lunedì, novembre 29, 2010

Andrei a farmi una passeggiata retrò - Marinella 01

Quel giorno c'era silenzio in ufficio. Fuori, Torino era azzurra di cielo novembrino, fitta di sfumature e di freddo pungente di fine autunno.

La mattina c'erano già i primi lievi strati di ghiaccio sul parabrezza. Con il respiro il fumo già usciva dalla bocca, come quando si fuma. C'erano le estremità congelate, mani e piedi, nonostante rimanessero chiuse in tasche e scarpe. Le code d'auto sulla strada, con la via che mi aveva condotto fino lì lastricata di gente che stancamente si recava a scuola, al lavoro, negli uffici come il mio o forse peggio.

Quand'ero arrivato nel mio, mi ero seduto, avevo acceso il computer e m'ero messo a osservare il disordine della mia scrivania. 

Ripensavo alla mia Torino, era splendida dietro la finestra. Le metafore che mi venivano, osservandone il riflesso parziale da dietro i vetri, mi parevano stupide e banali: era come guardare un acquario, un quadro, una fotografia, una cartolina. Ecco, l'unica cosa che non mi pareva banale, era paragonare la bellezza di quello scorcio d'azzurrino congelato a un film di Michael Snow.

Ma dietro, lo sapevo, era solo banalità. Era solo un susseguirsi di gesti uguali agli altri, che non avevano che da stamparsi su storie ancora tutte la rivivere, in quello splendida città. Una città che raccoglieva i sogni, li aveva sempre raccontati fra i suoi alberi e il fiume, e la lunga distesa di giorni che l'aveva consegnata a noi, ingrati omini del 2000. Ingrati, così stupidi. A non renderci conto che eravamo così banali.

Era tutto banale. I giubbotti Brema, gli adolescenti che canticchiavano Lady GaGa, le signore che non s'accorgevano di perdere la loro benedizione, la femminilità; gli animali tenuti al guinzaglio troppo stretti, e i fili d'erba che spuntavano fra le crepe del cemento, le bici e i corridori che come gocce d'acqua dalla crepa s'incuneavano fra gallerie, strade, palazzi e viuzze a traffico vietato. Torino mi risultava banale, quel giorno, come i chupa chupa alla cassa del piccolo market dell'angolo, come il sacchetto marrone per il pane, uguale dappertutto in ogni panetteria, come le inebrianti esperienze degli uomini qualsiasi, raccontate con urli per strada nel tentativo parlare più forte del proprio interlocutore, con tono possente per rafforzarne il claudicante senso... e che tutti i portici di Torino sapevano raccogliere amorevolmente in sé.


C'era verità, leggenda e popolo avrebbe detto Paolo Conte in una canzone di qualche anno fa. E c'era intimità, dietro al colore di una città che s'era fermata nei miei ricordi di giovane nato negli anni '80.


Avevo voglia di approfondirmi in quella banalità. Ed ebbi lo scatto quando, continuando a guardare il disordine sulla mia scrivania, notai sullo sfondo, appeso all'appendiabiti di metallo il mio cappotto nero.


Era bello e liso, vissuto. Con una tasca scucita e la fodera bella calda, non a sufficienza per contenere il gelo di quella e delle altre mattine, ma calda allo sguardo e al tatto. Mi piaceva, mi faceva sentire come in un'altra epoca, certamente meno banale.


Così, preso dalla smania di dimostrare al mondo che poteva essere meno banale, solo per quel cappotto che cercavo di portare con eleganza, presi e uscii dall'ufficio, pensando che quel cielo gelido potevo godermelo per una mezz'ora almeno.



M'incamminai verso il Valentino, là dove c'è una grande fontana piena di statue belle e l'acqua da sempre esce a cascata dal muro. C'era l'erba verde, e c'era freddo. Ci mettevo poco dall'ufficio, talmente poco che quella mezz'ora che mi volevo concedere sarebbe stata veramente fatta di 30 minuti al netto del viaggio. 


Così, quando arrivai alla fontana, mi fermai ad osservare il gelido Valentino, con il cielo azzurro e le nuvole e gli alberi e il castello e tutto quello che ne faceva un parco bellissimo.


Nel mio cappotto, raccolto in un grosso sciarpone di lana e con occhiali da sole, mi sentivo come l'unico elemento non banale. Sul marciapiede nel parco, una coppia di ragazzi correva in direzione Facoltà d'Architettura con passo lesto. Lui era vestito con un paio di pantaloncini molto attillati, blu, e una maglietta fatta di plastica traspirante bianca e fucsia. Lei una tuta completamente in tinta unita, blu scuro. Entrambi indossavano cappellino di lana e occhiali a goccia. Erano lontani, ma riuscii a distinguerne il vestiario come fossero stati a poche decine di centrimetri da me: erano anche loro elemento in più a giustificare come Torino fosse ritornata ad essere di colpo una città normale. Era tutto banale, mi sembrava tutto banale. E questo, mi innervosiva assai.


In lontananza, mentre seguivo con lo sguardo quella coppia di ginnasti, infastidito dal loro essere uguali agli altri, vidi una bella ragazza, anche lei con il cappotto. Tenuto aperto, sotto indossava giacca e pantaloni grigio chiaro, portati con un'eleganza non da poco. Aveva scarpe nere con tacchi alti, di quelle con i lacci che sembrano uscite da un'altra epoca.


Era più vicina dei due podisti. Portava un caschetto nero, lo sguardo in basso, le mani in tasca, e camminava tranquilla nel suo paltò incurante di essere l'unica persona, a parte i due corridori.


Pensai che lei non era banale.


Così, preso da un raptus, cominciai a camminare nella sua direzione. Quando me la trovai a pochi metri, la chiamai.


Lei si girò e mi rispose, sorridendo, che cosa volessi. Allora le chiesi il nome e lei mi rispose che si chiamava Marinella.


Marinella. Era un bel nome. E non lo trovavo assolutamente banale.


- fine prima parte -


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