lunedì, novembre 29, 2010

Andrei a farmi una passeggiata retrò - Marinella 01

Quel giorno c'era silenzio in ufficio. Fuori, Torino era azzurra di cielo novembrino, fitta di sfumature e di freddo pungente di fine autunno.

La mattina c'erano già i primi lievi strati di ghiaccio sul parabrezza. Con il respiro il fumo già usciva dalla bocca, come quando si fuma. C'erano le estremità congelate, mani e piedi, nonostante rimanessero chiuse in tasche e scarpe. Le code d'auto sulla strada, con la via che mi aveva condotto fino lì lastricata di gente che stancamente si recava a scuola, al lavoro, negli uffici come il mio o forse peggio.

Quand'ero arrivato nel mio, mi ero seduto, avevo acceso il computer e m'ero messo a osservare il disordine della mia scrivania. 

Ripensavo alla mia Torino, era splendida dietro la finestra. Le metafore che mi venivano, osservandone il riflesso parziale da dietro i vetri, mi parevano stupide e banali: era come guardare un acquario, un quadro, una fotografia, una cartolina. Ecco, l'unica cosa che non mi pareva banale, era paragonare la bellezza di quello scorcio d'azzurrino congelato a un film di Michael Snow.

Ma dietro, lo sapevo, era solo banalità. Era solo un susseguirsi di gesti uguali agli altri, che non avevano che da stamparsi su storie ancora tutte la rivivere, in quello splendida città. Una città che raccoglieva i sogni, li aveva sempre raccontati fra i suoi alberi e il fiume, e la lunga distesa di giorni che l'aveva consegnata a noi, ingrati omini del 2000. Ingrati, così stupidi. A non renderci conto che eravamo così banali.

Era tutto banale. I giubbotti Brema, gli adolescenti che canticchiavano Lady GaGa, le signore che non s'accorgevano di perdere la loro benedizione, la femminilità; gli animali tenuti al guinzaglio troppo stretti, e i fili d'erba che spuntavano fra le crepe del cemento, le bici e i corridori che come gocce d'acqua dalla crepa s'incuneavano fra gallerie, strade, palazzi e viuzze a traffico vietato. Torino mi risultava banale, quel giorno, come i chupa chupa alla cassa del piccolo market dell'angolo, come il sacchetto marrone per il pane, uguale dappertutto in ogni panetteria, come le inebrianti esperienze degli uomini qualsiasi, raccontate con urli per strada nel tentativo parlare più forte del proprio interlocutore, con tono possente per rafforzarne il claudicante senso... e che tutti i portici di Torino sapevano raccogliere amorevolmente in sé.


C'era verità, leggenda e popolo avrebbe detto Paolo Conte in una canzone di qualche anno fa. E c'era intimità, dietro al colore di una città che s'era fermata nei miei ricordi di giovane nato negli anni '80.


Avevo voglia di approfondirmi in quella banalità. Ed ebbi lo scatto quando, continuando a guardare il disordine sulla mia scrivania, notai sullo sfondo, appeso all'appendiabiti di metallo il mio cappotto nero.


Era bello e liso, vissuto. Con una tasca scucita e la fodera bella calda, non a sufficienza per contenere il gelo di quella e delle altre mattine, ma calda allo sguardo e al tatto. Mi piaceva, mi faceva sentire come in un'altra epoca, certamente meno banale.


Così, preso dalla smania di dimostrare al mondo che poteva essere meno banale, solo per quel cappotto che cercavo di portare con eleganza, presi e uscii dall'ufficio, pensando che quel cielo gelido potevo godermelo per una mezz'ora almeno.



M'incamminai verso il Valentino, là dove c'è una grande fontana piena di statue belle e l'acqua da sempre esce a cascata dal muro. C'era l'erba verde, e c'era freddo. Ci mettevo poco dall'ufficio, talmente poco che quella mezz'ora che mi volevo concedere sarebbe stata veramente fatta di 30 minuti al netto del viaggio. 


Così, quando arrivai alla fontana, mi fermai ad osservare il gelido Valentino, con il cielo azzurro e le nuvole e gli alberi e il castello e tutto quello che ne faceva un parco bellissimo.


Nel mio cappotto, raccolto in un grosso sciarpone di lana e con occhiali da sole, mi sentivo come l'unico elemento non banale. Sul marciapiede nel parco, una coppia di ragazzi correva in direzione Facoltà d'Architettura con passo lesto. Lui era vestito con un paio di pantaloncini molto attillati, blu, e una maglietta fatta di plastica traspirante bianca e fucsia. Lei una tuta completamente in tinta unita, blu scuro. Entrambi indossavano cappellino di lana e occhiali a goccia. Erano lontani, ma riuscii a distinguerne il vestiario come fossero stati a poche decine di centrimetri da me: erano anche loro elemento in più a giustificare come Torino fosse ritornata ad essere di colpo una città normale. Era tutto banale, mi sembrava tutto banale. E questo, mi innervosiva assai.


In lontananza, mentre seguivo con lo sguardo quella coppia di ginnasti, infastidito dal loro essere uguali agli altri, vidi una bella ragazza, anche lei con il cappotto. Tenuto aperto, sotto indossava giacca e pantaloni grigio chiaro, portati con un'eleganza non da poco. Aveva scarpe nere con tacchi alti, di quelle con i lacci che sembrano uscite da un'altra epoca.


Era più vicina dei due podisti. Portava un caschetto nero, lo sguardo in basso, le mani in tasca, e camminava tranquilla nel suo paltò incurante di essere l'unica persona, a parte i due corridori.


Pensai che lei non era banale.


Così, preso da un raptus, cominciai a camminare nella sua direzione. Quando me la trovai a pochi metri, la chiamai.


Lei si girò e mi rispose, sorridendo, che cosa volessi. Allora le chiesi il nome e lei mi rispose che si chiamava Marinella.


Marinella. Era un bel nome. E non lo trovavo assolutamente banale.


- fine prima parte -


lunedì, novembre 22, 2010

Magari è solo - Un racconto 15

Ho inviato un sms.

Poi butto il cellulare sul divano. Mi rigiro sulla sedia, guardo il computer, accendo la televisione.


Sento una mescolanza di sensazioni.

Bevo vino, vorrei fumare.


Provo rabbia, provo rancore. Provo stupore, sono poco solidale persino con me stesso. Con l'amore, con il dolore. C'è un filo di fumo, lieve, profumato, che si diffonde dalla piccola punta accesa di una barretta di incenso, là, vicino allo stereo.


Assaporo con le narici quell'odore pulito. Mi sento sporco. Il mondo, è sporco.


Prendo il bicchiere, un'altra sorsata, l'incenso e il suo aroma si smuovono nel naso, i miei pensieri, si mescolano al vino, la voglia di nicotina rispuntano dietro essi. Non ho sigarette, cazzo, quanto vorrei fumare. Fa male fumare, penso. Fa male vivere, direbbe il peggiore dei depressi.


C'è tristezza in una sera in cui tutto è uguale. Guardo questo lunedì sera, guardo le mie parole, la storia che ancora non ho ancora scritto. Guardo me e la mia pancetta, guardo la televisione, riguardo la mia pancetta, sento il mio mal di testa.


Di nuovo: incenso, vino, voglia di fumare. Respiro lungo, poi ancora: incenso, vino, voglia di fumare.


Ci sono storie e ancora storie. C'erano anche nella mia cartella, le sere che tornavo a casa dopo esser stato a cena dallo zio, quando mi veniva a prendere lui a scuola. Tornavo a casa, e mi portavo impregnato sulla mia cartella l'odore delle sue sigarette. Quel respiro acre, come il mio incenso di oggi. 


Un odore acre della storia di oggi, un appartamento smunto, le pareti macchiate dall'umidità e dalle ragnatele spalmate dalla scopa, e ancora: i mobili impolverati, il mio tavolo con un bicchiere ormai vuoto, un libro della Yourcenar, "Memorie di Adriano", e poi invisibile, ma ferma, la mia voglia di fumare.


Guardo le mie domande silenziose: com'è la morte? Com'è morire? E com'è, nascere? E' buffo, chiedersi com'è una cosa che si è vissuta. Ed è buffo pensare alla vita come un tempo in scadenza. E' così banale, così scontato. 


Così vero, cazzo.


Mi guardo intorno, ancora. Respiro. Sento i panni addosso, il divano confuso dai panni ammucchiati, e la finestra nascosta dalle tende e dalle veneziane socchiuse, dietro il buio, anche quello è banale.


Sento solo le tentazioni, i muscoli che ancora si contraggono, il senso d'ipocondria, di oppressione. Cazzo è, depressione? O forse, solo delusione?


Sono rime, rime slegate e allacciate allo stesso tempo. Slegate dal senso, allacciate dall'assonanza. Continuo a domandarmi che cosa sia tutta questa solitudine. Prendo il telecomando, cambio canale, c'è solo pubblicità e puttane e parole che cozzano fra loro. E poi c'è il buio fra un programma e l'altro, fra uno spot e l'altro. 


Mi squilla il cellulare. Un sms.


E' la risposta che aspettavo.


Riprendo il cellulare, leggo la risposta, butto il cellulare sul divano, mi rigiro.


E' il mondo, bellezza. Interagisce da un telefono, da un computer, dalla televisione. Poi guardi la tua stanza, guardi intorno a te la tua casa, vuota. Sei solo.


Hai paura del silenzio, della banalità che tutto questo genera. Hai paura di essere banale, hai paura che non troverai mai la storia. La tua. Hai paura che non riuscirai mai a parlare. Mai a spiegare. Mai, a crescere.


Come capita a me, ora. Mi guardo intorno. Il vuoto dei mobili, della lampada che illumina quel fumo che sale dalla bacchetta d'incenso, sembra così sinuoso nel vuoto, sembra una linea nera dell'immaginario.


E' la mia sera da solo, la prima dopo che ho scoperto che morirò.


Guardo il vuoto di una stanza ammobiliata, e mi sento triste. 

Magari è solo il silenzio. Magari è solo il fatto che mi sento solo.

venerdì, novembre 19, 2010

Pensando a Nedved - Life in Technicolor part 134

Fra le miriadi di eroi che ogni giorno un bambino può incontrare per strada, ci sono gli sportivi e in particolare i calciatori.

Il più delle volte, uomini assolutamente mediocri nella vita, poco propensi alle letture o alla cultura in generale, che esauriscono il loro magnifico ruolo di "modelli" al primo accenno di declino fisico.

In altri casi, ci sono giocatori di calcio che rimangono nel cuore di tutti, a prescindere dal colore della maglia, che banalmente viene indicato dai più come un parametro per determinare il lavore dell'uomo che la indossa. 


Da amante del calcio e disilluso da un mondo sempre più urlato e sempre meno sportivo, quando devo impersonificare questo sport penso con piacere a uomini come Del Piero (capitano della mia Juve), Baggio, Maldini, il sempre magnifico Javier Zanetti, e ancora Damiano Tommasi detto "il buono", o Furino, o l'indimenticato Scirea: e, con loro, a Pavel Nedved.


Questo centrocampista di fascia era noto fra gli amanti del fantacalcio per il suo fiuto del goal, il suo tiro potente, il suo esser ambidestro, per la sua costanza già dal suo sbarco in Italia avvenuto dopo Euro '96, che si palesava ogni lunedì mattina colorato di rosa (Gazzetta) in una media voto del 6,5.

Un calciatore concreto, silenzioso, violento nella foga di una corsa che non lasciava spazio a resa o paura, che non avrebbe accennato per un attimo la volontà di fermarsi di fronte a qualunque avversario. Uno sportivo che fosse nato in Francia o in Spagna avrebbe senz'altro toccato la Coppa del Mondo, e da vincitore.


Ripenso a lui mentre mi cade l'occhio su una sua dichiarazione, estratto del suo libro di prossima pubblicazione. Racconta di come, in procinto di lasciare la Juve dopo 8 anni, con la collaborazione del suo affaristico procuratore fosse stato avvicinato da un tecnico carismatico e vincente come Mourinho, che forte della sua preparazione lo invitava a trasferirsi a Milano, sponda Inter, per vincere la Coppa dei Campioni, mancata per un soffio nel 2003 con la maglia bianconera (ahimè).


Era l'ultima occasione, per arrivare al sogno della carriera di Pavel, quel trofeo continentale che rimaneva nella foga delle sue falcate, nella grinta di ogni pallone sradicato dai piedi di qualunque calciatore gli capitasse a tiro, nello sguardo imperioso che gli era valso il soprannome di "Furia Ceka".


A quella proposta, che a conti fatti avrebbe fatto di Pavel ciò che lui sognava di sé stesso, un Campione d'Europa, ecco: a quella proposta Pavel rispose no. Con la semplicità di chi sa che per esaudire un proprio sogno, avrebbe infranto quello di tutti i tifosi che fino a quel momento l'avevano indicato come un modello, come una bandiera, come un simbolo di un calcio che andava sempre più fuori moda e che non sarebbe più tornato.


Pavel Nedved rinunciò a quella maledetta coppa, perché non sarebbe stata una vittoria con una maglia diversa dalla sua. E accettò di buon grado che lui, quella coppa da calciatore non l'avrebbe mai vinta.

Sono sempre stato riluttante a parlare di calcio, ma questo non è solo una storia di calcio. È il racconto di un uomo che ha saputo legare il proprio talento a una coerenza che in questo sport, e in generale nella vita, difficilmente si ritrova.


Ho due ricordi di Pavel Nedved: il primo è l'ultima partita di Champions League del 2005, Juventus - Liverpool. L'inno del torneo risuona nel cielo, e la telecamera fa la solita carrellata di facce di calciatori, da destra verso sinistra. Passa per la Juve, allora una squadra di colossi. Sono tutti impettiti e seri: Vieira, Ibrahimovic, Trezeguet, Thuram. Curiosamente, sono tutti bruni. 


Ad un certo punto, la camera s'abbassa impercettibilmente e trova Nedved: lui però non è impettito, serio, pare non essere neanche concentrato. Sorride, il caschetto biondo, la mano che si scuote facendo un "ciao" a dita aperte. Malignamente, dopo quello squallido 0 a 0, qualcuno disse che salutava la competizione.


Io, invece, più banalmente, pensai che stava salutando i due figli a casa, che sicuramente lo stavano guardando in televisione. Una scena che mi intenerì, e che penso non dimenticherò facilmente, se non altro perché nel mio immaginario la dolcezza di quello sguardo, prima di una battaglia (seppur solo sportiva) così accesa e sentita come Juventus - Liverpool, è lo stesso sguardo che ogni papà ha nel dialogo amorevole con i propri figli.


Perché Pavel si vantava di quei due bambini (ed ecco il secondo ricordo), un bimbo e una bimba che aveva chiamato Pavel e Ivana come lui e sua moglie, affinché - parole sue - "Ci fossero nel mondo un Pavel e Ivana che si volessero bene" quanto se ne volevano lui e sua moglie. Una scelta più da romanzo di Sador Marai che non tipica di un calciatore.


Nedved oggi è dirigente della Juve, non so se ancora pensa a quel "no" detto a Mourinho e se dentro di sè ne è pentito, se fantastica sui suoi dribbling secchi e poco spettacolari, ripensa al suo tiro, e si rivede ne suo caschetto biondo che si agita e che oggi qualcuno rivede, causa ruolo e somiglianza nella corsa, nella chioma del serbo Milos Krasic. Credo si dedichi molto al golf e al suo ruolo di consigliere d'amministrazione Juventus, o almeno così dicono.


Ma rimane che lui oggi richiama un calcio che non c'è più, che viene ricordato in ogni tribuna televisiva e che non manca d'esser citato da quei tromboni che con il loro starnazzare rinvigoriscono l'incancrenirsi di questo sport.


Pavel Nedved è come fosse un ossimoro composto dalla sua eccezionale forza, il suo talento, la sua grinta che trovava il karma in campo, e la sua nobiltà d'animo, silenziosa e modesta, chiusa nella lontana dimora della Mandria, lontano dalle luci della mondanità tipiche dei calciatori e dei centri città. Una modestia consapevole della grandezza che aveva rappresentato, che gli fece rispondere "no" anche alla possibilità di raggiungere quella maledetta coppa con dei colori diversi da quelli che l'avevano consacrato nell'Olimpo del suo sport. Oggi, non posso far altro che ripensare a tutto questo, mentre rimbalzano sui siti gli estratti del suo libro, che raccontano come abbia detto "no" ad esaudire il suo sogno, consapevole che questo avrebbe infranto il sogno di tutti i suoi estimatori.

mercoledì, novembre 17, 2010

Musa (banale?) - Un racconto 14



Fu qualche estate fa, due o tre anni, non ricordo con precisione. Ricordo la musica, e il caos di una Torino così piena, così calda. 

E c'ero io, e la gente, e la piazza, Piazza Castello, o detta più prosaicamente CastleSquare, tutto attaccato. E c'era il caos. Tutto quel caos, di gente sudata, ragazze che bevevano, e musica dal palco e gente che ballava, enormi vichinghi con i capelli neri o mezzi mulatti con chissà quali natali. Era Torino, CastleSquare, poi c'ero io, e c'era Brother, e c'era Gianlu, e c'era Stam. E c'era tanta gente che non conoscevo, e il ritmo si contorceva fra le mie ascelle e il mio bicchiere di Negroni, mezzo pieno. Il quinto Negroni, la soglia dei 20 euro sbancata da un po'.

Stavo lì, in piedi, mentre intorno gli altri si dimenavano. "Salta-salta-salta-salta-in-CastleSquare" era l'inno, li vedevo abbracciarsi, mi prendevano per la spalla e io non sapevo che fare perché ero mezzo fuso e mezzo invogliato a mandare tutto a 'fanculo.
Fottuto senso d'inquietudine. Fottuto senso di immaturità. Fottuta età adulta. E' tutto fottuto quando ti rispecchi nei tuoi anni e scopri che hai bruciato l'ennesima occasione per crescere, evitare di sbancare il banco alcolico, evitare di tornare adolescente per una notte, con un concerto di quelli free con tante star che manco ti piacciono, tre amici che chiami sempre e solo con soprannomi, e il sonno da tristezza che t'attanaglia.

Mi rispecchiavo in quel battito di ciglia, di concetti, di pantomina, quando a un tratto mi resi conto che Stam mi chiamava, sentii qualcosa dove c'era uno dei miei soprannomi, Grill, poi qualcosa tipo cazzo fai, o roba così.

Grill come Grilletto. Anche io, avevo i miei di soprannomi. Diedi l'ultima sorsata dal mio bicchiere di plastica, e lo lanciai fra la folla. Sul palco, suonava un altro gruppo, era cambiato, o forse no: non l'avevo notato.

Urlai a Brother che andavo a prendere da bere, chiamandolo con il suo nome di battesimo, Marco, mentre uscivo dalla folla. Marco, detto Brother, manco sentì. Stava ancora saltando a ritmo di musica.

Camminavo fra la folla, non attento come al solito a non far male a quelli che spingevo per farmi largo. Fottuti anche loro. Non potevano capire. O forse potevano, chi lo sa. Forse anche loro, come me, erano mezzi ubriachi. Solo che a loro, la ciucca saliva allegra. A me saliva male.
E non capii subito che la percezione era cambiata. Non capii subito che la serata era cambiata.
Apparve lei, fra la gente, parlottando con un'amica, mentre prepotente in me si faceva spazio il vomito da troppo Negroni in circolo. Stavo fumando una Pall Mall, quando spuntò lei, da dietro un cazzo di squatter che applaudiva fra la folla la fine della performance danzereccia. L'avevo appena accesa, la mia Pall Mall, e vedendola mi cadde a terra.

Era bella come al solito, bella e violenta e aggressiva e malinconica. Sporca di dolore, scintillante di bellezza, stordita dall'alcool come me, diversamente da me arresa all'eterna giovinezza del nostro tempo. La sua amica era bella, ma non come lei, e detto francamente, non la guardai così bene. 
Le urlai qualcosa, lei si girò, ci guardammo. La musica, il delirio, la trama del film che ho sempre sognato. Si ricordava di me? M'avvicinai, infischiandomene dell'amica.

Le presi le mani, senza parlarle. Lei mi odiava, lo sapevo. Mi odiava da quando le avevo detto "no", l'ultima volta che l'avevo vista. Lei mi aveva messo al tappeto, mi aveva urlato che mi odiava, che non voleva più vedermi, ed era diventata banale in quelle frasi che dicono solo le ragazze banali, e lei non lo era. Era cattiva, ma non era banale. Era vendicativa, affetta da sadismo emotivo, ma non era banale. Era artistica e distruttiva, ma non era banale.
Lei mi guardò e pensava che scherzassi. Io fui determinato, non le dissi granché, le presi solo la mano, la sua amica mi chiese che facevo, non la cagai, ero euforico alcolicamente, allora prese la parola lei, e mi chiese che facevo, e io non le risposi.

L'amica mi urlò se ero pazzo, le risposi no, non ero pazzo, lei mi guardava divertita ma non muoveva le mani, le tenevo come le avrei tenute le tante sere che avevamo parlato e parlato e parlato, sentivo le dita strambe, la presa mobile, la testa penzoloni. 

Uno stronzo che saltellava di fronte a due tipe urlando qualcosa mi venne addosso, non mi scostai tanto, lo mandai a fare in culo, continuando a tenerle le mani. Lei mi chiese cosa volessi, e non so quante volte me lo chiese, di preciso.

Io allora non so perché, cominciai a parlarle come una canzone, come una canzone che avevo sentito con lei, le recitai il testo a memoria e mi sentii così maledettamente banale, inadatto a lei, inadatto a me, inadatto a tutto ciò che era stato il nostro vissuto.

Ricordavo il primo bacio che le avevo dato, sempre in CastleSquare, un altro concerto free, tutto era pieno e tutto era uguale a quella sera, l'avevo baciata una sera in cui ero pieno di Negroni ma non avevo la nausea, l'avevo baciata così appassionatamente da stupirmi di me stesso, e mentre la baciavo aprii gli occhi e vidi tanta luce, era quella di un venditore ambulante che s'era fatto largo nella folla e ci aveva urlato di toglierci e dietro c'era tanta gente che ci guardava e rideva, qualcuno applaudiva, allora c'eravamo spostati di qualche metro e mentre la gente rideva io avevo ricominciato a baciarla per tanto tempo che non saprei dire.

Le recitai quel testo, era una canzone che avevamo amato e che le avevo detto essere così banale per noi due perché così sincera. Lei mi guardò e tutto si fece eterno, come in quei film dove c'è un countdown con il tempo che intradiegetico che dura più del tempo reale, e non sai il perché.

Mi guardò e mi guardò e mi guardò, con la sua amica che la chiamava e le chiedeva che stesse facendo.


Quell'attimo non so quanto durò. Quella canzone non so se la finii. Le continuavo a tenere le mani, e pensai che quella storia poteva finire così. Ed è per questo, per il fatto che era così perfetto, quell'attimo, le mie mani che tenevano le sue, e io che recitavo quel testo, e che la guardavo non sapendo che avrebbe fatto, e che rimanevo in sospensione sperando che tutto si ripetesse e lei tornasse a essere ciò che era stata, ecco è per questo che questa storia, quando la racconto, la faccio finire qui.

sabato, novembre 13, 2010

La porte e la fecilità - Un racconto 13

Quando si trovò alle porte del Paradiso, il signor Luomoqualunque non capì subito che era arrivato nell'Alto dei Cieli. Ricordava solo un gran dolore e poi il silenzio. Il tempo di chiudere gli occhi e, quando aveva riaperto le palpebre, aveva solo visto luce e bianco. 

"Non è questo che ci si aspetta dal Paradiso, in fondo?" pensò, mentre guardandosi intorno non trovava altro che serenità e aria fresca.

Così, il signor Luomoqualunque si mise a camminare per quel mondo fatto di nuvole. Intorno a sè, sembrava non ci fosse molto... apparentemente. Anche le stesse porte, pur sembrando vicine, erano un po' lontane. 

E ancor più lontano, ma in basso, il sole. Il signor Luomoqualunque ci fece caso solo dopo aver camminato un po'. La luce era dappertutto, ma il sole, quello era in basso.

Camminava già da un po', quando si sentì chiamare. 

"Signor Luomoqualunque, ehilà!".

Luomoqualunque si voltò e si trovò davanti un uomo barbuto, tutto vestito di bianco. 

"Signor Luomoqualunque, piacere. Sono San Carmine, il custode del Paradiso.".

Lui lo guardò un po' stranito: "Quindi è tutto come si racconta? Siete tutti vestiti di bianco? E le chiavi del Paradiso non le ha San Pietro?".

San Carmine ridacchiò: "No, Luomoqualunque. Questa è però l'immagine più comune che si ha di questo posto. E allora... Preferiamo darla a chi non s'aspettava d'arrivare.".

Luomoqualunque sorrise, e continuò a guardarsi intorno.

"Quindi lei non è neanche San Carmine? Perché io non m'aspettavo d'arrivare.".

"No, in realtà no. O meglio, sì, anche se in questa veste non mi ci trovo tanto.".
"Quindi è lei, San Carmine, detentore delle chiavi delle famose porte.".
"No, non lo sono. Comunque, Luomoqualunque, smettila di darmi del lei. E poi su, camminiamo. Star fermi quando si ha l'infinito a disposizione non è furbo."


Così, Luomoqualunque e San Carmine si misero a camminare.


"Perché non t'aspettavi d'arrivare, Luomoqualunque?" chiese il santo.
Luomoqualunque ci pensò un po' su, poi rispose: "Sai? A dire la verità, non me lo ricordo.Ricordo solo dolore, poi silenzio, poi ho riaperto gli occhi ed ero qui. Comunque mi è andata bene, no? In fondo potevo andare negli inferi.".
San Carmine scosse la testa: "No, stai tranquillo. Quelli come te agli inferi non ci vanno.".
"E come sono quelli come me?".
"Le persone semplici vanno in paradiso, Luomoqualunque.".
Luomoqualunque s'arrestò: "Io ero una persona semplice?".
San Carmine gli sorrise: "Certo, che lo eri.".

I due continuarono a camminare. 

"E le persone semplici quando arrivano qui, che fanno?".
"Si godono il panorama, credo.".
"Ma il sole sta sotto, in paradiso, San Carmine?".
"Beh, questo se vuoi te lo spiego meglio quando varchiamo le porte.".


Luomoqualunque osservava quella specie di pavimento: era opaco, non trasparente. Eppure era facilissimo vedere in basso.


Oltre il sole, che sembrava una specie di mela gialla, c'era verde e marrone e acqua: la Terra. Sembrava una cartina del monopoli e Luomoqualunque la osservava, un passo dopo l'altro. 


"San Carmine?".
"Dimmi, Luomoqualunque.".
"La gente non ci può vedere, vero?".
"Beh, no" rispose sorridendo il santo.
"E come fa a sapere che ci siamo?".
"Tu lo sapevi, no?".
Luomoqualunque rimase qualche attimo in silenzio.
"Sì, anche se non ci pensavo spesso, al paradiso.".
"E' una delle cose che l'uomo da per scontate.".
"Strano, sai? La mia fidanzata non credeva nel paradiso.".
"Ne sei certo, Luomoqualunque?".
"Sì, direi di sì.".
"Ne avevate parlato?".
"Sì, però... Cioè, quando ne avevamo parlato non sembrava così convinta che ci fosse.".
"Perché in fondo pensava di averlo già trovato.".
"Con me, dici?".
San Carmine sorrise.
"Certe volte il mondo diventa bello, vero, Luomoqualunque?".


Luomoqualunque annuì, sorridendo malinconicamente.

Continuarono a camminare, in silenzio. San Carmine, vestito di bianco, camminava senza quasi toccare quel pavimento opaco e trasparente, mentre Luomoqualunque, senza rendersene conto trascinava i piedi, lasciandosi solleticare le piante dei piedi.

Curiosamente, sembrava quasi che non avesse vestiti addosso. Eppure, il suo corpo era come illuminato.

Senza accorgersene, i due arrivarono di fronte a delle enormi porte. Erano quelle che, poco prima, sembravano lontanissime.

Luomoqualunque le osservò: non c'erano muri attorno, e le due enormi lastre non erano attaccate a nulla. Il cielo era dappertutto e la luce era intensa eppure lasciava vedere cosa si trovava al di là dell'orizzonte. Una specie di enorme prato, con gente e mare e tavoli e montagne e rumori e vento e giocattoli e suppellettili e risate con pianti insieme e tempeste e animali e persone e ancora cielo e terra e dolci e tutto ciò che si poteva immaginare e macchine e nonni e giovani, tutto mescolato in un panorama che sembrava impossibile. 


Il signor Luomoqualunque guardò tutto ciò che stava dietro le porte e si mise a piangere.

"Sei felice, Luomoqualunque?" gli chiese San Carmine.
"Sono stato ucciso, San Carmine?".
Il santo si rabbuiò, e gli rispose: "Perché piangi, Luomoqualunque?".
"Dimmi, San Carmine, è vero?".
"Sì, sei stato ucciso, un giorno, per caso.".
"Io lo ricordo, sai?".
"Cosa?"
"Come mi ammazzarono.".

Davanti a loro il Tutto stava ad ascoltarli. 

"Io ero là, San Carmine - cominciò a raccontare - e sentii guaire. Era un cane, l'avevo preso sotto con la mia macchina sai? E io mi sentii male, perché non volevo ammazzarlo. Pensai che dovevo fermarmi, e mi fermai. Poi scesi dall'auto e mi picchiarono, come un animale. Senza che potessi spiegarmi.".


Poi, il signor Luomoqualunque smise di parlare. 


Fra le lacrime, Luomoqualunque chiede: "Sono in paradiso perché ero una persona semplice?".
San Carmine sorrise, come un padre: "Tutte le persone semplici vanno in paradiso.".
"E gli altri che sono rimasto, San Carmine? Loro che cosa faranno?".
"Loro ti ricorderanno, e un giorno anche loro saranno qui. Come tutti quelli che ascolteranno la tua storia, e si fermeranno a pensare.".


"Cosa penseranno, San Carmine?".
"Che tutte le persone sono persone. Anche quelle che non vedi finché non capita qualcosa di brutto, come è capitato a te, Luomoqualunque.".


Luomoqualunque s'asciugò le lacrime e guardò le grandi porte e l'infinito dietro di esse.


"Sai, pensavo che il paradiso fosse proprio così.".
"Te l'ho detto, Luomoqualunque: come policy abbiamo adottato che quando uno arriva qui si trova davanti il paradiso come se l'era sempre immaginato. E' una scelta...".
 "Aziendale?" lo interruppe Luomoqualunque.
"Sì, aziendale. Ecco, il Paradiso non è un'azienda, certo, però... Si credo, possa essere corretto usare quella metafora.".
"Scusa San Carmine, però qui il sole lo continuo a vedere in basso."
 San Carmine guardò giù, poi chiuse gli occhi, si concentrò, e dopo qualche secondo si mise a ridere.
"Sì, sai perché? Una volta parlando avevi detto che "Nell'Alto dei Cieli" ti sembrava un'espressione troppo vaga, poteva anche supporre che il sole stesse sotto... Evidentemente è rimasto la tua pratica non è stata aggiornata.".
"Perché, le persone hanno pure la pratica, quassù?".
"No. A dirti la verità non so perché vedi il sole laggiù".
"Sarà che sono arrivato troppo in fretta e vorrei essere ancora laggiù?".
"Forse - gli sorrise San Carmine - però vedrai, ti abituerai anche a stare qui.".
"Sì, questo sì... anche se a me fa male pensare ai miei, laggiù.".

San Carmine poggiò una mano sulla spalla di Luomoqualunque, poi gli parlò.
"Luomoqualunque, sai una cosa? Molta gente laggiù oggi ripensa alla sua vita, sentendo la tua storia. Pensa che dietro a ogni altra persona che incontra per strada, c'è una vita. Vedi quelle fiammelle laggiù?" e indicò un punto in basso, molto in basso.
"Sì, che cos'è.".
"E' il posto dove ti hanno ammazzato. Stanno facendo una fiaccolata per ricordarti, e sai perché? Perché il tuo sacrificio ha aperto gli occhi della gente, che ora nel prossimo rivedranno una persona da rispettare.".
Luomoqualunque disse, con tono imperioso, gonfiando il petto: "Luomoqualunque apre gli occhi alle persone!".
San Carmine rise rumorosamente.
"Già! E ora - disse, toccando lievemente la superficie delle due porte - entra pure in paradiso.".


Le due porte si spalancarono e Luomoqualunque vide quell'infinito che aveva intravisto prima. Fece qualche passo, poi si voltò, e disse, sorridento.


"San Carmine, però il sole è ancora laggiù.".
"Tu comincia ad entrare.".

Luomoqualunque superò la soglia, ed entrò in paradiso. Si sentì bene, chiuse gli occhi, affidò i suoi cari all'Onnipotente. Poi, quando li riaprì, il sole era in alto, e illuminava quell'infinito che aveva di fronte. 

"Ciao San Carmine!" urlò Luomoqualunque, e senza pensarci, cominciò a correre senza voltarsi. 

San Carmine lo osservava sorridente, mentre con un gesto lieve, richiudeva le porte del paradiso.


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Questo post è dedicato alla memoria di Luca Massari, il taxista morto a causa del pestaggio subito a Milano. Spero che la famiglia possa un giorno leggere questo mio pensiero.

martedì, novembre 09, 2010

Il senso di famiglia - Life in Technicolor part 133

L'altro giorno ho scritto una lettera per i 60 anni di mio zio. Non sapevo bene come dire le cose che pensavo, così ho scelto di scrivergli le cose come le avevo viste fino a quel momento.
E, immancabili, sono riemersi molti ricordi.

Quella lettera gliel'ho letta e lui ha apprezzato, così come tutti quelli che erano con lui, cioè i miei parenti.

È strano, ho pensato. I ricordi commuovono.

Questa non è una novità, voi direte. No, non lo è. La novità è che per la prima volta, non so il perché, ho percepito nell'unità che ha seguito quella lettera cosa fosse la "famiglia".

Ok, io non sono il ministro Sacconi, o un oratore al forum ecclesiale sull'agglomerato famigliare, quindi non sono un esperto.
Però mi fermo a pensare: cosa è, la famiglia?

È quel senso di soddisfazione che ti prende vicino ai tuoi congiunti? È il ritrovarsi davanti al desco con altre persone che si legano a te a causa dell'essere consanguinei? È il dovere rispetto a prescindere? 
Non credo sia niente di tutto questo. In fondo, io a molti miei consanguinei sto sui coglioni e viceversa. Talvolta non hanno fatto mistero di farmelo presente, ultimamente ho preso la buona abitudine di rispondere per le rime. A chi invece fa finta, sto cominciando a far presente che la pantomima del volersi bene possono ficcarsela nel culo perché tanto è uguale e a me piacciono i rapporti sinceri, ma tant'è. Alcuni continuano a gingillarsi facendo finta che la famiglia sia un teatro e i rapporti umani una recita.

No, il senso di famiglia è altra cosa. Il senso di famiglia è quello che ti prende quando sai che c'è genuinità. Quando niente è finto, quando nulla è costruito, quando quelle persone stanno lì a prescindere. Un po' come gli amici, ma non solo. Un po' come il motociclista sulla moto, che dopo un po' che va avanti non si rende conto d'avere il casco. Ecco: il casco che non sai più d'avere, ma che se cadi ti può salvare la vita.

Credo che il senso di famiglia sia proprio quella sensazione di tranquillità che ti viene quando percepisci che puoi anche cadere e qualcuno ti prenderà al volo. Un senso che nessuno ti può fare senza sincerità, e che nessuno può millantare con mille gentilezze ma anche mille ipocrisie. 

Il senso di famiglia vince sempre. Vorrei scrivere una ricetta per imparare a cucinarla a mio, vostro, uso e consumo, ma non è come quella per essere amici. Perché più che un'ottima pietanza, questa roba qui è più simile a un bel pezzo assemblato in catena di montaggio. 

Ed è noto, io cucino ma non sono un industriale. 

mercoledì, novembre 03, 2010

Preghiere e speranze - Un racconto 12

Un giorno, il signor Luomoqualunque si recò in chiesa per confessarsi.

La chiesa era vuota. Intorno a lui, non c'era nessuno. I confessionali erano tutti vuoti. Fra i banchi, neanche un fedele. La penombra era tipica delle chiese alle tre del pomeriggio, quelle dove puoi stare veramente in silenzio senza che nessuno riesca a disturbarti manco per sbaglio.

Luomoqualunque s'inginocchiò su una panca, mettendosi a pregare.

Pregava per il suo mal di denti, e per i soldi che non gli bastavano mai. Pregava per il mutuo che avrebbe voluto accendere per comprare una casa, per sè e per la sua futura moglie. E pregava per i governanti, che ogni giorno di più lo deludevano.

"Ciao, Luomoqualunque.".


Luomoqualunque si spaventò. Intorno a lui non c'era nessuno. 

"Sono io, non ti preoccupare.". 


Luomoqualunque alzò lo sguardo, e capì. Come in una storia mai ripetuta abbastanza, come in un film con Gino Cervi e Fernandel, a parlargli era il Cristo crocifisso.


Novello Don Camillo, Luomoqualunque congiunse le mani e chinò la testa.


"Mio Signore..." e non seppe più che dire.


Il Crocifisso era fermo, ma Luomoqualunque sentiva la sua voce, ben chiara, definita.


"Luomoqualunque, preghi me e io ti ringrazio.".
"Dio, tu ringrazi me?".
"Certo, Io ringrazio Te.".
"Cosa significa questo?" disse, stupefatto.
"È bello sapere che qualcuno ti considera interessante, oggi, per parlare un po'."


Luomoqualunque strabuzzò gli occhi. 


"Signore, ora siamo noi che ti concediamo tempo?".

Il Crocifisso sembrò cominciare a ridere.

"Beh, quanti conosci si mettono ancora a pregare di avere dalla vita qualcosa di normale come una casa, una famiglia, la serenità?".
"Pochi, in effetti. O forse tutti, Signore, tutti pregano che si possa avere una vita normale. Dipende dai punti di vista.".
"Giusto, Luomoqualunque. Dipende dai punti di vista.".

Luomoqualunque si alzò dall'inginocchiatoio e si mise a camminare verso l'altare.


"Dio, perché io non sono qualcuno?".
"Ma tu sei qualcuno, sei Luomoqualunque!" gli rispose il Crocifisso.
"Sì, è vero, Dio. Ma intendo, perché non posso avere qualcosa di più dalla vita?".
"Perché, ti manca qualcosa dalla vita?".
"Beh, Dio mio. Ho male ai denti, e non ho i soldi per pagare il dentista. Poi sai... vorrei sposarmi. Solo che con contratti che vanno di sei mesi in sei mesi, ecco... È impossibile. Non dico le vacanze, avere macchinoni, andare a putt... cioè, scusa, avere donne a pagamento come il nostro Presidente del Consiglio...".
"Anche perché sei fidanzato, Luomoqualunque!".
"Sì, infatti, anche questo è vero. Ma tanto lui... dico, il Presidente, pure lui era sposato e non è che la Chiesa si sia rivoltata, in fondo han pure detto che le sue bestemmie sono da contestualizzare.".
"Senti, Luomoqualunque, devi stare tranquillo e rispondermi: cosa ti manca, nella tua onesta vita?".


Luomoqualunque s'arrestò e guardò il crocifisso. 


"Bah, niente. Nel senso: è vero, ho mal di denti ma possono tenermelo. La mia ragazza mi ama, può aspettarmi... E il mutuo, beh, anche in affitto posso vivere dignitosamente.".
"Bravo, vedi che ce l'hai fatta?".


Luomoqualunque sorrise.


"Grazie, mio Signore. Grazie sul serio. Avevo pensato bene, quando disperato ho pensato di venire a pregare, oggi. Ti ringrazio, oggi mi hai regalato la speranza!".

Detto questo,  Luomoqualunque corse via.


La chiesa rimase vuota e silente. Ad un certo punto, però, qualcosa nell'oscurità si mosse. Da dietro una grossa colonna che divideva la navata centrale da quella laterale, spuntò un uomo. Era Don Berluprete. Teneva in mano una specie di piccolo megafono, e sorrideva. Camminò fin davanti l'altare, dove poco prima passeggiava pensieroso Luomoqualunqu.


"Sempre questa fandonia del Cristo che parla. Quante palle mi tocca fare. E dire che 'sti quattro parrocchiani che ho devo tenermeli stretti. Quello poi che si vuole sposare... viene qui a chiedermi soldi per la casa! Solo che chissà quanto durerà sta fandonia dei miracoli... Cosa bisogna fare per convincerli a rimanere in povertà e schiavi!".

"Berluprete!".

La voce era apparsa dal nulla. Un timbro profondo, infinito. E molto, moto determinato. Don Berluprete guardò intorno a sè, ma non c'era nessuno. Il respiro si fece deciso, e concitato. Il prete si sentì mancare l'aria. Guardò il crocifisso, ansimando.


"Non... può..." senza completare la frase, cadde per terra e spirò, colpito da un attacco cardiaco fulminante.


La chiesa tornò silenziosa. Il cadavere di Don Berluprete era riverso per terra, dalla bocca un filo di bava, gli occhi spalancati. Il crocifisso lo guardava impassibile. Nella sua misericordia, Iddio aveva riservato a quel miserabile truffatore solo poche centinaia d'anni di Purgatorio. Luomoqualunque, invece, aveva nel destino un bel matrimonio, una bella casa, e una vita dignitosa.

lunedì, novembre 01, 2010

Shuffle life - Life in Technicolor part 132

Vi è mai capitato di ascoltare la musica con un moderno lettore portatile di file mp3? Sicuramente sì.

A me piace molto farlo con la modalità "random", che affida al caso la scelta di cosa farmi ascoltare fra gli oltre 300 brani che il mio iPod contiene.

 E' capitato così anche l'altro giorno.

Camminavo con le mie cuffiette e mi sono reso conto che non ascoltavo più di un minuto per canzone. 

Avanzavo sempre, forward come se fossi una mitragliatrice. Esaurito l'incipit del brano, cambiavo. E quando sono arrivato a casa, avevo passato 85 canzoni ma non ne avevo ascoltata neanche una. La cosa buffa era che, ripensandoci, non so neanche che canzone stessi cercando.

Ecco, allora mi sono fermato a ragionare. Di come passare così tanti brani, senza fermarsi ad ascoltarne veramente neanche uno, sia uno spreco di musica e di tempo, oltre che di quel piacere che l'ascolto può concedere.

Succede anche nella quotidianità. Molte persone pigiano forward senza accorgersene. Io per primo, l'ho fatto non facendo caso a cosa mi lasciassi alle spalle. Le persone, i fatti della vita, potevano essere semplici canzoni dei Coldplay. Dopo un minuto... szup, via, spariti. Lasciati alle spalle. Persi. Cercando un altro brano che non sapevo neanche identificare.

La gente si lascia alle spalle tutto senza sapere se quello che è stato lasciato indietro valesse la pena perderlo o trovarlo. Non si cura dell'importanza, o del valore, si cura solo del fatto che ci vuole troppa pazienza per apprezzare le cose.

Una riflessione molto banale che tutti, un giorno o l'altro, si trovano a fare. 

Che mondo sarebbe se tutti ci fermassimo ad ascoltare, invece di lasciarci alle spalle le cose senza soppesarne bellezza e valore?

Io credo migliore. Da oggi, per cominciare a entrare in quest'ottica, mi impegno a usare meno il tasto forward dell'iPod. O almeno, non usarlo quando lo schiaccio solo per il gusto di farlo, senza sapere il perché.