venerdì, dicembre 31, 2010

Il posto di fianco a me - Un racconto 19

Tam tam tam tam. Tum tum tum tum. Il treno che passava. Ancora, il rumore del ritorno.


Stavo seduto scomposto, in quello scomparto fetido di treno seconda classe. Quando alla Stazione Centrale di Milano ero salito sul convoglio, avevo scelto come al solito il posto vicino al finestrino. Mi sarebbero passate prima, pensai, quelle due ore di viaggio, fino a Torino.


Poi il treno era partito, e si era fermato.


Un'ora, a Milano Certosa. Ci eravamo fermati e sapevamo solo che era per un problema alla stazione di Rho. Poi il convoglio era ripartito, e io, con lui, avevo ripreso a sperare di arrivare a casa. Stanco, scalpitante solo interiormente di tornare a casa. Il corpo, lo sentivo affaticato.


Tenevo il viso a pochi millimetri dal finestrino, tutto sporco.  Era come se la polvere si fosse calcificata sulla superficie in striature marroncine colate dall'alto. Tutto era ovattato alla vista, ed era meraviglioso pensare al tutto come a un alimento rinchiuso in una pellicola, che messo nel freezer pian piano muore una seconda volta.


Guardavo fuori. Pensavo. Riflettevo. Non saprei dire quale sia la parola per dire cosa si fa quando si guarda fuori dal finestrino di un treno. Si immagina come potrebbe essere se, di solito.O forse si sogna ad occhi aperti, e basta.


A me era sempre piaciuto farlo, anche se era strano. Ho sempre pensato che guardare fuori da un finestrino e pensare, non è neanche così originale. Lo faceva anche lo slavo seduto di fronte a me, che era salito a Milano Centrale poco prima della partenza con la moglie, una mulatta ispanica. 


Fra loro parlavano mezzo spagnolo, mezzo slavo. Li avevo sentiti entrambi parlare un italiano smunto solo quando erano arrivati e avevano chiesto grazie, scusi, permesso, mentre passavano nel corridoio fra le file di sedili. Poi, avevano issato il loro piccolo bagaglio in quelle specie di mensole piene di fessure che stanno sui treni di seconda classe, e si erano seduti di fronte a me. Senza chiedere se era libero, guardandomi a malapena. Quando s'erano seduti, lei aveva scelto il posto di fronte a me, mentre il marito stava in quello al fianco. Erano sposati, ne ero certo, portavano due anelli identici all'anulare sinistro. 

Quando il treno partì, lei dormiva, mentre lui guardava fuori. Ogni tanto giravo lo sguardo, ci guardavamo, poi tornavamo a guardare fuori tutti e due.


Quel paesaggio era di tutti e due, eppure mentre lo guardavamo sembrava volessimo sancirne una proprietà. Come se volessimo sottolineare che tutto quello che vedevamo apparteneva solo a uno o all'altro. Il paesaggio, pensavo, non è mai esclusivo. Lui, nel suo idioma, certo pensava lo stesso.


Guardavo fuori la nebbia che calava, il gelo che si posava, le campagne silenziose che, altrettanto silenziosamente, venivano attraversate dal tempo. Tam tam tam, tum tum tum, onomatopee spente di un treno che piano e risoluto tagliava in due quella campagna. All'esterno, ero sicuro, quello del locomotore e dei vagoni era l'unico suono. In mezzo al nulla e al vuoto.


Che roba banale, la nebbia. Lo slavo non si lasciò portare dietro la sua banalità, si addormentò prima. La moglie, bellissima, dormiva e ogni tanto gli allungava la mano sulla gamba, sfiorandogli il ginocchio. Anche loro erano banali, anche se mi sembravano bellissimi tutti e due e non sapevo il perché.


Il posto di fianco a me, invece, era libero. Quando distoglievo lo sguardo dalla nebbia, guardavo quel sedile vuoto. E non sapevo perché, speravo che qualcuno si sedesse. Ma lì di fianco a me nessuno s'accomodava. 

C'era una signora seduta nell'altra fila di sedili, che mi guardava dall'inizio del viaggio. Sorrideva, forse, o forse era una mia impressione. Io però non corrispondevo il suo sorriso, facevo finta di niente e non la guardavo.


Stavo di più nella nebbia. La guardavo e pensavo che era così normale, sentirsi spersi in lei. Come era normale sentirsi sporchi su quel sedile puzzolente che era stato di tanti viaggiatori diversi, che come me avevano scelto il posto vicino al finestrino per guardare nel ritorno a Torino le gru di Milano trasformarsi nelle campagne nebbiose che abitavano quel paesaggio guardato da tutti ma di nessuno. Normale come quando, mentre si guarda fuori da un treno di seconda classe, si ha la sensazione di volersi fare una doccia, e più ci si pensa, più ci si sente sotto il getto d'acqua bollente, che è così calda e avvolgente solo a casa propria, e si assapora quella voglia di essere già arrivati, per riposarsi.


Ripensai a tutte le volte che in mezzo a una pinacoteca, fra la gente che guarda i quadri e tutti stanno ammassati ad ammirare la bellezza di un quadro, ci si sente così stanchi all'improvviso, ci si siede su un divanetto scomodo e improvvisamente si sente il bisogno di tornare a casa. 


Quella necessità di andarsene era la stessa di quando si guarda la nebbia da un finestrino di un treno. La voglia di essere in un posto dove si potesse stare bene, essere liberi di lasciarsi andare al sonno senza aver paura di quando si arriverà a destinazione, quando si è obbligati a scendere dal treno, perché il viaggio è finito.


Lo slavo si svegliò di soprassalto, si guardò intorno. La moglie aprì gli occhi, si girò e gli disse una frase nella loro lingua. Non capii cosa si dissero, li guardai solo con la coda dell'occhio.
La nebbia era bella, e fredda. Mancava ancora tanto tempo per arrivare a Torino, mi sentivo così solo.


Passò il controllore, a chiedere i biglietti, fu l'unico a chiedermi se vicino a me c'era qualcuno. Ma il posto di fianco a me era ancora vuoto.

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