venerdì, dicembre 31, 2010

Il posto di fianco a me - Un racconto 19

Tam tam tam tam. Tum tum tum tum. Il treno che passava. Ancora, il rumore del ritorno.


Stavo seduto scomposto, in quello scomparto fetido di treno seconda classe. Quando alla Stazione Centrale di Milano ero salito sul convoglio, avevo scelto come al solito il posto vicino al finestrino. Mi sarebbero passate prima, pensai, quelle due ore di viaggio, fino a Torino.


Poi il treno era partito, e si era fermato.


Un'ora, a Milano Certosa. Ci eravamo fermati e sapevamo solo che era per un problema alla stazione di Rho. Poi il convoglio era ripartito, e io, con lui, avevo ripreso a sperare di arrivare a casa. Stanco, scalpitante solo interiormente di tornare a casa. Il corpo, lo sentivo affaticato.


Tenevo il viso a pochi millimetri dal finestrino, tutto sporco.  Era come se la polvere si fosse calcificata sulla superficie in striature marroncine colate dall'alto. Tutto era ovattato alla vista, ed era meraviglioso pensare al tutto come a un alimento rinchiuso in una pellicola, che messo nel freezer pian piano muore una seconda volta.


Guardavo fuori. Pensavo. Riflettevo. Non saprei dire quale sia la parola per dire cosa si fa quando si guarda fuori dal finestrino di un treno. Si immagina come potrebbe essere se, di solito.O forse si sogna ad occhi aperti, e basta.


A me era sempre piaciuto farlo, anche se era strano. Ho sempre pensato che guardare fuori da un finestrino e pensare, non è neanche così originale. Lo faceva anche lo slavo seduto di fronte a me, che era salito a Milano Centrale poco prima della partenza con la moglie, una mulatta ispanica. 


Fra loro parlavano mezzo spagnolo, mezzo slavo. Li avevo sentiti entrambi parlare un italiano smunto solo quando erano arrivati e avevano chiesto grazie, scusi, permesso, mentre passavano nel corridoio fra le file di sedili. Poi, avevano issato il loro piccolo bagaglio in quelle specie di mensole piene di fessure che stanno sui treni di seconda classe, e si erano seduti di fronte a me. Senza chiedere se era libero, guardandomi a malapena. Quando s'erano seduti, lei aveva scelto il posto di fronte a me, mentre il marito stava in quello al fianco. Erano sposati, ne ero certo, portavano due anelli identici all'anulare sinistro. 

Quando il treno partì, lei dormiva, mentre lui guardava fuori. Ogni tanto giravo lo sguardo, ci guardavamo, poi tornavamo a guardare fuori tutti e due.


Quel paesaggio era di tutti e due, eppure mentre lo guardavamo sembrava volessimo sancirne una proprietà. Come se volessimo sottolineare che tutto quello che vedevamo apparteneva solo a uno o all'altro. Il paesaggio, pensavo, non è mai esclusivo. Lui, nel suo idioma, certo pensava lo stesso.


Guardavo fuori la nebbia che calava, il gelo che si posava, le campagne silenziose che, altrettanto silenziosamente, venivano attraversate dal tempo. Tam tam tam, tum tum tum, onomatopee spente di un treno che piano e risoluto tagliava in due quella campagna. All'esterno, ero sicuro, quello del locomotore e dei vagoni era l'unico suono. In mezzo al nulla e al vuoto.


Che roba banale, la nebbia. Lo slavo non si lasciò portare dietro la sua banalità, si addormentò prima. La moglie, bellissima, dormiva e ogni tanto gli allungava la mano sulla gamba, sfiorandogli il ginocchio. Anche loro erano banali, anche se mi sembravano bellissimi tutti e due e non sapevo il perché.


Il posto di fianco a me, invece, era libero. Quando distoglievo lo sguardo dalla nebbia, guardavo quel sedile vuoto. E non sapevo perché, speravo che qualcuno si sedesse. Ma lì di fianco a me nessuno s'accomodava. 

C'era una signora seduta nell'altra fila di sedili, che mi guardava dall'inizio del viaggio. Sorrideva, forse, o forse era una mia impressione. Io però non corrispondevo il suo sorriso, facevo finta di niente e non la guardavo.


Stavo di più nella nebbia. La guardavo e pensavo che era così normale, sentirsi spersi in lei. Come era normale sentirsi sporchi su quel sedile puzzolente che era stato di tanti viaggiatori diversi, che come me avevano scelto il posto vicino al finestrino per guardare nel ritorno a Torino le gru di Milano trasformarsi nelle campagne nebbiose che abitavano quel paesaggio guardato da tutti ma di nessuno. Normale come quando, mentre si guarda fuori da un treno di seconda classe, si ha la sensazione di volersi fare una doccia, e più ci si pensa, più ci si sente sotto il getto d'acqua bollente, che è così calda e avvolgente solo a casa propria, e si assapora quella voglia di essere già arrivati, per riposarsi.


Ripensai a tutte le volte che in mezzo a una pinacoteca, fra la gente che guarda i quadri e tutti stanno ammassati ad ammirare la bellezza di un quadro, ci si sente così stanchi all'improvviso, ci si siede su un divanetto scomodo e improvvisamente si sente il bisogno di tornare a casa. 


Quella necessità di andarsene era la stessa di quando si guarda la nebbia da un finestrino di un treno. La voglia di essere in un posto dove si potesse stare bene, essere liberi di lasciarsi andare al sonno senza aver paura di quando si arriverà a destinazione, quando si è obbligati a scendere dal treno, perché il viaggio è finito.


Lo slavo si svegliò di soprassalto, si guardò intorno. La moglie aprì gli occhi, si girò e gli disse una frase nella loro lingua. Non capii cosa si dissero, li guardai solo con la coda dell'occhio.
La nebbia era bella, e fredda. Mancava ancora tanto tempo per arrivare a Torino, mi sentivo così solo.


Passò il controllore, a chiedere i biglietti, fu l'unico a chiedermi se vicino a me c'era qualcuno. Ma il posto di fianco a me era ancora vuoto.

martedì, dicembre 28, 2010

Sei da solo? Sì - Un racconto 18

Era sera, metà sera, più o meno le 22, quando mi venne voglia di bere una birra all'Old. Una SuperStorm, per la precisione. 

Fu per quello che decisi di uscire, da solo, senza Gli Altri della zona. 

Mentre mi mettevo i pantaloni, mi chiedevo se ne sarebbe valsa la pena. Se non avrei fatto la figura del coglione, ad andarci da solo. A cosa avrei risposto se qualcuno mi avesse fatto quella domanda.

Sei da solo? Sì.

Non ci badai, a quella paura. Avevo più timore di rimanere da solo nel mio salotto, rischiando di guardare per l'ennesima volta la replica di un qualsiasi film anni '80 su qualche sfigatissimo canale digitale terrestre di terz'ordine.

Presi la macchina, e partii.

Sei da solo? Sì.

Quando entrai nel locale, lo trovaii uguale come sempre. C'era la solita gente, il ciccione con la faccia tonda e la testa pelata, il magrolino con il giubbotto di jeans con lo stemma degli Iron Maiden sulla schiena e il cappellino, il gruppo degli squatter che bevevano al banco, qualche signora di quarant'anni che parlava seduta sugli sgabelli alti vicino al frigo con la vodka.


Il padrone mi salutò quasi indifferente, tanto era abituato a vedermi lì con Gli Altri.

Mi guardai intorno, ed era come essere a casa: l'odore di birra spillata, e il legno reso marcio dagli aromi della cucina, il filo di freddo che puzzava di fumo di sigaretta all'ingresso, il suono della cassa che batteva scontrini sempre con qualche euro di sconto, il chiasso della gente che come me aveva scelto sempre il solito luogo per la sua serata mescolato, come un normale locale di film americano, con la musica in sottofondo.


Sei da solo? Sì. 

Mi ponevo la domanda e mi davo in fretta la risposta, vergognandomi di me stesso e con me stesso. Anche Gli Altri, quella sera, sarebbero stati abbastanza consolanti, nonostante tutto.

Quella domanda inquietava. Faceva quasi paura pensare che stavo per finire come quei tizi che stazionavano all'ingresso, che andavo lì solo per non stare da solo a casa. Era come masturbare la propria socialità, fingere d'avere qualcosa da raccontare a qualcuno. E invece, a portarmi lì era l'illusione che ci fosse veramente un motivo per bere un mezzo litro di birra.

Mi sedetti al solito tavolo, e attesi. In silenzio. 


Ripetendomi, in loop, solo 4 parole.

Sei da solo? Sì. 

Fra la gente passò la cameriera A. Erano tre, di solito, per quello le avevamo indicate, con Gli Altri, con delle lettere. A me piaceva una, la cameriera B, che era anche quella che non piaceva a loro. Era strano il fatto che a me piacessero sempre quelle che a Gli Altri non piacevano, ma ci avevo fatto un po' il callo. 


Fu la cameriera B a segnare molti dei ricordi di quel pub così apparentemente uguale agli altri.



Una sera, in quello stesso tavolo dove ero seduto in quell'istante, mi ci ero seduto con una ragazza con cui ero stato due mesi. Sarebbe finita meglio di come era finita, se non fosse stato che lei era occupata. Gli Altri me lo avevano detto di lasciar perdere, ma io avevo sbagliato. 


Sei da solo? Sì.


Eppure, sui gusti in fatto di donne sapevo che Gli Altri non hanno sempre ragione. Però Gli Altri stanno sempre lì a dirti cosa sarebbe meglio gustare, assaporare, gestire.

Gli Altri.

Pensavo a loro come fossero una grande, unica entità, da scriversi con le maiuscole anche quando li si pensava, e basta. Gli Altri, indifferentemente, erano là sempre, ad attendere che io o chi per me emettesse un giudizio per poterlo smembrare. Gli Altri sono sempre quelli che ti fanno apparire il tuo essere minuscolo, Gli Altri. Che puntualmente quando ti senti solo, non fanno che amplificare la tua solitudine.

- Oh, ti porto la SuperStorm media?

La voce della Cameriera C, quella che mancava.

- Sì, portami la SuperStorm media.

Fra i sogni che ero riuscito a formulare da bambino e che ricordavo ancora da adulto, c'era quello di trovare un posto dove potessi andare e non dover dire a voce ogni volta ciò che bevevo. Quello era il posto che aveva esaudito quel mio desiderio. E anche se non dicevo "il solito", perché avrebbe fatto molto film di Sergio Leone, era come se lo facessi ogni volta visto che dovevo solo confermare che bevevo, sempre, una Super Storm media.

Sei da solo? Sì.

Cameriera B era arzilla, veloce, fra i tavoli e i clienti, più di cameriera A e cameriera C. La guardavo sbrigare consegne di pinte piene di rossa e o bionda, cole annacquata con dentro fettine di limone, Bacardi Breeze al lime. Spariva e rientrava dalla cucina, senza dimenticarsi di parlare con i clienti, tutti. Perché tutti conoscevano tutti, all'Old.

Quando uscì dalla porta dietro il banco, non teneva più fra le mani un vassoio, ma un bicchiere, il mio. Me lo porse dicendo qualcosa tipo "Ecco qui", e scappando via veloce.

Rimasi solo, osservando il resto del locale, con i tavoli pieni di gente e i giubbotti ammassati sulle panche, il televisore sintetizzato su DeejayTV ma tenuto con l'audio staccato, il silenzio della testa e della speranza.


Sei da solo? Sì.

Ero da solo, e sapevo d'esserlo. A casa, quando arrivavo dove Gli Altri non entravano, non c'era nessuno ad aspettarmi. Mi rimbalzava in testa solo la morte della voglia di cercare compagnia, cercare qualcuno che potessi innalzare oltre quella soglia infame d'informità che avevo ribattezzato resto-del-mondo, e che identificavo ne Gli Altri. 

Non ero sociopatico, chiedevo solo qualcosa di più alle persone. Non mi accontentavo di guardare la bruttura della normalità che tutti i rapporti fino a quel momento conosciuti avevano edificato, non lo avevo fatto perché la normalità comprendeva sempre, in un modo o nell'altro, ipocrisia. Non potevo accettarlo. Non volevo, soprattutto.


Sei da solo? Sì.


Feci un grande, fresco sorso di birra. Era buona, la SuperStorm. Era talmente buona e fresca che mi piaceva assaporarla come fosse un vino. Nel tavolo vicino al mio, qualcuno urlava qualcosa a proposito dell'Inter e di Leonardo. Gli Altri, fanno sempre discorsi che ci paiono inopportuni, quando siamo soli. E io ero solo, quella sera. E sarei stato solo quando mi sarei risvegliato.


- Sei da solo?


Era cameriera B. 


- Sì.


Sorrise e continuò la sua corsa. Era la prima volta che lo ammettevo ad alta voce. La guardai sgattaiolare via, veloce. Una la placcò e le diede un bacio sulla guancia, lei lo lasciò fare. Bevvi un altro sorso di SuperStorm, ampio, spazioso, rifrescante, mentre la guardavo andare al banco, dove cominciò a lavare bicchieri e spillare altra birra.

Quella domanda, ora, non c'era più. C'era solo la risposta, data all'unica persona che non mi aspettavo l'avrebbe mai posta, la domanda. Risentii quel "Sì", detto ad alta voce, a una ragazza che guardavo muoversi agile fra i tavoli, semplice, agitata fra lavoro e bicchieri di birra, e da cui ero attratto. 


Mi vergognai del mio arrendermi a Gli Altri, mi sentii un debole per aver pensato che tutto dipendesse dal resto e non da me.

Così, finii la birra, mi alzai e andai al banco, facendo l'unica cosa che potevo fare per non sentire mai più quella domanda e soprattutto, quella risposta.

lunedì, dicembre 27, 2010

29, conseguiti sul campo - Life in Technicolor part 139

No, non avrò la sfrontatezza di paragonarmi alla Juve. Perché la Juventus è un'altra cosa, un'altra dimensione, e poi le persone non possono essere squadre di calcio.

Però la Vita, quella sì che è come una partita di calcio. Come fosse un lungo periodo di 90 minuti, anche se al posto dei minuti ci puoi mettere i secondi, le settimane, gli anni.

O come un lungo campionato, fatto di tante giornate, big match, sconfitte impreviste per cali di concentrazione, gesta eroiche come il tacco di Ibrahimovic contro la Lazio nel suo periodo di permanenza con la squadraccia dei diversamente onesti: volteggiò potente e leggiadro lo svedese, gettando le basi per l'eroico periodo che avvolse quello squadrone, come quando in una Vita si sceglie di cambiare repentinamente strade.

Gesta discutibili, come il calcio di Totti a Balotelli in una finale di coppa Italia, quello simpatico che fa la pubblicità alla Vodafone dicendo: "DonneèarrivatoFranceschino", viene indicato ancora oggi come un modello per i bambini ma intanto sputa a Poulsen che già si sputa addosso di suo perché non è forte come Felipe Melo.

Gesta gentili e commoventi, come il pianto di Del Piero nel 2001 dopo il goal al Bari dedicato al papà, o il salto imperioso di Materazzi ai mondiali (che è un campionato più breve), quello del goal in finale, con braccia tese verso l'alto per la mamma: in quel momento ho fatto voto di non insultarlo mai più, Materazzi.

Il campionato della Vita conta giornate in cui sei settimo in classifica e il mercato ti dava come vittorioso, o almeno da zona Champions. Il campionato della Vita a volte è come il campionato del Chievo 2001 2002, sei dato per spacciato all'inizio, sei in prima posizione a novembre, e alla fine arrivi in zona Uefa, ma per un po' hai sognato.

La mia Vita è stata, e spero sarà ancora a lungo, come un campionato di quelle squadre gladatorie, senza sfronzoli né solisti, squadre basate sul collettivo e sulla voglia di gettare il cuore oltre l'ostacolo anche contro il Real Madrid delle fighette, quelle dei Milito o dei Sissoko che non hanno paura di guardare negli occhi anche il Kakà di turno. Un campionato fatto da una squadra che trova la sintesi non nel doppio passo di un Cristiano Ronaldo ma nella potenza del tiro di Rooney, non nella spocchia di un Cassano ma nell'umiltà di un campione sempre eterno come Del Piero o come Zanetti.

Lungo le giornate sintetizzate ogni notte nella personale puntata della Domenica Sportiva o di Controcampo che ognuno di noi si fa prima di riaddormentarsi, dove il Mughini o il Salvatore Bagni di turno sono quelle voci che canticchiano in un loop senza fine i rimorsi, i propositi, mentre le moviole sono i ricordi che ci si appresta a non dimenticare mai.

Fischio d'inizio, sei nato. E ogni volta che raggiungi un traguardo, ecco una coppa che metti in bacheca. Come uno spogliatoio che non deve mai perdere la voglia di vincere, che non deve mai dimenticare che dopo il triplice fischio arriverà una nuova settimana e ci sarà un'altra partita da giocare, altri undici avversari più tre sostituzioni, un'altra battaglia su un rettangolo verde.

Oggi faccio 29 anni e aprendo gli occhi ho pensato subito alla mia Juventus, all'ingiustizia di quei due scudetti tolti a quella che era la squadra indiscutibilmente più forte, con i suoi undici campioni sintetizzati alla perfezione da quella furia che era Pavel Nedved.

Ho pensato che a me 2 anni non potrà togliermeli nessuno, anche se un giorno potrebbe arrivare una corte federale e spedirmi ingiustamente in serie B io so che le mie vittorie le ho conseguite tutte sul campo. Come la Juve, quei 29 me li porto tutti addosso, con orgoglio, consapevole che a volte ho vinto più per volontà che non per talento, come fosse un altro 5 maggio 2002, altre volte perché veramente ero il più bravo, altre volte ho perso senza meritarlo, come le fottute bastarde finali di Champions perse sempre contro avversari inferiori.

Oggi è il mio compleanno, guardo quel numero, nel mirino ho già i 30 e la terza stella, e nei prossimi 5 anni la Coppa Campioni. Intanto, grazie a tutti per gli auguri.

mercoledì, dicembre 22, 2010

L'innamoramento - Life in Technicolor part 138

Una sera del 2006, una delle prime feste della classe 2006 - 2008 del Master Holden, parlando con una mia compagna dissi che ero arrivato alla Scuola Holden per raccontare l'Innamoramento.

Dissi che lo volevo fare parlando di quel momento, esatto e indimenticabile, in cui un uomo o una donna guardano una donna o un uomo e si sentono, immediatamente, rapiti.

Come fossero presi contro la loro volontà, direbbe un qualunquista dei sentimenti. Come fossero in preda al panico da vertigi. Come fossero di fronte alla morte o, religiosamente parlando, di fronte alla Resurrezione in persona, sempre che abbia le sembianze di una persona.

Giuro che mi sarò innamorato 100 volte, in tutta la mia vita. Ma anche voi, voi che dite a voi stessi e a quelli che vi circondano: "Io ti amo lo dico solo quando ho qualcuno di speciale di fronte". Anche io, ma quello è un altro discorso. Dico: tutti ci innamoriamo di continuo, eppure facciamo finta che non sia così. Come quando si sente spingere da sotto la gola il senso di impotenza verso la meraviglia che genera, inspiegabile, una persona che guardiamo. E che, ritornandoci in mente, sa farci sognare. E badate, tutto questo diciamo che è banale ma non lo è, assolutamente: perché troppe volte ci si dimentica di cosa si voleva essere, nella vita, perché pensiamo che i sogni siano troppo lontani o inconsistenti. Io per dire ho grande considerazione dei sogni, e non mi vergogno affatto di dirlo. Ma questo è argomento di un altro post.


L'Innamoramento, dicevo.

Ecco, l'Innamoramento è diverso. L'Innamoramento è una molla che se scatta e si ha la prontezza di riflessi di seguire, non si ferma. Non è il fuoco di paglia passionale, l'Innamoramento uno lo sente dentro, punto e stop, ed è solo questione di riflessi sapere seguire quella spinta che come movimento giacobino o spot elettorale di Forza Italia prende dal basso e spinge verso l'alto il più basso istinto umano: quello di unirsi a un altro essere umano.

Per possederlo? Per proteggerlo? Per scambiarci effusioni sessuali? Per parlarci? Per mangiarci insieme? Per parlare dei massimi sistemi? Per andarci ai concerti? Per lustrare la casa? Tutto questo, sì, ma anche no. Semplicemente, credo sia solo per riuscire a dire: "Io, te". Dove il "te" corrisponde, evidentemente, a una persona che ti fa apparire tutto il resto superfluo.

Unire quindi due pronomi, questo è l'Innamoramento. E ognuno poi ci butta dentro i significati propri o le proprie interpretazioni.

Non sono ancora riuscito a scrivere una storia che potesse sintetizzare questa cosa, forse una ma non sono sicuro di aver sfiorato l'argomento come meriterebbe: una storia che potesse dirsi legittimata a descrivere quella frazione cui attribuiamo il magnifico potere di cambiare la nostra vita.

Più che altro, ancora non sono riuscito a trovare le parole di descriverlo, l'Innamoramento.

Potrebbe essere la scena di un suono, di un animaletto che guarda il cielo e non capisce cos'è, o anche una canzone di Iron & Wine, o una mattina in cui ti senti solo e non sai il perché. 

Tutto è innamoramento, e tutte le parole basterebbero per descriverlo.

Io però non ne trovò, fra il mare di parole non ho ancora trovato il modo per dirlo e più ci penso più rimango ossessionato da questa sensazione, di capire come mai talvolta mi basta ripensare a un secondo, una frazione di attimo, in cui ho guardato una persona e ne ho carpito la bellezza, e mi ci sono sentito come legato, a lei e a quell'attimo perché esattamente lì si era concentrata tutta la bellezza di quella persona e non si sa perché sia così ma mi pareva bellissima e sufficiente a trasfigurare il mondo intero.

Bello, no? Per quello ho sentito il bisogno impellente di scriverlo. Perché sento come una lacuna.

Sarà che mi è tornato in mente quel discorso, fatto quella sera del 2006 durante una festa della classe 2006 2008 del Master Holden con una mia compagna, in cui vorrei capire come raccontare quella cosa, che tutti hanno provato, a cui tutti danno significati diversi ma sono convinto, per tutti arriva uguale, senza preavviso, senza esser stato convocato, e il più delle volte può fare molto male.

martedì, dicembre 21, 2010

39, corso Unione Sovietica, sogni - Life in Technicolor part 137

Questo blog ha nella sua URL un numero, 62. E' il numero del pullman che prendevo per andare al Plana, alle superiori. Era il pullman dei sogni perché per cinque anni, tutte le mattine, lo prendeva anche una ragazza bionda, che scoprii chiamarsi Cinzia, e di cui mi ero innamorato nonostante non le avessi mai parlato, eccezion fatta per una volta in cui le chiesi "permesso" e un'altra volta in cui le raccolsi dei fogli che le erano caduti e, al suo "grazie", risposi con un "prego".

Il 62 però non era l'unico pullman che prendevo. C'erano anche il 55, e il 39. Il 39 che passava ad orari fissi, che rischiavo di perdere ogni giorno, che parte ancora oggi da piazza Caio Mario, passa da corso Unione Sovietica, e arriva a Nichelino.

Oggi, dopo aver abbandonato Fortunella al suo destino (a proposito, mi è anche un po' venuto da piangere), ho camminato per tutto corso Traiano e sono giunto là, a Mirafiori. E ho deciso, dopo quasi 10 anni che non lo facevo, di prendere il 39 come capitava quando ero giovincello, studente, sbarbato, magro, punkettone con braccialiborchiaticatene, c'erano ancora i walkman e io ascoltavo le cassette mentre tornavo a casa da scuola.

Quando sono salito, prevedibilmente, ho avuto un deja-vu, ma non di un secondo, ma di un bel po' di minuti. Era come esser tornato indietro. Ascoltavo, oggi come allora, musica grunge (oggi i Pearl Jam, allora i Pumpkins, ma il movimento era quello). Avevo uno zainetto sulle ginocchia, il posto era lo stesso d'allora. Quando partì, le svolte erano praticamente rimaste immutate, nonostante il piazzale dei pullman sia stato nel frattempo ampliato.


Lungo il viale, trovai quei punti fermi che guardavo allora. L'istituto Primo Levi. L'hotel da 1 o 2 stelle, non l'ho mai capito quante, con le serrande tutte chiuse. La cartoleria Lucky Star, con la stessa insegna blu che c'era nel 1996. Sono Mariposa dischi, dove avevo comprato il biglietto per i Litfiba per il concerto del 1998, non c'era più.. 

E poi, il campo ROM, in punta al corso. E la svolta verso Nichelino, a sinistra, il Continente, via Cacciatori, la rotonda di largo Delle Alpi, via XXV Aprile, e il freddo pungente e la neve annacquata che cominciava a cadere e mi ricordava quando, una mattina del 1997, andando a Scuola, ascoltavo Twilight to Starlight, traccia 11: Beautiful, e pensavo che fosse una delle più belle canzoni che avessi mai sentito.

Per un momento, mi sono convinto che arrivando in piazza Rossa, a Nichelino, ci fosse ancora la mia fermata: sono stato smentito quando ho visto il primo palo della nuova, bruttissima release di questo spazio urbano.

Il 39 raccoglieva, in quegli anni, lo spazio della riflessione, che si mescolava a quel piccolo, innocente senso di felicità che solo un ragazzo adolescente può provare, quando torna a casa da scuola, e immagina guardando fuori dal finestrino tutto quello che scorre come i momenti che lo separano dalla soddisfazione, dall'essere realizzato, finalmente felice.

Ero come in trance quando, trasportato dalla musica, seduto con le gambe allungate sotto l'obliteratrice o poggiate sul sedile di fronte, guardavo il mio futuro dalle finestre del 39 sotto forma di palazzi e macchine e, impassibile, constatavo che il tempo era sovrano e non avrei mai avuto bisogno di pregare che me ne fosse concesso altro. Ne avevo quanto volevo.

Oggi, come in uno di quei film in cui il protagonista torna nella casa paterna caduta in rovina e si riscopre legato alle proprie origini, ho ripensato a tutto questo mentre mi lasciavo alle spalle la fermata che era mia, dieci anni fa (spostata di qualche metro in avanti, per far posto ai pali della nuova, bruttissima piazza), e sceglievo di scendere a quella dopo. Come un simbolismo di bassa lega, che mi ricordasse che il tempo era passato, quel tragitto era già stato percorso, e che domani ci saranno altre distanze da percorrere, fermate più lontane, che arriveranno in altri luoghi. Come i sogni di allora, mutati in sogni di oggi, plasmatisi anche attraverso quei finestrini.

Attraverso il tempo che mi pareva infinito allora, di cui oggi ho paura. Come un lungo, incredibile ritorno a casa, dopo una normale giornata a scuola.

lunedì, dicembre 20, 2010

Sei a tempo e non lo sai - Un racconto 17

Era logico che una scoperta tanto travolgente lo segnasse per sempre.

Era logico nello stesso momento in cui si verificava. 

Aveva aperto gli occhi e s'era segnato il momento in cui si era accorto come il tempo stesse scorrendo, passandogli intorno, scivolandogli fra le dita, si sarebbe scritto in un romanzo Harmony, come sabbia finissima.

Era lo stesso, impassibile senso di perdita che si prova quando fumi e la Pall Mall è a tre quarti, poco prima del marchio che separa il resto dal filtro. E tu, purtroppo per te, hai ancora voglia di fumare.

Era logico che quindi, trovandosi perso nel bel mezzo del nulla, non potesse far altro che fermarsi a guardare l'ora e memorizzare quel momento.

La città in quel momento di mezzo inverno, separata da una sottile patina di stagione autunnale che andava paurosamente verso il destino temporal cronologico, planetario e lunare, spettacolare e in loop da quanto il tempo stesso esistiva: il malefico solstizio invernale.

Lui stava fermo sul ponte, guardava gli altri passare e la città intorno era l'ennesima proposta di una replica già vista, fatta del suo voler essere originale, satura di sogni spersi. Era logico capire che era tutto a scadenza, lui, il suo orologio che teneva fra le dita, e tutto quello che gli ruotava intorno.

Sembrava un busto di riace fatto d'ottone e materia organica, di quelli che ammiri nei musei: fermo, ritto in piedi, con l'orologio fra le dita, i piedi ben piantati per terra, l'espressione inebetita di fronte ai passanti, muto.

Era bastato sfiorare un pensiero, ignobile per quanto s'era insinuato nelle altre domande: era emerso guardando sull'altro lato della strada, passare due persone, un bimbo e un adulto, guardarle parlottare fra loro incuranti del resto.

S'era ricordato di quando era bambino, e scartava con una palla fatta di carta e scotch il gattino della mamma, che qualche tempo dopo sarebbe scappato dopo che qualcuno gli aveva pestato la coda. S'era ricordato delle sere passate sul divano sdraiato con lei, la sua lei, che s'addormentava mentre guardavano American Beauty per la quinta o sesta volta. Lei era bellissima, mentre si lasciava andare al sonno e lui la legava a sé, e sentiva dentro il moto ondoso di un pianto irregolare, segno che era felice, o che era triste perché ogni secondo trascorso era un passo in più fatto verso la morte.

Strepitoso, è vivere pensava fra sé mentre quei due esseri umani gli scorrevano avanti, e lui rimaneva impalpabile, impassibile, etereo, perso fra il suo sguardo e l'equilibrio corrosivo della città.

Aveva guardato l'ora, erano le 12.53, era tempo di andare a mangiare. Ma non riuscì a fare altro che a prendere la rincorsa dei sogni, tenere fra le dita il quadrante del suo orologio, portare il campo visivo al massimo, osservare mentre il bimbo e l'adulto andavano per la loro strada, incuranti di lui che li osservava.

Si fermà e guardando quella scena insignificante, ripensò a lei e a tutto il tempo che aveva sprecato a non far altro che a asognare un futuro, invece che a costruirlo, fattualmente.

Era vero, il tempo scorreva, se n'era reso conto alle 12.53 di un giorno mentre camminando aveva visto un bimbo e un adulto parlare mentre camminavano, per andare chissà dove.

S'era reso conto che erano felici da come erano incuranti di ciò che c'era intorno. Non stavano perdendo tempo, per volersi bene non si poteva perdere tempo. E s'era reso conto che tutto il tempo che era passato, era una scaletta che aveva percorso in un'ascesa che non poteva né rallentare, né accellerare, tantomeno non poteva fermarsi.


Quante volte aveva scelto di non vivere? Non avrebbe saputo dirlo.


Guardò l'ora e la guardò per chissà quanto, prima di riprendere a camminare, per andare a mangiare. Erano le 12.53, quando si era accorto che il tempo passa e tutto questo non sarà mai banale.
Era quello, vivere.

giovedì, dicembre 16, 2010

Elenchi - Life in Technicolor part 136

Mi piace elencare, mi fa sentire parte di qualcosa.

Mi piace dire le cose in serie, anche se non sono Fazio.

Mi piace fare elenchi che contengano soggetti molto distanti fra loro. 

Mi piace pensare in serie, perché oggi si è veloci tanto quanto si è arrabbiati: e allora, tanto vale far diventare la mente una catena di montaggio dei pensieri.

Mi piace fare elenchi perché un giorno un mio professoramico disse che mi venivano bene.

Mi piacciono gli elenchi, e mi piacciono di più da quando una mia amica mi ha chiesto cosa ci scrivo negli elenchi e io le ho detto che ci scrivevo le storie.

Mi piacciono le lunghe frasi con lo stesso incipit perché sono come l'Umanità: l'inizio è uguale per tutti, ma la fine non sai mai come sarà, sai solo che per ognuno sarà diversa.

Mi piace guardare i miei elenchi perché dentro ci stanno agevolmente pazienza, umiltà, rabbia e rancore, fame, sete, sonno, libidini e desideri, felicità, speranza, dolore, amnesie e apatia, senza che una pesti i piedi all'altro e viceversa, chiunque sia l'altro o l'una.

Mi piace immaginarmi come un lungo elenco di esperienze che messe in fila fanno una storia, la mia.

Mi piacerebbe un giorno leggere un elenco da Saviano, non per spirito d'emulazione ma perché, semplicemente, saprei che piacerebbe a tutti.

Non mi piacciono gli elenchi quando sono semplicemente una lunga serie di "sì" e "no", e soprattutto se i "no" battono i "sì" 314 a 311.

Mi piace scrivere in elenco, e leggere l'elenco che ho scritto, mi piace e lo faccio sempre con un piacere interiore che il più delle volte mi fa sentire come se disegnassi un albero e tutte le frasi fossero rami uno diverso dall'altro.

Mi piace scrivere in elenco quando sono stanco e non ho la forza di guardare oltre quella frase, quale storia si nasconda.

Amo molto cominciare gli elenchi, dicendo che mi piace qualcosa, perché cominciare un elenco dicendo: "Odio" mi fa sentire molto bimbominchia, o come preferiscono dire loro medesimi, bimbominkia.

Mi piacerebbe che le giornate fossero solo un elenco speciale, che alla fine ti pare di aver vissuto mille storie diverse.

Mi piace pensare che l'elenco più bello che ho scritto è quello che ancora devo scrivere, e mi piace pensare che anche se è scorretta questa frase è bellissima.

Ho voglia di scrivere tanti elenchi fino a che ci sia un elenco talmente lungo che si riveli una storia unica, irripetibile, con un filo conduttore e con tutti gli attanti narrativi del caso: non sarebbe più un elenco, ma sarebbe bello lo stesso.

Mi piacciono gli elenchi quando sono fatti di foto, ma anche quando sono solo fatti di parole.

Mi piace elencare, mi piace farlo in pace, e mi piace farlo quando cala il sole, quando si avvicina la sera, e quando sto per tornare a casa e ho fatto un sacco di cose diverse, che messe in fila sembrano un lungo elenco di una giornata che non può essere mai uguale a quella prima, e per questo è meravigliosa.

venerdì, dicembre 10, 2010

Essere il tutto - Marinella 02

Marinella e io camminammo su, fino al Ponte Isabella.  Avevamo cominciato a parlare come se niente fosse.

Lei era molto elegante, una donna d'altri tempi. Una donna retrò, e high tech allo stesso tempo. In grigio, era veramente uno splendore. 

Mi disse d'esser professionista, a me pareva molto professionale. Si fidò di me, chissà perché.

Ci fermammo alla ringhiera, mentre il cielo intorno era gelido. Le macchine sfrecciavano, e io parlavo di quel ponte come fosse la prima volta, anche se era l'ennesima.

Parlammo con Marinella e parlammo e parlammo e passò molto tempo. E il rumore era diventato un sottofondo, e c'era solo quella bella ragazza di fronte a me, e il tempo che era trascorso da quando ero sceso dall'ufficio non sapevo più dove fosse.

Marinella poi disse una cosa che mi piacque, disse che stare lì senza curarsi delle conseguenze era bello. Io le risposi che era bella anche lei, e ci baciammo, senza curarci di cosa poteva significare tutto ciò che stava capitando.

Parlammo ancora e non so se venne il pomeriggio, però ci rendemmo conto che entrambi ci sentivamo soli ed entrambi volevamo qualcosa di più di un ufficio o di un paltò lasciato appeso a un appendiabiti, quando il mondo è banale perché non ci sei tu a riempirlo. Lei mi citò una canzone di L'Aura, disse che c'era un verso che le piaceva, che recitava: "Ci sono cose che non passano mai come il bisogno d'amore, la voglia di stare bene... ", io le risposi che le cose banali sono sempre le più belle perché tutti le possono capire.
Come quella mattina, come il gelo di Torino e il suo cielo che è così azzurro perché è sopra Torino, con le montagne sullo sfondo e la speranza che ti aspetta in cima a corso Moncalieri o appena sotto la basilica di Superga.

Lei mi baciò di nuovo, disse che aveva paura di non stare bene mai più come in quella mattina che tutto ciò che ci circondava era diventato tremendamente inedito. Io la strinsi a me, era bella Marinella ed era bello il suo grigio, il suo caschetto nero e tutto sembrava retrò e profumato di quel gelido, affascinante spillo di mondo nascosto fra il Po e Ponte Isabella, il ponte che avevo raccontato per una vita ma mai come in quel momento e che sembrava il riassunto della mia vita, guardato e guardato e attraversato 1000 volte ma mai veramente vissuto fino a quel momento.

Ci prendemmo la mano e il tempo non era più tempo, ed era come litigare con il senso, era come essere una pietra e rotolare in basso quando la montagna scende a valle.

Fu così che capitò una cosa strana. Mi resi conto, come fosse la prima volta, che avevo voglia di volare, e buttarmi da quel ponte non sembrava esser così strano. Con la stessa foga con cui m'ero avvicinato al mio paltò, quando ero in ufficio, con la stessa stupida incuria delle conseguenze mi ero avvicinato a Marinella e avevo cominciato a parlarle e l'avevo baciata, ecco, con tutta la stessa insensata foga salii su un pilone.

La cosa divertente fu che Marinella salì con me. 

Non so se qualcuno provò a tenerci. So che però ci prendemmo la mano, e i nostri paltò si gonfiarono e quell'azzurro gelido e Torino e Ponte Isabella e il traffico e i miei sogni di trentenne e la bellezza di Marinella e il suo grigio e il suo caschetto nero e i nostri baci e la nostra voglia di stare bene in quell'attimo furono una cosa sola.

E senza chiederci cosa stesse capitando, banalmente, i nostri sguardi furono sulla stessa retta in direzione contraria e mai come in quel momento mi ero sentito vivo. E non so se stessi vivendo, stessi dormendo ed ero in procinto di svegliarmi, o se stavo per morire: so che però mentre i nostri piedi si staccarono dal pilone, sentivo gli sguardi della gente su di noi pieni d'invidia perché quel senso di Vita che ci pervadeva si poteva tastare nel freddo e si sarebbe potuto propagare come tutto l'inverno.

Fu meraviglioso volar via con Marinella, quell'attimo. Nel mezzo dell'azzurro del cielo di Torino, così freddo, così banalmente stupendo, così infinito, sul Po, fra Nord e Sud.

---- FINE ---- 

mercoledì, dicembre 08, 2010

Orazione civile del signor Luomoqualunque - Un racconto 16

Dove si trova l'essere? Dove si trova il senso? E come si può intraprendere la strada?

Il mio nome è signor Luomoqualunque, non sono uno che si distingue. Sono in mezzo a voi e lascio a voi ogni commento, del mio essere normale.

Non mi distinguo per l'abbigliamento, non mi distinguo per la cattiveria. Non protesto contro la carriera, non ho dubbi sul mio essere fra i tanti. Sono felice di essere onesto, buono, normale.

Il mio nome è Luomoqualunque, e sono di fronte ogni giorno a ognuno. Non so perché non ci si riesca più a indignare, non so perché la gente abbia dimenticato come si sogna. Io cerco di sognare, lo ripeto. Io cerco di parlare, ogni volta che me ne viene data possibilità. E sono zittito, da gente che urla più forte.

Non mi distinguo per un pensiero rivoluzionario, mi distinguo per essere normale. Sono manifesto di una cultura che è sorpassata, quella della sobrietà. Oggi vince chi è più fosforescente, e non splendente. Appare di più chi è più offensivo, e non chi è più inclusivo.

Sono Luomoqualunque e non sono buonista, sono uno che sa guardare, mi sento uno che ancora sa leggere. Il mio Stato sceglie di vessarmi senza contraddittorio. Il mio politicante sceglie la propria corrente in base ai soldi che il potente gli elargisce. Il mio giornalista non mi informa, mi racconta storie di regime. Il mio capo non mi ascolta mentre parlo. I miei amici sono uniformati a questo modo di fare, così opportunistico.

E voi, direte: "Sei banale, Luomoqualunque. Sei banale perché queste cose sono già note.". La domanda allora è: "Cosa serve, ancora, per indignarsi?".

C'è più cemento che alberi. Il cielo è più grigio che azzurro. Il mare e i fiumi sono più sporchi che puliti. Gli animali sono sempre meno. E la gente è sempre più diffidente. Vi sembra anche poco, oltre che banale?

Il mio nome è Luomoqualunque e voglio essere banale, voglio indignarmi per le cose semplici che non ci sono più. Voglio indignarmi per quello che è dato per scontato ma che oggi è messo in discussione.

Voglio indignarmi perché la gente riesce a preferire l'essere contorta all'essere lineare. Mi piace la linearità, mi piace guardare mentre si congiungono i punti A e B, senza curve, senza incroci.

Mi chiamo Luomoqualunque, ho dei sogni, non ho dimenticato come si fa a immaginare un mondo migliore. Un mondo che ha spazio per tutti. Ha spazio anche per voi, che non sapete più immaginarvi felici. 

Non sono banale, sono solo uno che ricorda come sono i sogni più gentili. Essere in mezzo alla folla non vuol dire non distinguersi, non ci si distingue se non si comprende la forza dell'Armonia.

Sono Luomoqualunque, non mi nascondo per piangere e per mostrarmi debole. Lo ammetto, lo sono: perché sono normale, per questo lo ammetto. Ma sono io, e mi basta così. Se non ti basta essere "io", allora significa che non ci sarà mai spazio per l'essere felici.

E' banale? Allora perché continuate a inseguire qualcosa in più ogni volta? Perché non vi accorgete che l'essere è prima di tutto Armonia? E' banale, avanti rispondete! 

Sono Luomoqualunque, in ogni dove troverete un pezzo di me. Eppure non c'è pericolo di essere banale, non c'è pericolo di essere confusi. Perché "io" appartiene solo a te, ce n'è uno, uno soltanto.

Un giorno in cui ero molto stanco, ho preso un pezzo di carta, e ho scritto: "Ho dato tutto. Tutto ciò che avevo. Se non è bastato, allora significa che non è la strada giusta. Ma è un problema che non mi appartiene, è solo un problema vostro.".

Con questa consapevolezza, mi rendo conto che posso andare avanti. Felice d'esser "io", con i miei limiti, stupendomi di me stesso quando sono bravo, trovando il modo di rialzarmi quando non lo sono stato, non lasciandomi coinvolgere dalla voglia fallace di emergere di chi non sa che la foga non aiuta ad emergere, ma solo ad implodere.

Sono Luomoqualunque, e volutamente ho parlato per ore di cose banali, cose dette, cose già dette da altri, cose ripetute e ripetute e ripetute. Perché alla fine, tutto torna a essere una domanda: "Dove si trova l'essere?". 

Se non siete riusciti a indignarvi per le cose che ho elencato, se non siete riusciti a sentirvi sospinti da dentro nella ricerca più semplice di voi stessi, allora la risposta ce l'avete già.

Banale, unica, vera e autentica. Sarà l'unica cosa che non vi dirò, per oggi: solo perché è feroce, nell'essere asettica e terribile.

Mi chiamo signor Luomoqualunque. Sono banale, sono vero, sono vivo, so urlare, ho paura e smetto di averne, mi piace l'affetto, mi piace l'amore, mi piace la vita, mi piace sorridere e far ridere, mi piacciono gli elenchi, mi piace la musica, mi piace emozionarmi, mi piacciono i film e il cinema, mi piacciono le storie, mi piace raccontare, mi piace discutere, mi piace informarmi, mi piace dormire e respirare, mi piace correre, mi piace giocare al calcio e giocare a dama, mi piace guardare cucinare mio papà, mi piace tenere in braccio mia sorella, mi piace tenere per mano una persona che amo, mi piace star qui e non fare nulla, mi piace la normalità, mi piace rotolare in mezzo alle mie parole e in mezzo alle vostre, e mi piacerebbe farlo ancora per ore.

Ma mi fermerò qui.

giovedì, dicembre 02, 2010

I Verdena, il 2000 e la rabbia di un ragazzo - Life in Technicolor part 135



Durante l'autunno del 2000, giravo per Torino, con i capelli lunghi, il tascapane con le scritte a pennarello e un pupazzo di Kenny, quello di South Park, la Kefia al collo, i pantaloni strappati. Avevo appena cominciato l'Università, credevo nell'uguaglianza e in generale in qualcosa, pesavo 50 kg quando pioveva perché mi bagnavo i vestiti, indossavo solo mute e mai giubbotti, portavo già l'orecchino, e usavo il walkman, con le cassettine che mi passava il mio amico Luca.  Avevo appena visto gli Smashing Pumpkins a Milano, il 29 settembre del 2000, ed ero così felice di averlo fatto che lo raccontavo a tutti (lui l'ho conosciuto proprio per quel discorso, al tempo che fu). Suonavo (o facevo finta, è meglio) in un gruppo che si chiamava Phobia, e che non aveva mai fatto un concerto. Mi piaceva leggere libri, tanti. E mi piaceva parlare, stare seduto sui marciapiedi, sognare, raccontare, anche se non sapevo come.

Ecco, il mio 2000 è un po' quello. Con le cassettine, e il ricordo di un gruppo, i Verdena. Non perché mi piacessero più di altri, ma perché raccoglievano i sabati sera passati in giro nel magico triangolo Hiroshima - Trans(ex)ilvania - Faster, che ancora stava in piazza Guala, con la mia prima spassomobile che poi era una scassatissima Panda 750 con un'autoradio che aveva solo il forward e che era stata ribattezzata simpaticamente Fisher Price. C'erano quelli della piazza. C'era un'aria diversa. Avevo 18 anni, sognavo amore e felicità. Sognavo in grande. Sognavo e basta, forse.


I Verdena sono stati il mio 2000 con quell'album omonimo, uscito un anno prima ma regalatomi da un'amica che in quel periodo li ascoltava. Con il freddo pungente uguale a oggi, con lo schianto del fumo come sempre di Pall Mall blu, con le lire e le birre bevute di fretta, il mio 2000 è stato di piante e stelle disegnate su un quaderno, con l'idea che fosse qualcosa più in là la vita, quella che sarebbe arrivata con la cazzo di istruzione, la speranza di scrivere e suonare e parlare alle persone e migliorare le cose, come si direbbe in un libro banale o una pellicola "trita e ritrita".


Era la rabbia di un mondo che non poteva andare peggio di allora. Che mi sembrava triste e irrecuperabile quando, con le cuffiette e quella cassettina dei Verdena, ascoltavo "Eyeliner" che è uno degli ultimi brani e pensavo che tutto prima o poi sarebbe finito, e sarebbe finito come quell'album, con una canzone triste e rabbiosa e persa fra altri mille brani tutti uguali.


Già allora, mi sentivo a tempo.


Già allora.


Siamo tutti a tempo. Siamo tutti in fase di scadenza, nell'esatto momento in cui nasciamo. Strano vero? Tutti lo sappiamo, ma tutti facciamo finta che non sia così. L'uomo è in realtà più vicino a una mozzarella che al David di Donatello, facendo della bassa ironia.


Mentre riascoltavo, casualmente, quelle canzoni di quell'album, suonato da un gruppo che ha fatto la storia solo per chi ha vissuto quei sei mesi in cui il loro video troneggiava su Brand New (MTV), ho ripensato alla data di scadenza che già nel 2000 mi sentivo addosso: mentre ricoperto dal gelo in un novembre passato a studiare per un esonero di economia politica (che poi passai al pelo) litigavo con mia madre e fottevo la mia giovinezza a chiedermi cosa fosse meglio fare per vivere.


Era la rabbia. Di un tempo che scorreva, che non si poteva fermare, che oggi riemerge nella sua pienezza fra le note di un riff di chitarra che non sarà tramandato ai posteri. La rabbia per i 18 anni delle occasioni perse all'inizio di un millennio che s'annunciava pieno di grandi cose, e che dieci anni dopo si rivela come quello del saldo dei conti, con la natura, con la giustizia, con i poveri, gli affamati, i musulmani, i tibetani, il Venezuela di Chavez e i popoli africani, i ricchi in spirito, i mafiosi e gli speculatori.


Un ragazzo allora guardava il futuro e immaginava il futuro come etereo, senza data di scadenza. Ero io, avvolto nella mia kefia, che riuscivo a sedermi su ogni marciapiede, bastava che con me ci fosse un amico o il mio walkman: perché il mondo sapevo apprezzarlo anche nella polvere, più di oggi, senza dubbio.


La settimana scorsa, ho ripreso quella kefia e l'ho indossata di nuovo. Erano anni che la tenevo chiusa in un cassetto. Allora ho anche aperto YouTube, che dieci anni fa non c'era, e ho cercato i Verdena.


Ho chiuso gli occhi, ho riassaporato la stessa rabbia di allora, perché oggi come allora tutto è uguale. Il mondo non ha ancora preso coscienza d'essere a tempo, e io non ho potuto far altro che rimanere al palo, impotente. Credevo d'avere nelle mie mani la forza della mia gioventù, era l'illusione che potessi fermare il tempo, urlare, sfogarmi, farmi sentire, e poi sparire.


Quelle mani invece erano vuote: il tempo è passato, io non ho gridato, la gente non mi ha ascoltato, non mi sono sfogato. Ma sono sparito, o almeno: quel fRa è sparito. Oggi c'è un uomo quasi trentenne che si guarda alle spalle e, riascoltando un gruppo rock assolutamente normale, riassapora quel tempo e lo scopre suo. 

Nonostante l'odio immotivato e il qualunquismo più spinto che ancora oggi mi fa sentire vero, quel ragazzo lo ritrovo nello specchio nei miei occhi di quasi trentenne. Quel respiro e quella voglia di emergere, di cambiare le cose con la sola forza delle mie mani. Le mie mani, ancora piene di anelli, diversi da quelli di allora, l'unica cosa che mi sembrano uguali quando vedo il mio corpo, ingrossato, gonfiato, più possente ed ugualmente debole per sostenere ogni prova.


Nemico della razionalità, ipocondriaco sempre, debole nei nervi, sensibile alle mancanze di rispetto, impossibilitato a portare rancore, ancora estremamente permaloso. Tutto uguale a dieci anni fa: come la rabbia verso Berlusconi, solo con qualche motivo in più. 

Solo Torino non è mutata, nonostante le troppe gru che hanno edificato condomini inutili negli ultimi dieci anni: lei sì che mi sembra sempre bella uguale.


Mi sento migliore? No. Mi sento diverso. E uguale, allo stesso tempo. Pagherei per tornare ad allora. Pagherei per essere io, ora, ma allora. E se non capite il senso della frase, pazienza: un senso ce l'ha, eccome. È banale, si capisce: ma negate di avere anche voi questo desiderio?