mercoledì, novembre 17, 2010

Musa (banale?) - Un racconto 14



Fu qualche estate fa, due o tre anni, non ricordo con precisione. Ricordo la musica, e il caos di una Torino così piena, così calda. 

E c'ero io, e la gente, e la piazza, Piazza Castello, o detta più prosaicamente CastleSquare, tutto attaccato. E c'era il caos. Tutto quel caos, di gente sudata, ragazze che bevevano, e musica dal palco e gente che ballava, enormi vichinghi con i capelli neri o mezzi mulatti con chissà quali natali. Era Torino, CastleSquare, poi c'ero io, e c'era Brother, e c'era Gianlu, e c'era Stam. E c'era tanta gente che non conoscevo, e il ritmo si contorceva fra le mie ascelle e il mio bicchiere di Negroni, mezzo pieno. Il quinto Negroni, la soglia dei 20 euro sbancata da un po'.

Stavo lì, in piedi, mentre intorno gli altri si dimenavano. "Salta-salta-salta-salta-in-CastleSquare" era l'inno, li vedevo abbracciarsi, mi prendevano per la spalla e io non sapevo che fare perché ero mezzo fuso e mezzo invogliato a mandare tutto a 'fanculo.
Fottuto senso d'inquietudine. Fottuto senso di immaturità. Fottuta età adulta. E' tutto fottuto quando ti rispecchi nei tuoi anni e scopri che hai bruciato l'ennesima occasione per crescere, evitare di sbancare il banco alcolico, evitare di tornare adolescente per una notte, con un concerto di quelli free con tante star che manco ti piacciono, tre amici che chiami sempre e solo con soprannomi, e il sonno da tristezza che t'attanaglia.

Mi rispecchiavo in quel battito di ciglia, di concetti, di pantomina, quando a un tratto mi resi conto che Stam mi chiamava, sentii qualcosa dove c'era uno dei miei soprannomi, Grill, poi qualcosa tipo cazzo fai, o roba così.

Grill come Grilletto. Anche io, avevo i miei di soprannomi. Diedi l'ultima sorsata dal mio bicchiere di plastica, e lo lanciai fra la folla. Sul palco, suonava un altro gruppo, era cambiato, o forse no: non l'avevo notato.

Urlai a Brother che andavo a prendere da bere, chiamandolo con il suo nome di battesimo, Marco, mentre uscivo dalla folla. Marco, detto Brother, manco sentì. Stava ancora saltando a ritmo di musica.

Camminavo fra la folla, non attento come al solito a non far male a quelli che spingevo per farmi largo. Fottuti anche loro. Non potevano capire. O forse potevano, chi lo sa. Forse anche loro, come me, erano mezzi ubriachi. Solo che a loro, la ciucca saliva allegra. A me saliva male.
E non capii subito che la percezione era cambiata. Non capii subito che la serata era cambiata.
Apparve lei, fra la gente, parlottando con un'amica, mentre prepotente in me si faceva spazio il vomito da troppo Negroni in circolo. Stavo fumando una Pall Mall, quando spuntò lei, da dietro un cazzo di squatter che applaudiva fra la folla la fine della performance danzereccia. L'avevo appena accesa, la mia Pall Mall, e vedendola mi cadde a terra.

Era bella come al solito, bella e violenta e aggressiva e malinconica. Sporca di dolore, scintillante di bellezza, stordita dall'alcool come me, diversamente da me arresa all'eterna giovinezza del nostro tempo. La sua amica era bella, ma non come lei, e detto francamente, non la guardai così bene. 
Le urlai qualcosa, lei si girò, ci guardammo. La musica, il delirio, la trama del film che ho sempre sognato. Si ricordava di me? M'avvicinai, infischiandomene dell'amica.

Le presi le mani, senza parlarle. Lei mi odiava, lo sapevo. Mi odiava da quando le avevo detto "no", l'ultima volta che l'avevo vista. Lei mi aveva messo al tappeto, mi aveva urlato che mi odiava, che non voleva più vedermi, ed era diventata banale in quelle frasi che dicono solo le ragazze banali, e lei non lo era. Era cattiva, ma non era banale. Era vendicativa, affetta da sadismo emotivo, ma non era banale. Era artistica e distruttiva, ma non era banale.
Lei mi guardò e pensava che scherzassi. Io fui determinato, non le dissi granché, le presi solo la mano, la sua amica mi chiese che facevo, non la cagai, ero euforico alcolicamente, allora prese la parola lei, e mi chiese che facevo, e io non le risposi.

L'amica mi urlò se ero pazzo, le risposi no, non ero pazzo, lei mi guardava divertita ma non muoveva le mani, le tenevo come le avrei tenute le tante sere che avevamo parlato e parlato e parlato, sentivo le dita strambe, la presa mobile, la testa penzoloni. 

Uno stronzo che saltellava di fronte a due tipe urlando qualcosa mi venne addosso, non mi scostai tanto, lo mandai a fare in culo, continuando a tenerle le mani. Lei mi chiese cosa volessi, e non so quante volte me lo chiese, di preciso.

Io allora non so perché, cominciai a parlarle come una canzone, come una canzone che avevo sentito con lei, le recitai il testo a memoria e mi sentii così maledettamente banale, inadatto a lei, inadatto a me, inadatto a tutto ciò che era stato il nostro vissuto.

Ricordavo il primo bacio che le avevo dato, sempre in CastleSquare, un altro concerto free, tutto era pieno e tutto era uguale a quella sera, l'avevo baciata una sera in cui ero pieno di Negroni ma non avevo la nausea, l'avevo baciata così appassionatamente da stupirmi di me stesso, e mentre la baciavo aprii gli occhi e vidi tanta luce, era quella di un venditore ambulante che s'era fatto largo nella folla e ci aveva urlato di toglierci e dietro c'era tanta gente che ci guardava e rideva, qualcuno applaudiva, allora c'eravamo spostati di qualche metro e mentre la gente rideva io avevo ricominciato a baciarla per tanto tempo che non saprei dire.

Le recitai quel testo, era una canzone che avevamo amato e che le avevo detto essere così banale per noi due perché così sincera. Lei mi guardò e tutto si fece eterno, come in quei film dove c'è un countdown con il tempo che intradiegetico che dura più del tempo reale, e non sai il perché.

Mi guardò e mi guardò e mi guardò, con la sua amica che la chiamava e le chiedeva che stesse facendo.


Quell'attimo non so quanto durò. Quella canzone non so se la finii. Le continuavo a tenere le mani, e pensai che quella storia poteva finire così. Ed è per questo, per il fatto che era così perfetto, quell'attimo, le mie mani che tenevano le sue, e io che recitavo quel testo, e che la guardavo non sapendo che avrebbe fatto, e che rimanevo in sospensione sperando che tutto si ripetesse e lei tornasse a essere ciò che era stata, ecco è per questo che questa storia, quando la racconto, la faccio finire qui.

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