lunedì, dicembre 20, 2010

Sei a tempo e non lo sai - Un racconto 17

Era logico che una scoperta tanto travolgente lo segnasse per sempre.

Era logico nello stesso momento in cui si verificava. 

Aveva aperto gli occhi e s'era segnato il momento in cui si era accorto come il tempo stesse scorrendo, passandogli intorno, scivolandogli fra le dita, si sarebbe scritto in un romanzo Harmony, come sabbia finissima.

Era lo stesso, impassibile senso di perdita che si prova quando fumi e la Pall Mall è a tre quarti, poco prima del marchio che separa il resto dal filtro. E tu, purtroppo per te, hai ancora voglia di fumare.

Era logico che quindi, trovandosi perso nel bel mezzo del nulla, non potesse far altro che fermarsi a guardare l'ora e memorizzare quel momento.

La città in quel momento di mezzo inverno, separata da una sottile patina di stagione autunnale che andava paurosamente verso il destino temporal cronologico, planetario e lunare, spettacolare e in loop da quanto il tempo stesso esistiva: il malefico solstizio invernale.

Lui stava fermo sul ponte, guardava gli altri passare e la città intorno era l'ennesima proposta di una replica già vista, fatta del suo voler essere originale, satura di sogni spersi. Era logico capire che era tutto a scadenza, lui, il suo orologio che teneva fra le dita, e tutto quello che gli ruotava intorno.

Sembrava un busto di riace fatto d'ottone e materia organica, di quelli che ammiri nei musei: fermo, ritto in piedi, con l'orologio fra le dita, i piedi ben piantati per terra, l'espressione inebetita di fronte ai passanti, muto.

Era bastato sfiorare un pensiero, ignobile per quanto s'era insinuato nelle altre domande: era emerso guardando sull'altro lato della strada, passare due persone, un bimbo e un adulto, guardarle parlottare fra loro incuranti del resto.

S'era ricordato di quando era bambino, e scartava con una palla fatta di carta e scotch il gattino della mamma, che qualche tempo dopo sarebbe scappato dopo che qualcuno gli aveva pestato la coda. S'era ricordato delle sere passate sul divano sdraiato con lei, la sua lei, che s'addormentava mentre guardavano American Beauty per la quinta o sesta volta. Lei era bellissima, mentre si lasciava andare al sonno e lui la legava a sé, e sentiva dentro il moto ondoso di un pianto irregolare, segno che era felice, o che era triste perché ogni secondo trascorso era un passo in più fatto verso la morte.

Strepitoso, è vivere pensava fra sé mentre quei due esseri umani gli scorrevano avanti, e lui rimaneva impalpabile, impassibile, etereo, perso fra il suo sguardo e l'equilibrio corrosivo della città.

Aveva guardato l'ora, erano le 12.53, era tempo di andare a mangiare. Ma non riuscì a fare altro che a prendere la rincorsa dei sogni, tenere fra le dita il quadrante del suo orologio, portare il campo visivo al massimo, osservare mentre il bimbo e l'adulto andavano per la loro strada, incuranti di lui che li osservava.

Si fermà e guardando quella scena insignificante, ripensò a lei e a tutto il tempo che aveva sprecato a non far altro che a asognare un futuro, invece che a costruirlo, fattualmente.

Era vero, il tempo scorreva, se n'era reso conto alle 12.53 di un giorno mentre camminando aveva visto un bimbo e un adulto parlare mentre camminavano, per andare chissà dove.

S'era reso conto che erano felici da come erano incuranti di ciò che c'era intorno. Non stavano perdendo tempo, per volersi bene non si poteva perdere tempo. E s'era reso conto che tutto il tempo che era passato, era una scaletta che aveva percorso in un'ascesa che non poteva né rallentare, né accellerare, tantomeno non poteva fermarsi.


Quante volte aveva scelto di non vivere? Non avrebbe saputo dirlo.


Guardò l'ora e la guardò per chissà quanto, prima di riprendere a camminare, per andare a mangiare. Erano le 12.53, quando si era accorto che il tempo passa e tutto questo non sarà mai banale.
Era quello, vivere.

Nessun commento: