lunedì, novembre 22, 2010

Magari è solo - Un racconto 15

Ho inviato un sms.

Poi butto il cellulare sul divano. Mi rigiro sulla sedia, guardo il computer, accendo la televisione.


Sento una mescolanza di sensazioni.

Bevo vino, vorrei fumare.


Provo rabbia, provo rancore. Provo stupore, sono poco solidale persino con me stesso. Con l'amore, con il dolore. C'è un filo di fumo, lieve, profumato, che si diffonde dalla piccola punta accesa di una barretta di incenso, là, vicino allo stereo.


Assaporo con le narici quell'odore pulito. Mi sento sporco. Il mondo, è sporco.


Prendo il bicchiere, un'altra sorsata, l'incenso e il suo aroma si smuovono nel naso, i miei pensieri, si mescolano al vino, la voglia di nicotina rispuntano dietro essi. Non ho sigarette, cazzo, quanto vorrei fumare. Fa male fumare, penso. Fa male vivere, direbbe il peggiore dei depressi.


C'è tristezza in una sera in cui tutto è uguale. Guardo questo lunedì sera, guardo le mie parole, la storia che ancora non ho ancora scritto. Guardo me e la mia pancetta, guardo la televisione, riguardo la mia pancetta, sento il mio mal di testa.


Di nuovo: incenso, vino, voglia di fumare. Respiro lungo, poi ancora: incenso, vino, voglia di fumare.


Ci sono storie e ancora storie. C'erano anche nella mia cartella, le sere che tornavo a casa dopo esser stato a cena dallo zio, quando mi veniva a prendere lui a scuola. Tornavo a casa, e mi portavo impregnato sulla mia cartella l'odore delle sue sigarette. Quel respiro acre, come il mio incenso di oggi. 


Un odore acre della storia di oggi, un appartamento smunto, le pareti macchiate dall'umidità e dalle ragnatele spalmate dalla scopa, e ancora: i mobili impolverati, il mio tavolo con un bicchiere ormai vuoto, un libro della Yourcenar, "Memorie di Adriano", e poi invisibile, ma ferma, la mia voglia di fumare.


Guardo le mie domande silenziose: com'è la morte? Com'è morire? E com'è, nascere? E' buffo, chiedersi com'è una cosa che si è vissuta. Ed è buffo pensare alla vita come un tempo in scadenza. E' così banale, così scontato. 


Così vero, cazzo.


Mi guardo intorno, ancora. Respiro. Sento i panni addosso, il divano confuso dai panni ammucchiati, e la finestra nascosta dalle tende e dalle veneziane socchiuse, dietro il buio, anche quello è banale.


Sento solo le tentazioni, i muscoli che ancora si contraggono, il senso d'ipocondria, di oppressione. Cazzo è, depressione? O forse, solo delusione?


Sono rime, rime slegate e allacciate allo stesso tempo. Slegate dal senso, allacciate dall'assonanza. Continuo a domandarmi che cosa sia tutta questa solitudine. Prendo il telecomando, cambio canale, c'è solo pubblicità e puttane e parole che cozzano fra loro. E poi c'è il buio fra un programma e l'altro, fra uno spot e l'altro. 


Mi squilla il cellulare. Un sms.


E' la risposta che aspettavo.


Riprendo il cellulare, leggo la risposta, butto il cellulare sul divano, mi rigiro.


E' il mondo, bellezza. Interagisce da un telefono, da un computer, dalla televisione. Poi guardi la tua stanza, guardi intorno a te la tua casa, vuota. Sei solo.


Hai paura del silenzio, della banalità che tutto questo genera. Hai paura di essere banale, hai paura che non troverai mai la storia. La tua. Hai paura che non riuscirai mai a parlare. Mai a spiegare. Mai, a crescere.


Come capita a me, ora. Mi guardo intorno. Il vuoto dei mobili, della lampada che illumina quel fumo che sale dalla bacchetta d'incenso, sembra così sinuoso nel vuoto, sembra una linea nera dell'immaginario.


E' la mia sera da solo, la prima dopo che ho scoperto che morirò.


Guardo il vuoto di una stanza ammobiliata, e mi sento triste. 

Magari è solo il silenzio. Magari è solo il fatto che mi sento solo.

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