venerdì, novembre 19, 2010

Pensando a Nedved - Life in Technicolor part 134

Fra le miriadi di eroi che ogni giorno un bambino può incontrare per strada, ci sono gli sportivi e in particolare i calciatori.

Il più delle volte, uomini assolutamente mediocri nella vita, poco propensi alle letture o alla cultura in generale, che esauriscono il loro magnifico ruolo di "modelli" al primo accenno di declino fisico.

In altri casi, ci sono giocatori di calcio che rimangono nel cuore di tutti, a prescindere dal colore della maglia, che banalmente viene indicato dai più come un parametro per determinare il lavore dell'uomo che la indossa. 


Da amante del calcio e disilluso da un mondo sempre più urlato e sempre meno sportivo, quando devo impersonificare questo sport penso con piacere a uomini come Del Piero (capitano della mia Juve), Baggio, Maldini, il sempre magnifico Javier Zanetti, e ancora Damiano Tommasi detto "il buono", o Furino, o l'indimenticato Scirea: e, con loro, a Pavel Nedved.


Questo centrocampista di fascia era noto fra gli amanti del fantacalcio per il suo fiuto del goal, il suo tiro potente, il suo esser ambidestro, per la sua costanza già dal suo sbarco in Italia avvenuto dopo Euro '96, che si palesava ogni lunedì mattina colorato di rosa (Gazzetta) in una media voto del 6,5.

Un calciatore concreto, silenzioso, violento nella foga di una corsa che non lasciava spazio a resa o paura, che non avrebbe accennato per un attimo la volontà di fermarsi di fronte a qualunque avversario. Uno sportivo che fosse nato in Francia o in Spagna avrebbe senz'altro toccato la Coppa del Mondo, e da vincitore.


Ripenso a lui mentre mi cade l'occhio su una sua dichiarazione, estratto del suo libro di prossima pubblicazione. Racconta di come, in procinto di lasciare la Juve dopo 8 anni, con la collaborazione del suo affaristico procuratore fosse stato avvicinato da un tecnico carismatico e vincente come Mourinho, che forte della sua preparazione lo invitava a trasferirsi a Milano, sponda Inter, per vincere la Coppa dei Campioni, mancata per un soffio nel 2003 con la maglia bianconera (ahimè).


Era l'ultima occasione, per arrivare al sogno della carriera di Pavel, quel trofeo continentale che rimaneva nella foga delle sue falcate, nella grinta di ogni pallone sradicato dai piedi di qualunque calciatore gli capitasse a tiro, nello sguardo imperioso che gli era valso il soprannome di "Furia Ceka".


A quella proposta, che a conti fatti avrebbe fatto di Pavel ciò che lui sognava di sé stesso, un Campione d'Europa, ecco: a quella proposta Pavel rispose no. Con la semplicità di chi sa che per esaudire un proprio sogno, avrebbe infranto quello di tutti i tifosi che fino a quel momento l'avevano indicato come un modello, come una bandiera, come un simbolo di un calcio che andava sempre più fuori moda e che non sarebbe più tornato.


Pavel Nedved rinunciò a quella maledetta coppa, perché non sarebbe stata una vittoria con una maglia diversa dalla sua. E accettò di buon grado che lui, quella coppa da calciatore non l'avrebbe mai vinta.

Sono sempre stato riluttante a parlare di calcio, ma questo non è solo una storia di calcio. È il racconto di un uomo che ha saputo legare il proprio talento a una coerenza che in questo sport, e in generale nella vita, difficilmente si ritrova.


Ho due ricordi di Pavel Nedved: il primo è l'ultima partita di Champions League del 2005, Juventus - Liverpool. L'inno del torneo risuona nel cielo, e la telecamera fa la solita carrellata di facce di calciatori, da destra verso sinistra. Passa per la Juve, allora una squadra di colossi. Sono tutti impettiti e seri: Vieira, Ibrahimovic, Trezeguet, Thuram. Curiosamente, sono tutti bruni. 


Ad un certo punto, la camera s'abbassa impercettibilmente e trova Nedved: lui però non è impettito, serio, pare non essere neanche concentrato. Sorride, il caschetto biondo, la mano che si scuote facendo un "ciao" a dita aperte. Malignamente, dopo quello squallido 0 a 0, qualcuno disse che salutava la competizione.


Io, invece, più banalmente, pensai che stava salutando i due figli a casa, che sicuramente lo stavano guardando in televisione. Una scena che mi intenerì, e che penso non dimenticherò facilmente, se non altro perché nel mio immaginario la dolcezza di quello sguardo, prima di una battaglia (seppur solo sportiva) così accesa e sentita come Juventus - Liverpool, è lo stesso sguardo che ogni papà ha nel dialogo amorevole con i propri figli.


Perché Pavel si vantava di quei due bambini (ed ecco il secondo ricordo), un bimbo e una bimba che aveva chiamato Pavel e Ivana come lui e sua moglie, affinché - parole sue - "Ci fossero nel mondo un Pavel e Ivana che si volessero bene" quanto se ne volevano lui e sua moglie. Una scelta più da romanzo di Sador Marai che non tipica di un calciatore.


Nedved oggi è dirigente della Juve, non so se ancora pensa a quel "no" detto a Mourinho e se dentro di sè ne è pentito, se fantastica sui suoi dribbling secchi e poco spettacolari, ripensa al suo tiro, e si rivede ne suo caschetto biondo che si agita e che oggi qualcuno rivede, causa ruolo e somiglianza nella corsa, nella chioma del serbo Milos Krasic. Credo si dedichi molto al golf e al suo ruolo di consigliere d'amministrazione Juventus, o almeno così dicono.


Ma rimane che lui oggi richiama un calcio che non c'è più, che viene ricordato in ogni tribuna televisiva e che non manca d'esser citato da quei tromboni che con il loro starnazzare rinvigoriscono l'incancrenirsi di questo sport.


Pavel Nedved è come fosse un ossimoro composto dalla sua eccezionale forza, il suo talento, la sua grinta che trovava il karma in campo, e la sua nobiltà d'animo, silenziosa e modesta, chiusa nella lontana dimora della Mandria, lontano dalle luci della mondanità tipiche dei calciatori e dei centri città. Una modestia consapevole della grandezza che aveva rappresentato, che gli fece rispondere "no" anche alla possibilità di raggiungere quella maledetta coppa con dei colori diversi da quelli che l'avevano consacrato nell'Olimpo del suo sport. Oggi, non posso far altro che ripensare a tutto questo, mentre rimbalzano sui siti gli estratti del suo libro, che raccontano come abbia detto "no" ad esaudire il suo sogno, consapevole che questo avrebbe infranto il sogno di tutti i suoi estimatori.

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