza il desiderio del riposo. Che altro non è che quel lasciarsi andare, quell'abbandono, quel rallentare fino a fermarsi. Il sonno. 

Cosa porta il sonno è la stanchezza. Ma cosa conceda il riposo è la tranquillità. Non c'è riposo senza tranquillità, ma c'è il sonno tormentato. Perché il sonno è come la vita, può esser macchiato dai contesti in cui s'incastona.

È autunno, l'autunno è bello perché è l'imbrunire dell'anno, sembra di essere in quell'ora in cui si torna a casa prima di cena e la sala da pranzo è impregnata dall'aroma dei manicaretti e dal tepore dei termosifoni, il giorno del primo freddo. È la tuta che ti metti quando entri in casa e lasci fuori dalla porta il resto del mondo, o almeno ci provi. È il tempo in cui cominci, pian piano, a tirare le somme della tua giornata e del tuo anno. 

È il tempo che corrisponde al sedersi dopo ore in cui sei stato in piedi e dentro di te senti quietarsi il turbinio di cose che volevi fare.

Guardando l'autunno, guardando i giorni ricolmi di emozioni e cose da fare, odorando il piacere di un inizio d'autunno assolato, gustando l'arrivo del Natale, posso socchiudere gli occhi e pensare che vorrei dormire. 

Accompagnato dal piacere di non soffrire più un sonno agitato. Di lasciarmi cullare, anche se è un'espressione banale. Chiudere gl'occhi, dormire. 

Lasciatemi andare. Lasciatemi godere di questa serenità.