giovedì, dicembre 02, 2010

I Verdena, il 2000 e la rabbia di un ragazzo - Life in Technicolor part 135



Durante l'autunno del 2000, giravo per Torino, con i capelli lunghi, il tascapane con le scritte a pennarello e un pupazzo di Kenny, quello di South Park, la Kefia al collo, i pantaloni strappati. Avevo appena cominciato l'Università, credevo nell'uguaglianza e in generale in qualcosa, pesavo 50 kg quando pioveva perché mi bagnavo i vestiti, indossavo solo mute e mai giubbotti, portavo già l'orecchino, e usavo il walkman, con le cassettine che mi passava il mio amico Luca.  Avevo appena visto gli Smashing Pumpkins a Milano, il 29 settembre del 2000, ed ero così felice di averlo fatto che lo raccontavo a tutti (lui l'ho conosciuto proprio per quel discorso, al tempo che fu). Suonavo (o facevo finta, è meglio) in un gruppo che si chiamava Phobia, e che non aveva mai fatto un concerto. Mi piaceva leggere libri, tanti. E mi piaceva parlare, stare seduto sui marciapiedi, sognare, raccontare, anche se non sapevo come.

Ecco, il mio 2000 è un po' quello. Con le cassettine, e il ricordo di un gruppo, i Verdena. Non perché mi piacessero più di altri, ma perché raccoglievano i sabati sera passati in giro nel magico triangolo Hiroshima - Trans(ex)ilvania - Faster, che ancora stava in piazza Guala, con la mia prima spassomobile che poi era una scassatissima Panda 750 con un'autoradio che aveva solo il forward e che era stata ribattezzata simpaticamente Fisher Price. C'erano quelli della piazza. C'era un'aria diversa. Avevo 18 anni, sognavo amore e felicità. Sognavo in grande. Sognavo e basta, forse.


I Verdena sono stati il mio 2000 con quell'album omonimo, uscito un anno prima ma regalatomi da un'amica che in quel periodo li ascoltava. Con il freddo pungente uguale a oggi, con lo schianto del fumo come sempre di Pall Mall blu, con le lire e le birre bevute di fretta, il mio 2000 è stato di piante e stelle disegnate su un quaderno, con l'idea che fosse qualcosa più in là la vita, quella che sarebbe arrivata con la cazzo di istruzione, la speranza di scrivere e suonare e parlare alle persone e migliorare le cose, come si direbbe in un libro banale o una pellicola "trita e ritrita".


Era la rabbia di un mondo che non poteva andare peggio di allora. Che mi sembrava triste e irrecuperabile quando, con le cuffiette e quella cassettina dei Verdena, ascoltavo "Eyeliner" che è uno degli ultimi brani e pensavo che tutto prima o poi sarebbe finito, e sarebbe finito come quell'album, con una canzone triste e rabbiosa e persa fra altri mille brani tutti uguali.


Già allora, mi sentivo a tempo.


Già allora.


Siamo tutti a tempo. Siamo tutti in fase di scadenza, nell'esatto momento in cui nasciamo. Strano vero? Tutti lo sappiamo, ma tutti facciamo finta che non sia così. L'uomo è in realtà più vicino a una mozzarella che al David di Donatello, facendo della bassa ironia.


Mentre riascoltavo, casualmente, quelle canzoni di quell'album, suonato da un gruppo che ha fatto la storia solo per chi ha vissuto quei sei mesi in cui il loro video troneggiava su Brand New (MTV), ho ripensato alla data di scadenza che già nel 2000 mi sentivo addosso: mentre ricoperto dal gelo in un novembre passato a studiare per un esonero di economia politica (che poi passai al pelo) litigavo con mia madre e fottevo la mia giovinezza a chiedermi cosa fosse meglio fare per vivere.


Era la rabbia. Di un tempo che scorreva, che non si poteva fermare, che oggi riemerge nella sua pienezza fra le note di un riff di chitarra che non sarà tramandato ai posteri. La rabbia per i 18 anni delle occasioni perse all'inizio di un millennio che s'annunciava pieno di grandi cose, e che dieci anni dopo si rivela come quello del saldo dei conti, con la natura, con la giustizia, con i poveri, gli affamati, i musulmani, i tibetani, il Venezuela di Chavez e i popoli africani, i ricchi in spirito, i mafiosi e gli speculatori.


Un ragazzo allora guardava il futuro e immaginava il futuro come etereo, senza data di scadenza. Ero io, avvolto nella mia kefia, che riuscivo a sedermi su ogni marciapiede, bastava che con me ci fosse un amico o il mio walkman: perché il mondo sapevo apprezzarlo anche nella polvere, più di oggi, senza dubbio.


La settimana scorsa, ho ripreso quella kefia e l'ho indossata di nuovo. Erano anni che la tenevo chiusa in un cassetto. Allora ho anche aperto YouTube, che dieci anni fa non c'era, e ho cercato i Verdena.


Ho chiuso gli occhi, ho riassaporato la stessa rabbia di allora, perché oggi come allora tutto è uguale. Il mondo non ha ancora preso coscienza d'essere a tempo, e io non ho potuto far altro che rimanere al palo, impotente. Credevo d'avere nelle mie mani la forza della mia gioventù, era l'illusione che potessi fermare il tempo, urlare, sfogarmi, farmi sentire, e poi sparire.


Quelle mani invece erano vuote: il tempo è passato, io non ho gridato, la gente non mi ha ascoltato, non mi sono sfogato. Ma sono sparito, o almeno: quel fRa è sparito. Oggi c'è un uomo quasi trentenne che si guarda alle spalle e, riascoltando un gruppo rock assolutamente normale, riassapora quel tempo e lo scopre suo. 

Nonostante l'odio immotivato e il qualunquismo più spinto che ancora oggi mi fa sentire vero, quel ragazzo lo ritrovo nello specchio nei miei occhi di quasi trentenne. Quel respiro e quella voglia di emergere, di cambiare le cose con la sola forza delle mie mani. Le mie mani, ancora piene di anelli, diversi da quelli di allora, l'unica cosa che mi sembrano uguali quando vedo il mio corpo, ingrossato, gonfiato, più possente ed ugualmente debole per sostenere ogni prova.


Nemico della razionalità, ipocondriaco sempre, debole nei nervi, sensibile alle mancanze di rispetto, impossibilitato a portare rancore, ancora estremamente permaloso. Tutto uguale a dieci anni fa: come la rabbia verso Berlusconi, solo con qualche motivo in più. 

Solo Torino non è mutata, nonostante le troppe gru che hanno edificato condomini inutili negli ultimi dieci anni: lei sì che mi sembra sempre bella uguale.


Mi sento migliore? No. Mi sento diverso. E uguale, allo stesso tempo. Pagherei per tornare ad allora. Pagherei per essere io, ora, ma allora. E se non capite il senso della frase, pazienza: un senso ce l'ha, eccome. È banale, si capisce: ma negate di avere anche voi questo desiderio?


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