mercoledì, ottobre 20, 2010

Riprendi, riperdi - Un racconto 09

Ero rimasto a casa, quella sera.

In compagnia, come al solito, del mio "blocco dello scrittore", che in quel momento equivaleva un po' al blocco intestinale, e scusatemi il paragone. 

Il problema era che entro il giorno successivo dovevo realizzare un testo per una newsletter di un farmaco contro la gastrite. Lavori da copywriter, o come si sarebbe detto su Facebook: "Roba da copy".

Ci riprovai, senza chiedermi se il termine fosse corretto o meno. 


"La novità che Stomagud, il
paracetamolo pensato per la cura del".

Skype s'illuminò mentre stavo scrivendo la dodicesima parola.

Mi soffermai sul nickname. La foto del profilo era sempre quella. Era cambiato solo lo status personale.

Per un attimo, dimenticai che nel mondo esisteva il mal di pancia e i suoi effetti. Cazzo, quanto tempo era passato. Poi sentii una fitta allo stomaco, forse l'emozione. Potevo metterlo nella newsletter, che era skype a segnalarti che avevi bisogno di Stomagud.

Digitai un banale "Wè come va?" senza impegno, in risposta alla sua provocazione principe: "Conchi stai ora?".


Così, senza saluto. Abituale, per lei, non salutare quando cominciava a scrivermi e quando smetteva. Cominciava e smetteva senza introduzioni e senza commiati. Attacco diretto, come in un romanzo di Palahniuk, conclusione tagliente e indifferente, peggio di Bukowski.

Era sempre stato così, fra noi. Che quando uno dei due avvistava l'altro con qualcuno che non fosse appunto, l'altro, ecco, quando capitava scattava la domanda. E, puntualmente, scattava l'evasione. Eravamo tipi evasivi? No, no. Diciamo che eravamo come una canzone di Paolo Conte, quelle storie normali dove ci sono due che fanno cose normali, ma che cantate da Paolo Conte diventano speciali.


Ecco, io e lei eravamo così. Con in mezzo a noi quell'atmosfera, quel sentimento... quello che lei chiamava "questa cosa" e che era stato frutto di tante discussioni. Perché in fondo, di "cosa" si trattasse non lo sapevo bene neanche io.

Non ebbi meglio che scrivere, in risposta, un "ahah" che sicuramente avrebbe criticato o in qualche modo deriso.

Infatti. Sulla finestra apparì un "Chettiridi" tutto attaccato, senza pause, molto fonetico.

Mi grattai la testa e ci pensai. Non potevo mostrarmi debole, nè troppo scoperto. Ragionai sul suo essere vamp, una di quelle che TUTTI si girano a guardare. La dialettica che non le mancava, il parlare francese. Lo stile. Sì insomma, quelle robe lì.

Parliamoci chiaro, insomma: era talmente... no, vabbè, un aggettivo volgare non si può usare con una come lei. Diciamo: era talmente AFFASCINANTE che l'ascendente che esercitava sul mio cuoricino era tale da riuscire a farmi scrivere benissimo anche una newsletter per un farmaco sulla gastrite. Dopo sei ore di catatonia, però.

"sto scrievndo 1 newsletter su un afrmaco sullagasttrite" digitai veloce, errori grammaticali compresi, per farmi un po' il figo.

La matita di Skype scriveva e scriveva e scriveva. 

"T'è venuta lulcera :-D" fu la risposta, ed ero sicuro che lo smile equivalesse a un punto interrogativo.

Il tono della discussione, dovevo dominarlo. Dovevo mostrare controllo della situazione. Ma tanto lo sapeva, la stronza lo sapeva: sapeva che le ero morto dietro per anni. Sapeva che mi era sempre piaciuta. Sapeva che se fossi stato un film di Walt Disney avrei scelto d'esser tutti quelli dove alla fine un cazzo d'essere maschile sposa un essere femminile. Se fossi stato un dipinto sarei stato un quadro di Francesco Hayez, e non sto manco a specificare quale.

Invece eravamo una canzone di Paolo Conte. Dove le storie sono semplici e dove, purtroppo, tutto appare banalmente complicato.

"No, xò sono un grande professionista.". 

Non mi scrisse nulla per un po'. Sempre così, dialoghi a metà, magari ripresi dopo una pausa di qualche decina di minuti. Nell'attesa, mi dilettai su Twitter a postare frasi prese da canzoni dei Pearl Jam, anche perché sui dolori addominali non mi veniva nulla. 

Poi, riprese a scrivere quella cazzo di matitina di Skype.

"Esagerato".

Ecco, ora non potevo risponderle. Ero fottuto.

"Comunque sei evasiva" le scrissi di getto, sapendo che forse sarebbe stata al gioco, o forse no.

"perche?" mi rispose.

C'era cascata. Il mio "Tu con chi stai?" apparì come fulmine per titaneggiava là, nella mia finestrella, bello come il Colosso di Rodi: il frutto della mia provocazione principe, dopo la sua mina. "E ora rispondimi!" pensai come il feroce Saladino che sta per tagliare la gola al cristiano infedele.

"ahah" replicò. Che stronza. Veramente, che stronza. Mi copiava anche le tattiche di fuga.

"Non rispondi, eh?!?" incalzai. 

"non hai risposto alla mia domanda".

Guardare l'evasione ad una domanda è come guardare un carcerato che scappa dalla prigione: non hai molti mezzi per fronteggiarla, se non immolarti nel tentativo di fermarlo.

"Cosa ti devo rispondere?" m'immolai.

Non ci fu la sua ribattuta. Tornai a smanettare su Twitter, tentando di pensare al mio farmaco anti-gastrite. Ripensandoci, immolarsi così non era stato solo azzardato. 

Era stata una cazzata, ecco. Ma d'altronde, con lei avevo fatto solo cazzate.

La prima volta m'invitò lei a uscire, e ci uscii. Sembra oggi: nell'sms c'era scritto solo "Birra?". 

Freddo, tagliente. Mi sembra di viverlo ora, quel momento: un paio di medie, poi si fa accompagnare sotto casa, ma proprio sotto... e non riesco a provarci.

Allora ci ri-esco. Altra serata, altro buco.

Terzo round: andiamo a fare aperitivo: mi convinco che è fatta, che ci siamo. Mi compro pure le mentine anti alito, di quelle che combattono il gusto di sigaretta stantio nei palati dei fumatori. Colpito e affondato al momento dei saluti, con fuga sulla fascia al momento giusto (ossia, mi saluta agitando la mano mentre parliamo).

Quarta uscita, special version: gita serale in macchina con tappa in provincia, con finalissimo di macchina spenta al momento dei saluti e chiaccherata finale (sempre in macchina). Troppa grazia, per un pannocchia come me: tenero bacino sulla guancia e figura del coglione.

Quinta uscita, versione deluxe: aperitivo+concerto+birreria+disco. Come poteva finire? Ecco appunto, non come sarebbe finita con qualsiasi altro.

Insomma, una serie di clamorose figure da coglione.


Se non fosse stata così... AFFASCINANTE. Probabilmente l'unica donna a cui non sarei mai riuscito a dare un bacio, perché intimorito come se davanti avessi avuto, chessò, Bono Vox. Sicuramente, l'unica che mi facesse quell'effetto.

Mi riscrisse dopo mezz'ora. "ti riprendi"

"mi riperdo" risposi, ma non credo abbia capito.

Già, non credo abbia capito.

Smise di scrivermi definivamente, per quella sera. Mentre provavo a stilare un testo credibile per convincere gli iscritti alla mia newsletter a curarsi i dolor-de-panza con il mio cazzo di farmaco, attivai YouTube e cercai una playlist, con i Cramberries

Mi ricordai quella sera che mi disse che Linger era la sua canzone preferita. L'avevo ascoltata e riascoltata e riascoltata, accorgendomi che anche a me piaceva moltissimo. 
Ma quella sera ne scelsi un'altra: "I can't be with you".

Perché non avevo mai capito se in fondo, "quella cosa" c'avrebbe portato da qualche parte. Anzi, no: ero convinto che anche se fossi stato meno coglione, alla fine sarebbe finita male.
Forse era per quella convinzione arbitraria che ero stato così coglione.  

Ci pensavo mentre concludevo il testo della newsletter per il farmaco antigastrite. Mi piacque molto il risultato, soprattutto perché di pasticche di Stomagud ne presi due prima d'andare a letto.

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