lunedì, gennaio 31, 2011

Non saprei che dire - Life in technicolor part 143



La solitudine fa paura per partito preso. Forse solo perché intorno a te senti il vuoto e hai paura che qualcuno ti spunti da dietro le spalle, a farti del male.

Che poi che significa farti del male? Ho conosciuto talmente tante persone cattive solo per il gusto di esserlo che ancora oggi mi chiedo che significhi farti del male.

Vuol dire fare il falso. Vuol dire fare l'indifferente. Vuol dire schiacciarti con un piede la testa. Vuol dire talvolta smollarti senza porti domande, sia tu amico o fidanzato, o genero o cognato. Vuol dire chiederti soldi, anche se non ne hai, sapendo che sarà una richiesta che procurerà solo dolore. Vuol dire ignorarti, non considerarti, sparare fra la folla dei tuoi sentimenti e usare brutte parole per guardarti negli occhi.

Ecco, tutto questo è fare del male, messo in riga da un elenco di cose che non vorresti mai dire, in una sera in cui hai voglia, tu tu che leggi, di fare l'amore e di bere e di sbragarti poi su una spiaggia assolata, poi di parlare e sentire che stai edificando, poi mandare a 'fanculo quest'Italia di merda e non sentirti qualunquista, scrivere tu la parola "fine" alla storia più bella che puoi trovare fra le vie sporche della città, fra la gente di un colore diverso seduta di fianco a te sul pullman, gente che prenderesti a manganellate solo perché la trovi diversa poi gli guardi gli occhi e sì, li riscopri uguali ai tuoi.

Sono forti gli occhi, parlano per te. Come i sorrisi, non rinunciano a ricordarti che un uomo è un uomo e basta. I bimbi sorridono tutti uguali, il problema è che oggi la gente non si ricorda neanche che per un certo periodo della vita si è bimbi.

Fare del male, rimane sospeso il concetto? Certo che sì, io lo lascio sospeso in una notte in cui elenco immagini, sensi, penso alla cattiveria, non so perché penso alla cattiveria, penso che la cattiveria ti torna indietro, in un modo o nell'altro essere cattivi è la maledizione che ritorna, volente o nolente, torna il male che fai perché non c'è causa sufficiente per mancare rispetto al mondo e a chi lo abita.

Dice una voce che sento da tempo, che il Male è solo una forma d'espressione, si è cattivi perché è un modo per ritagliarsi lo spazio d'urlare disperazione, io non so sia così, io so che c'è senso ad essere buoni e non cattivi. Poi c'è gente cattiva, gente che ritrai nella migliore delle pose, poi diventa solo pasta per i tuoi incubi.

Io so che c'è tanta di quella cattiveria che la posso respirare, mi infastidisce, vorrei stare tutta la vita in un posto dove si respiri solo aria pura, e dove fumare non faccia male, e dove ci sia spazio anche per essere cattivi senza esserlo.

Poi però mi sveglio, stasera non saprei bene cosa dire di diverso, se non mettere in fila un elenco di parole, queste che hai appena letto, che sono il frutto di me, seduto alla mia poltrona, da solo, che non so far altro che pensare che essere da soli è difficile.

Stasera sono da solo, è solo questa la cosa difficile da accettare.



domenica, gennaio 30, 2011

La luce dal basso - Un racconto 31

Charlotte guardava il suolo imbiancato dalla fitta nevicata della sera. Era stata improvvisa, gelida, strana, quella perturbazione che in un sabato pomeriggio aveva raccattato le residue speranze di vedere la neve in quell'inverno e s'era tramutata in quella moquette fatta solo di macchie grigie, che venivano riempite dal continuo crollare di fiocchi.

Stava là, guardando il manto stradale scivoloso, separato dai segni di qualche pneumatico e di un paio di vecchi c'avevano portato fuori il cane a passeggiare, e si chiedeva perché la neve facesse bene alla notte.

A Charlotte piaceva pensare che quel suo rendere l'oscurità più lucente facesse fare alla neve un salto nella percezione della gente, andando ad accendere il senso di amore, di gioia, di speranza, altrimenti perso nel buio di un'anonima sensazione, quella del gelo fermo, statico, amorfo.

Amava per questo la neve.

Sentiva il brivido di freddo acquietarsi mano a mano che si faceva più fitta e silenziosa, meno marcata nel rumore ma più compatta nella precipitazione. Era la neve a colpire il terreno, silente, matura, albina e decisa, e il terreno l'accoglieva, la abbracciava, silente come era il suo cadere.

Charlotte ne amava la silenziosa dispersione: amava andare a raccogliere con lo sguardo il flebile raggio di luce che fredda si dipanava dal riflesso, artificiale di lampione e vero di luna. L'amava perché gli ricordava l'immaginazione, stimolata dal senso isterico della mente a cercare negli imput esterni un motivo per mettersi in moto. E la mente, diventava silenzioso specchio di quegli imput, proprio come la neve.

Charlotte pensava alla neve e rivedeva sè stessa, in quel riflesso. Nei suoi amori, nelle sue scelte, rientrava quel suo essere specchio di qualcuno, poco incline ad assorbire la luce di altri, sempre pronto a respingerla. Quel suo essere refrattaria ad accettare, la faceva sentire sola.

Dalla sua finestra, la neve sembrava cadere senza sosta. Charlotte la guardava nel buio della sua stanza e nel silenzio di una notte che sembrava sarebbe stata raccolta tutta in quel docile cadere. Sorrideva, immaginando di come avrebbe voluto capire come smettere di riflettere, proprio come faceva la neve.

Nel mentre, in un'altra stanza, in un'altra casa, Thomas filtrava quella luce e si sentiva come in grado d'assorbirla tutta. Odiava il fatto che la neve sapesse rendere la notte più luminosa, ma non perché non gli piacesse, ma perché gli sembrava che annullasse la bellezza insita nel buio dell'oscurità. Lui, che era in grado d'assorbire tutto, avrebbe voluto cominciare a riflettere anche lui i raggi di luce.

Guardava dalla sua finestra il paesaggio bianco e silenzioso, e s'interrogava, chiedendosi come lui non fosse in grado di farlo, subendone il fascino al punto da odiarne l'esistenza.

Sognava la caparbietà della terra ad accogliere quel mondo che nasceva dal depositarsi della neve, il saper accettare il buio che diventava giorno, il cielo che s'arrossava artificiosamente. La sognava mentre immaginava un bacio non dato, rimasto a metà fra un momento e un solco di pneumatico che tagliava in due il piccolo strato bianco sull'asfalto.

Sì. Odiava la neve perché voleva essere come lei. 

Charlotte e Thomas guardavano nello stesso momento la notte nevicare, mentre la neve cadeva e li osservava sognare. Tutto era silenzio, ed era bianco, ed era luce riflessa e artificiale. E in quella musica silenziosa, la notte proseguiva nei sogni di due persone che non si conoscevano.


mercoledì, gennaio 26, 2011

Nothing happens, if you don't imagine it before - Un racconto 30

C'è tanta gente, sul bus. Sono schiacciato fra due indiani, o saranno pakistani, uno si gratta il naso e poi si tiene ai pali, l'altro è avvolto in una specie di sciarpa di poliestere sporca, e sorride.

Questo sciopero ha riempito il bus, è l'unico che è passato in un'ora. C'è una signora con gli occhiali rossi, poco distante da me, ha i capelli biondi tutti schiacciati sulla spalla di uno grosso, vestito con una giacca piena di macchie di vernice, con la faccia da slavo.

C'è odore di chiuso, qui. Guardo fuori, poi guardo tutta questa gente schiacciata, sembriamo bestie. Sono le sei, per tornare a casa siamo pecore che vanno nella stalla dopo aver preso aria. La città è un grosso recinto, ma dov'è il capobranco? E dov'è, il Pastore?

C'è tanto di te, in questo caos. Come quando penso a cosa ti direi, se fossi una storia e fossi libera d'essere scritta da me. Ti parlerei di come è stato difficile pensarti, ogni giorno, formulando il pensiero. Ti spiegherei che ti ho amato da prima che arrivassi sulla mia pagina, quasi non fosse un amore ma una concezione.

Di fianco sbuca qualcuno, è un signore basso, sulla quarantina, è l'unico che sorride. Spinge, mi chiede scusa, poi dice a una signora che deve scendere e sorride anche a lei. I due pakistani si spostano, uno mi fa cenno con la mano di sedermi, come a dire "Finalmente", e sorride pure lui. Io gli faccio "no" con la testa, sembra che gli dica "vada pure lei" e infatti lui nuovamente fa un cenno d'assenso con la testa e si siede. L'altro si gratta il naso e si mette vicino a lui, e parlano in una lingua strana, non li capisco.

Fuori c'è tanta calca, ci sono negozi illuminati con lucine che lampeggiano "pizza", "scarpe", e poi in grande, su campo blu, appare "COMPRO ORO". Sono immagini vecchie, sembrano uscite da Robocop, e penso a quelli che entrano in quegli squallidi posti dove si comprano i ricordi di famiglia, per mettere da parte i soldi. Penso che la disperazione è squallida, oltre che ingiusta.

Poi respiro il respiro degli altri, il bus non si scompone, è pieno come fosse appena partito ma siamo nel mezzo del viaggio. Fa una fermata, sale un'altra mandria di pecore cittadine, una signora con i capelli biondi ma più lisci di quella poco distante da me rimane fuori, non osa entrare. In compenso sono entrati altri due con la faccia da straniero, sembrano anche loro slavi, si mettono vicino a due ragazzi che si baciano, lui è grosso, sembra anche cattivo all'apparenza, lei ha gli occhiali ed è bassina, si tiene al mancorrente in alto, e lui prima di baciarla sulle labbra le bacia il polso, poi s'abbassa e le schiaccia le labbra con passione, sembrano usciti da un'altra storia.

Per loro sembra che lo spazio non sia un problema, loro sono lì e si fanno bastare quello che hanno.

Una volta mi hai chiesto a quante persone avevo dedicato la stessa canzone. Era stata una sera che avevamo vissuto insieme. Ho ripensato a così tante volte a quella domanda, era una di quelle domande che avrei posto a tutti i personaggi delle mie storie, di quelle inventate, di quelle vissute. 

Ti risposi che c'era una canzone per ognuno. E tu non so se ci hai mai creduto, che tutto quello che avevo provato, era stato un episodio. Un pilota, era tutta una scena. Ma era bello, forse, anche avere il tuo dubbio, che ci fosse tattica nei miei gesti, ripetitività nelle sensazioni.

Quella sera poi finì diversa da questa, stasera sono incastrato su un bus pieno, c'è gente, c'è confusione, ed è come fossero tutte quelle canzoni che ho dedicato insieme a dirmi che ora avrei voglia di uscire e correre invece che stare chiuso qui.

Qualcuno starnutisce dal fondo del convoglio, non so da dove, sembra che il pullman sia solo una specie di serpe sull'asfalto, gl'ammortizzatori si contraggono e si lasciano andare, rimbalziamo e con noi i pensieri di tutti quelli stipati insieme a me. La via è lunga, le macchine stanno tutte parcheggiate storte in doppia fila, sento una voglia banale, come di correre, la sentono tutti quelli che rimangono chiusi in un mezzo pubblico, pigiati fra gente che non conoscono, ma poi la sopprimono, si ricordano d'essere stanchi e quando scendono dal bus non pensano ad altro che al divano. 

Io però ci penso, a correre, penso che quando corro penso Ricordo, e sogno.

Ora che sono sul pullman, voglio fare quello, voglio correre e sognare all'aria aperta.

Poi però mi ricordo d'esser qui, in mezzo alle persone. Comincio ad odiare gli odori degli altri, quelli di carne viva e vissuta da ore e ore di lavoro. Sentirsi parte della gente, dicono tutti che sia bello, poi ti riscopri come una bestia, schiacciato. 

Una signora parla al cellulare, è seduta poco distante da noi, la sentiamo tutti mentre impreca contro chissà chi, e sento che a nessuno interessa quello che sta dicendo. 
Siamo come questo pullman, io ho mille storie ancora da pensare, ma non le penserò mai. Non sono in grado di ricordare tutti i pensieri che ho fatto, ho scordato da tempo tutte le storie che avevo deciso di scrivere. Chissà se tu, che sei stata tanto vicino a me, hai avuto quello stesso desiderio.

Come non potrò mai conoscere, e amare, tutte queste persone che affollano questo bus, una sera in cui uno sciopero mi ha obbligato a rimanere pinzato fra due pakistani, ad ascoltare le parole di altri, a guardare attendendo l'arrivo la via che scorre da sola, con i negozi che filtrano dai finestrini e sembrano usciti da un film di fantascienza anni '80, con le macchine in doppia fila, tutto dritto, con la strada che non cambia.

Guardo fuori, riconosco il paesaggio anche se è tutto diverso da come lo ricordavo. Sto arrivando a casa, solo. E quando arriverò non riuscirò a scrivere neanche una parola fra tutte quelle che ti avrei voluto dire, fra tutte le storie che t'avrei voluto dedicare.

NB: Il titolo è tributo al frutto di un lavoro (a cui ho dato un minimo apporto) di uno dei miei mentori e maestri, nonché fra i migliori amici, Gianluca Pallaro. Grazie Luca per avermi regalato una delle frasi più belle della mia vita. 


domenica, gennaio 23, 2011

La domenica sera - Un racconto part 29

Stavamo seduti uno di fianco all'altro, in macchina. Marco aveva messo su della musica tipo reggae, a me non era mai piaciuta. Stavamo zitti, e guardavamo l'ora.

- Oh, sono le 18.30.

Lui prese il cellulare, pigiò un tasto e il display s'illuminò.

- Già, cazzo.

Tornammo a stare zitti, poi presi io il cellulare e cominciai a scorrere la rubrica.

- Cazzo di domenica sera, ci rimane solo la rubrica.
Io lo guardai, e sorrisi.
- E non chiamare nessuno.
- C'hai ragione. Alla fine è sempre così.
- Cosa?
- Che non chiamiamo mai nessuno. Ti senti sempre solo, e non fai niente per cambiare la condizione.

Scorrendo i nomi ero arrivato alla "M". Mara Mara Uni Marcella MarcyCoop MarcoBrother MarcoSazza Manu Manuela Uni Manu Casa...

- Che poi sai qual è la cosa, socio? Che io 'sta gente manco la chiamo, cioè, non la chiamo da una vita.
- Ma pure io. Cazzo serve avere una rubrica piena di gente che tanto non la chiami mai.

Smisi di pigiare sul cursore e gli posi una domanda, una di quelle che ti poni sempre e che non hanno risposte.
- Che poi perché non la chiami, 'sta gente?

Lui mi guardò, e poggiò le mani sul volante.
- Boh, alla fine che cazzo hai da dirgli a uno che non vedi da mesi, anni? Gli dici che sei tu, gli dici che fai, se è una donna magari te la volevi fare fino a qualche anno prima ma tanto è inutile, non ce n'era prima non ce n'è ora che son passati magari anni, no?
- Sì, alla fine sì.
- E' un problema di cosa devi dire, che non sai che dire.
- La cosa brutta è quella, Marc.
- Che non sai che dire?
- Quello. Sembra una minchiata, che non sai che dire a uno o a una che c'è stato un momento in cui gli hai chiesto il numero, no? Però è brutto.
- E' brutto cosa?
- Quello. Che non sai che dire a una persona che almeno quella volta lì ti sei interessato a dire qualcosa, tipo non so: "Oh dammi il numero che ci facciamo una birra una sera di queste" e poi magari ci saresti andato sul serio, a farti una birra. Poi però non vi siete sentiti e amen, è finita così.
- Sì vabbè, ma non è che è solo colpa tua, no?
- No infatti. Poi ti ritrovi che quella chiamata non l'hai fatta, quel messaggio non l'hai inviato, insomma quel numero non t'è servito a un cazzo di niente, no? E ti ritrovi così, la domenica sera nel parcheggio dove ti vedi il sabato, e sei scoglionato che non hai manco voglia di andare a casa.

Marco annuiva, mentre parlavo. Stava zitto, m'osservava con la coda dell'occhio mentre m'agitavo, gesticolavo indicando prima a destra poi a sinistra, con il cellulare in mano, il display che si spegneva s'accendeva si spegneva s'accendeva.


Diceva ogni tanto solo una frase.
- E' la domenica del cazzo, è un giorno inutile.

Io però non la pensavo così. A me la domenica sembrava un giorno poco valorizzato, il succo era tutto lì. Guardai di nuovo la rubrica, e capitai su un nome, una tipa di qualche tempo prima.

- Vedi Marc? Il casino è che se ti innamori una volta, sei fottuto.
- In che senso, Brother?
- Nel senso che se provi una volta a stare bene, quel senso che hai voglia di alzarti e di vedere una persona e stai male se non te la trovi al fianco già alla mattina. Se ti innamori, poi non torni più indietro: poi cerchi tutta la vita d'esser innamorato, o di stare bene come stai quando sei innamorato, ecco.
- Quindi stiamo passando una domenica di merda perché non abbiamo una da scopare ora.


Alzai la voce.
- Ma va! Cazzo c'entra ora. Parlo dell'emozione, parlo dello stare bene. Parlo del Progetto.


Lui annuì. 
- Già. Il Progetto cambia tutto.
- Cambia pure la domenica, no? 
- Cambia pure la domenica, sicuro. Anche se poi ti rimane quel senso di tristezza, quello che provano tutti.
- Anche io penso che tutti sono tristi la domenica sera.

Marco annuì, e non disse niente. C'era ancora quella sua musica reagge, che andava giù e su e su e giù nell'abitacolo, canzoni allegre ma con testi super impegnati. 

- Sarà perché su Rete4 fanno sempre le repliche di Colombo con Peter Falk.
- Che c'entra? - mi chiese lui.
- Lo guarda ancora oggi mia mamma, lo guardava quando andavo a scuola e vivevo a casa. Mi ricorda di quando ero ragazzino.
- Eh...
- E mi ricordo che il tempo passa.
- Ancora con 'sto discorso? Dai oh che sembra che è un conto alla rovescia.

Era il tempo che passava. Mentre parlavo, pensavo al fatto che la domenica sera sembra che hai finito un ciclo e ne comincia un altro, pensavo che era triste soprattutto se sei da solo ma anche se sei in compagnia perché è quel senso che sta finendo qualcosa, pensavo che avevo voglia di stare bene ma che tanto potevi stare bene solo dal lunedì mattina, la domenica non si scappa, si è tristi è basta.


Guardai Marco e non dissi nulla. Lui mi guardò, e non disse più nulla neppure lui.

venerdì, gennaio 21, 2011

Non c'è niente da dire? - Un racconto 28



Ci sono le strisce pedonali, lì. Dopo i miei piedi, prima del marciapiede. Poi c'è il marciapiede che costeggia il fiume. 

Ci sono le crepe, nel cemento. C'è gente sotto la pensilina a sinistra. A destra ci sono le macchine. 

Questa è Torino. Questo sono io e questa è solo una strada. Non ci sono storie, qui. C'è la mattina. C'è la sveglia. Dopo ci sarà il lavoro.

Ho superato le strisce pedonali, ora c'è di nuovo il cemento solo impolverato. La vernice bianca non è più bianca, anche lei s'è ingrigita. Come il cemento, che è già grigio per i fatti suoi, ma poi si impolvera. E diventa sporco, diventa consumato. Si crepa. 

Ogni volta che passo di qui ripenso a quando ci pensavo cinque anni fa. Sei anni fa. Sembra passato un mondo di tempo da quando ho solcato questa strada e l'ho percepita come mia, perché era diventato il mio percorso ideale.

Guardo il fiume. Il Po è un bel fiume, anche se è sporco sembra uscito da un videogame, di quelli dove dei costruire una città e ci metti l'acqua perché così è tutto più verde. Il marciapiede taglia in due la strada e il lungo fiume, sembra che ci sia una separazione fra fittizio e naturale, e io ci sto in mezzo. Da qui la strada è più facile da seguire, con i piedi e con lo sguardo. Ha una prospettiva perfetta, sembra un quadro. Succede solo nelle strade che conosci meglio, di vedere il punto di fuga. Qui la prospettiva è come le tavole delle superiori, sembra chi sia qualcuno che tira il righello.

Cammino e taglio per il sentiero. Ci sono le grate, le maledette grate, con sotto un corridoio che non so cosa sia, forse sono garage. Mi ha sempre fatto paura, là sotto. 

Nel 2006 c'erano gli stessi colori. Anche gli alberi sembrano fermi, e il ghiaccio sulle panchine e l'erba e il Torello che spunta a destra, la fontana verde. Ci hanno montato i giochi per bambini, forse c'erano già.

Il fiume è solo, qui. Sta fra due ponti la porzione più perfetta del Po, quella che sta zitta e non parla con nessuno. Fra le tante panchine che ci sono qui, mi fermo a guardare ogni mattina un conciliabolo di legno e metallo che sta fermo sempre uguale, sono solo tre panchine o quattro, non ricordo mai finché non le rivedo, e sembra che parlino fra loro. 

Una volta ci stavano i marocchini e gli zingari, a dormire lì, poi anche loro un giorno son sicuro son tornati a casa, e le panchine si riempiono solo quando c'è il sole di anziani e di bambini che corrono intorno e giocano.

Io però lì mi ci sarei fermato, ogni mattina avrei voglia di sedermi lì. 

Ogni mattina, da quando passo qui, penso che ci sono sempre dei momenti durante il giorno che uno ha voglia di sedersi e respirare e basta. E non fare altro, al massimo guardare al di là delle colline, là dietro la mattina spunta il sole anche quando c'è la nebbia fitta. Uno si siede lì e poi aspetta che sia pronto per ripartire. 

E invece mi tocca andare avanti. Guardo le panchine come ogni giorno da qualche anno, le guardo e penso che mi ci siederei sopra e invece vado avanti. E guardo il fiume e la collina, e vado avanti, e c'è la fontana e puntualmente penso che l'acqua che esce dal Torello ti fa venire sete a prescindere, ma tanto non bevi perché è troppo freddo. 

Già, qui sa sempre freddo. Poi ci sono gli alberi, gli alberi che sembrano morti e che ogni volta che li vedo penso che dovrei avere una macchina fotografica e stare qui delle ore intere a fotografarli, perché hanno le forme strane e sono strani loro. Sono oblunghi, puntuti, sono fermi e sono là da chissà quanto. Eppure continuo a camminare sul mio cemento, che in certi punti non è solo impolverato, è anche macchiato di scuro. 

E' strano, questo cemento è sempre uguale. Le strade che si percorrono ogni giorno si consumano sotto i tuoi piedi, e non te ne rendi conto. Diventa banale, non sono scogli e tu non sei il mare, mentre la strada si consuma sotto i tuoi piedi e non te ne accorgi, e poi te la porti a casa sotto le suole e magari la cerchi di togliere sullo zerbino. 

La tua strada te la porti dietro anche quando sei stanco. Sotto i tuoi piedi, sono i segni del tempo. Poi la butti via, quando dismetti le scarpe, ma il cemento e la tua strada tornano anche su quelle nuove.

Giro lo sguardo, fra gli alberi ci vedono le macchine. Vorrei andare avanti, ma la strada gira a sinistra. C'è il marciapiede, ci sono i miei piedi. E poi ci sono altre strisce, e c'è un altro marciapiede, e poi un palazzone.

E' come una grossa pietra miliare, segna che sono quasi arrivato. Mi ci specchio dentro quelle grosse finestre, sono vetri scuri e senza uscita, c'è quella strada che percorro tutte le mattine riflessa dentro e io mi ci immergo, per qualche secondo mi guardo lì e ogni mattina mi sembro uguale, anche se alla fine gli anni passano, la strada si è consumata sotto i miei piedi e me la sono portata dietro da chissà quanto, eppure io e la strada siamo uguali, ci consumiamo anche se tutti i giorni si riflettiamo nelle finestre enormi di quel palazzo, con il tempo che passa e il vetro che non si sporca mai ed è sempre pulito, e anche se so di sembrarmi sempre uguale in realtà sono cambiato.

E giro l'angolo, e guardo da quando passo di qui le auto parcheggiate, non sono mai le stesse eppure continuo a pensare che anche io vorrei avere quelle macchine parcheggiate lì, perché mi sembrano sempre più grandi e accoglienti di quelle che potrei avere io, anche se sono vecchie, anche se sono vecchi modelli, sono belle e tutte in fila, anche se c'è quello che parcheggia fuori dagli appositi spazi mi sembra tutto ordinato, e silenzioso. 

Solo il cemento è sporco, ogni tanto sul marciapiede qualcuno porta il cane a farci i bisogni e ci lascia la merda a rosolare, ma che importa, quel cemento è già sporco perché impolverato, e poi ogni volta che ci passo lo consumo io, con la sua polvere, le sue macchie, e tutto ciò che guardo oggi è come consumato con questa porzione di Torino, io, i miei ricordi di tutti i giorni che son passato di qui, e il tempo che davanti a me scorre, e chissà quante altre volte, con la speranza, passerà da qui, con me.

Per questo l'ultimo pezzo non guardo in alto, guardo solo in basso, cerco di non calpestare le grade dei sotterranei del palazzo e non voglio incrociare lo sguardo di altri intorno a me, mi sento come se mi osservino, forse sanno che sotto le mie scarpe c'è anche la loro strada, perché alla fine questa strada è di tutti, ma tutti ne portano a casa un pezzo camminandoci e consumandola. 
Ma lei non s'offende, io la guardo, la strada che divide il fiume e la città, è piccola, ci sono le panchine e i giochini per i bimbi e il Torello e gli alberi e l'erba, e tanta è passata sotto di me e tante volte ho pensato di conoscerla, anche se ogni giorno l'ho guardata e non sempre mi rendevo conto che fosse sempre lei.

Alzo lo sguardo solo quando arrivo al fondo, quando ho fatto due lati di questo parallelepipedo enorme di vetro e grigiume pieno di gente e chissà che altro.

C'è il marciapiede e ho pochi metri, saranno un centinaio, di fronte a me. Ci sono le strisce pedonali, dopo i miei piedi, prima dell'ultimo marciapiede.

Attraverso, senza più guardarmi intorno.


mercoledì, gennaio 19, 2011

L'ultimo italiano - Un racconto 27

Il signor Luomoqualunque stava seduto sulla sua sedia, mangiando un piatto di pasta al pesto. Alla televisione, una bella signora bionda con le labbra gonfie e i seni grossi in bella mostra annunciava che era stato ammazzato, in uno studio televisivo di un'importante televisione privata italiana, un uomo. 

Pare che l'omicidio fosse avvenuto mentre la conduttrice tentava di rasserenare gli animi dei partecipanti, in quel momento surriscaldati dall'intervento di un giornalista di rivista patinata. Fra gli ospiti, un partecipante dei reality show, alcune ragazze accreditate come escort, un pregiudicato per associazione a delinquere di stampo mafioso e deputato, alcuni attori di fiction, e l'omicida, un vecchio signore reso famoso dalla vittoria a una celebre gioco a estrazione divenuto in seguito impresario di starlette: il partecipante di reality show, ex cliente dell'impresario, aveva estratto un coltello in mezzo il litigio piantandoglielo in gola. 

Il tutto era stato ripreso in diretta, senza censure, solo con un piccolo taglio pubblicitario durante l'intervento degli infermieri accorsi nello studio per tentare di salvare la vita all'impresario.
Il signor Luomoqualunque osservava il servizio giornalistico, scandito da un lungo editoriale del corrispondente dallo studio che raccontava i precedenti del partecipante al reality show e le sue note disavventure televisive: era infatti stato espulso diversi anni prima per bestemmia da due programmi dello stesso gruppo televisivo ed era stato incriminato per tentata violenza carnale su una ragazza durante una serata in discoteca cui aveva partecipato come ospite d'onore.

L'accusa mossa dal partecipante al reality show al suo ex agente era stata quella, diceva il giornalista, di aver chiesto alla rete televisiva di sospendere il programma cui stava partecipando, un altro talk show sui problemi giovanili dove questi era ospite fisso come opinionista.

La discussione s'era animata quando il secondo aveva sostenuto che, per correttezza, sarebbe stato meglio accertare prima le responsabilità penali, in modo da lasciare pulito il mondo dello spettacolo da quel fatto così disdicevole. Il giovane aveva però risposto che la sua fedina penale era stata sporcata dalla legge, che lui era nel giusto, e che quello che era capitato a lui era solo a causa dell'invidia e della scarsa comprensione ch'era stata data alla sua arte.

La coltellata era arrivata dopo una frase pronunciata dall'agente: "Quale arte? Lo sai anche tu che". Il coltello gli aveva tranciato la carotide prima che riuscisse a dire il seguito.

Luomoqualunque era impassibile. La bella signora bionda con le labbra gonfie e i seni grossi in bella mostra, aveva presentato la notizia tranquilla. Finito il servizio, aveva ripreso la parola annunciando un secondo servizio sulla passione della gente per le mozzarelle scadute, vera grande scoperta della nuova dieta mediterranea.

Squillò il telefono, e Luomoqualunque rispose.

- Ciao Luomoqualunque, sono Cuginolontano.
Luomoqualunque salutò allegramente, chiedendo come andassero le cose.
- Eh, insomma.
Luomoqualunque chiese allora se era capitato qualcosa.
- Mi hanno licenziato in tronco. Hanno delocalizzato in Angola.
Luomoqualunque se ne dispiacque, chiedendo se poteva fare qualcosa.
- Ascolta, hai mica 100 euro da prestarmi? Non mi hanno dato liquidazione e ho la piccola che va all'asilo.
Luomoqualunque rispose che anche lui era in grossa difficoltà, e che al massimo poteva dare un aiuto di 20 euro.
- Eh, cazzo, Luomoqualunque! Non hai di più? Cazzo, sei sempre stato pidocchioso.

Cuginolontano riattaccò, senza salutare.

Luomoqualunque posò la cornetta e tornò a sedersi al suo posto.

La bella signora bionda con le labbra gonfie e i seni grossi in bella mostra stava parlando di un cane che, sembrava, riuscisse a fumare senza tossire. La notizia incredibile era che l'animale aveva appreso le tecniche per chiedere una sigaretta ai suoi istruttori con la zampa, distinguendo anche la marca: se voleva una Merit alzava quella sinistra, se alzava quella destra voleva una Marlboro. Purtroppo, raccontava il giornalista, avendolo fatto solo una volta, si stava cercando di capire se il suo fosse stato un gesto casuale oppure avesse veramente preso il vizio.

Luomoqualunque guardò l'ora: il telegiornale era cominciato da 10 minuti scarsi.

Così, sparecchiò e si recò in cucina, per lavare i piatti. Dalla finestra, notò in strada un gruppo di ragazzi, poggiati al muretto del condominio di fronte. Stavano lì, giorno e notte, fumando, bevendo e parlottando: erano tutti giovani fra i 13 e i 17 anni, del quartiere. Due, erano figli di gente che Luomoqualunque  conosceva.

In sottofondo, la bella signora bionda con le labbra gonfie e i seni grossi in bella mostra continuava a parlare, questa volta dell'importanza del sesso di gruppo nelle coppie anziane.

Ad un certo punto, Luomoqualunque notò che un ragazzo del gruppo cominciò ad agitarsi, urlando. Se la stava prendendo con un secondo, che gli rispose urlando. I due cominciarono a spintonarsi, gridando insulti ed epiteti d'ogni genere. Gli altri, intanto, li guardavano senza separarli. 

Uno dei due tirò fuori dalle tasche qualcosa, ma Luomoqualunque non capì cosa: l'altro si fermò, gli urlò qualcosa a muso duro e andò via. Osservò solo la scena.

Poi, quando tutto sembrava finito, tornò a lavare i piatti. Ascoltava la tv, intanto, che lanciava la sigla del telegiornale e annunciava l'inizio di un talk show.

Finito di lavare i piatti, Luomoqualunque andò al computer e si connettè a Internet, al sito di un noto quotidiano americano. Era ormai abituato a collegarsi alla sezione "Italian", dove venivano raccolti i fatti riguardanti l'Italia e i suoi abitanti.

Cominciò a leggere i titoli, come al solito, partendo dagli ultimi. Campionato di calcio sospeso per interperanze dei tifosi. La deforestazione annunciata da un presidente di regione di una delle ultime tre aree naturali protette dal WWF. Due uomini uccisi dalla mala nel Sud per aver denunciato un abuso edilizio. Il crollo di un'ala del Colosseo, con le dichiarazioni di colpa attribuite al precedente governo dal Ministro competente in materia. Le proteste di una popolazione terremotata dodici anni prima dopo l'ennesima promessa di ricostruzione non mantenuta. L'epidemia di cancri in una zona vicino il nuovo polo per la gestione dei rifiuti con quindici inceneritori. Una perdita di materiale di scarto radioattivo nella nuova centrale  nucleare in Meridione. La fiducia votata alla Camera con 598 voti favorevoli e 32 astenuti per il governo presieduto dal vecchio Presidente del Consiglio in carica da 18 anni, ormai novantenne, dopo la prescrizione dall'ultimo processo a suo carico per induzione alla prostituzione di minore.

Da fuori, i ragazzi sul muretto ripresero a urlare. Luomoqualunque riconobbe le voci, sentì uno urlare più forte. Poi due spari e le urla, e il silenzio. 

La tv trasmetteva le immagini di un talk show, ospiti in studio un mago e una modella, che dialogavano del rapimento di una dodicenne, avvenuto sei mesi prima, il cui unico sospettato era il padre, accusato anche di molestie sessuali ai danni di due donne e mai incarcerato.

Luomoqualunque raccolse la testa fra le mani, e scoppiando in una risata isterica si sentì tremendamente solo. 


lunedì, gennaio 17, 2011

Ad ogni madre - Life in Technicolor part 142




Dovevo cominciare questo post raccontando una cosa, ma la racconterò dopo aver detto che mentre componevo il titolo, un'amica mi ha scritto in chat: "Viva la mamma". È stata una piccola curiosa coincidenza, che mi ha concettualmente convinto che questo post è bene scriverlo proprio oggi.

By the way, ricominciamo come volevo.

Mi è capitato di guardare, tempo addietro, la foto di una persona che conosco , nella quale era ritratta con la figlia. Per varie ragioni, una situazione particolare con una figlia particolare, con cui ho sempre pensato esserci difficoltà a vivere una vita comune. 

Non per cattiveria, non per avarizia di bontà, ma per oggettive, imprevidibili condizioni, che dalla nascita portano questa figlia a vivere una vita diversa (apparentemente, come vedremo) da quella delle persone comuni.

Conosco questa coppia di mamma - figlia da diversi anni, e ho sempre ammirato con genuina sincerità, quel modo affettuoso che la prima aveva nel relazionarsi con la seconda. Protettiva ma responsabilizzante, cercando di bypassare quell'indiscutibile condizione di partenza, la mamma teneva un rapporto sempreverde con la figlia. Fin da quando ci presentarono notai quel rapporto (comune anche con il padre, certo) e ne rimasi colpito per quanto potesse essere puro e innocente. Ne rimasi sorpreso, colpito, ammirato. Era come se la mamma crescesse la figlia nella più completa normalità, non per regalarle un'illusione ma perché convinta che quel problema di partenza non fosse che un particolare di scarsa importanza. Aiutandola a ottimizzare le sue qualità, rendendo invisibili le difficoltà che quella condizione le lasciava nella quotidianità.

Per la volontà di non far pesare a quella ragazza quella sua falsa partenza, quel suo essere indietro di pochi metri rispetto ai suoi coetanei. Quel farla sentire uguale agli altri, e quel senso era irradiato non dalla sua inconsapevolezza, ma dalla ferrea, amorevole volontà di sua madre, che ovunque riusciva a proteggere la figlia dalla miseria di un pregiudizio dato da uno dei tanti, possibili ignoranti che avrebbero potuto incrociare sul cammino. 

Quando parlo con questa giovane, ritrovo nei suoi modi gentili un pezzo di quell'amorevole presenza, una sorta di scudo invisibile fra lei e gli altri, che le infonde serenità. E sento di voler bene anche io a una mamma tanto speciale, che l'ha saputa far crescere oltre i limiti che il caso, il destino, Dio, Khrishna o Allah gli hanno imposto.

Così, faccio viaggiare il pensiero, oltre quella foto e la storia che si porta dietro, e penso a come il dolore in questa particolare condizione non ti trasformi in un mostro, ma in un'amore infuso da una persona speciale. Che come categoria, tendiamo a includere nella casella genitori, e in particolare alla mamma.

Mamma. Mi piace la parola "mamma", evoca solo cose che hanno a che fare con l'amore. È una delle parole più gettonate fra i neonati, pare sia proprio la prima per facilità di locuzione. Pare che non ti lasci mai sola. 

Io penso alla mamma, alla mia e a tutte quelle del mondo, e sto male. Non so perché, ma sto male, non male di quel male che stai male perché ti hanno tirato un calcio. Ma perché sei di fronte a una cosa più grande di te, grande anche più di quanto tu possa concepire il vero unico grande nesso fra immaginazione e sentimenti. E ti senti come un senso d'ingratitudine per non riuscire a testimoniare ogni giorno quella pienezza.

Ed è da diversi giorni che ripenso a quest'amore e ne rimango come folgorato continuamente, per la sua genuinità. Perché nella mia quotidianità, in questi giorni, ho letto di mamme che cucinavano ai figli torte di banana mentre loro lottavano con l'influenza. Ho visto mamme consolare le figlie dopo che, incautamente, avevano toccato il peperoncino in polvere e s'erano messe le dita negli occhi. Ho visto mamme sorridere ai figli, sollevate dal vederli realizzati in una battaglia per l'acqua pubblica o perché fossero usciti con gli amici. Ho visto mamme piangere per una malattia del figlio, una malattia di quelle grandi. E ho visto mamme preparare una pizza ed essere liete perché quella pizza era buona.

Cose piccole, innocenti, che tutti lasciamo coltivare al nostro immaginario come parti di un disegno, quello dell'idea che si ha dell'amore desiderato. Collezioniamo immagini semplici per far dire alla nostra mente che fa male guardare tanto amore in così poco spazio, forse è per quello che ci si commuove facilmente nel guardare una mamma consapevole dei limiti della propria figlia amarla più di quanto potrebbe fare verso qualsiasi altra cosa, e farlo con una dedizione, una determinazione, una forza, che non ha eguali.

Ringrazio quella mamma per l'esempio che mi ha dato, oggi. Le chiedo perdono se avrò travisato l'immagine che ho di lei, le chiedo scusa se ho reso la sua storia una riflessione di come vi sia una componente importante della storia dell'Amore nei gesti suoi e in quelli di tutte le madri del mondo.

Come normale amministrazione, ogni giorno ognuno di noi ne guarda i frutti di quell'amore nella propria vita, perché tutti hanno una mamma. 

Oggi ho voluto uscire da questa dinamica così automatica, e ho voluto dire che tutto questo mi pare estremamente bello.


sabato, gennaio 15, 2011

lei/Lei - Un racconto 26

Mi ero sempre focalizzato su un fatto: quando hai una certezza, non hai ripensamenti. Era sempre stato così, come la volta di una cappella medievale, oggetto di culto nel ventesimo secolo per la sua costanza nel tempo. Era bello avere certezze, inossidabili. E io avevo il mio amore, focalizzato su una persona.

Poi un giorno arrivò un attimo e tutto cambiò.

Fu indescrivibile notarla fra la folla, come avevo notato il discernere della gente alla ragione, il passo falso dell'eleganza di tanti giovani. Era stato improvviso, banale fulmine calato dall'alto. Era stato estraniato, quell'attimo dal resto.

La notai nonostante già l'avessi vista, ma non guardata. L'avevo conosciuta, ma non osservata. L'avevo sentita, ma non ascoltata. Era stata come uno di quei personaggi in secondo piano che noti solo quando arriva qualche eminente professore e ti spiega che è lì la chiave. 

Una sera, fra la gente. Arrivò e si sedette, fra le panche e i tavoli del nostro locale prediletto. Io non la notai subito, la salutai distrattamente.


- C'è del marcio in ciò che fanno agli operai.
- Io Cassano al Milan non l'avrei preso.
- Secondo me Berlusconi fa bene a fottersi quelle fighe.
- Sai che a me è stato chiesto di partecipare? Però non ho ancora deciso.
- Quello è uno stronzo.
- Mi dispiace.
- Ahahahah.


Potevo mettere in fila tutte le frasi che stavo ascoltando, ma piano piano scivolai lontano. Era una condensa, di nebbia e gelo. Era fumo ed era denso, non di indecisione, non di speranza. Non di coesione, non di coerenza. Era come abbandonarsi al proprio destino. 


C'ero io, e seduta a quattro posti da me, c'era lei. E tutti non potevano sospettare che nel guardarla, ci fosse uno sguardo che la eleggesse a prediletta, e quello sguardo era il mio. 


Fu un attimo, quello in cui mi resi conto che la stavo guardando. La guardavo e non mi sembrava che lo stessi facendo sul serio. 


- Oh prendi una patatina.
- Minchia ho una fame.
- Dopo andiamo da Gino Panino.
- No!
- Dai cazzo.
- Mi compro un iPad.


Erano frasi senza senso. Erano parole, senza riempitivo. C'era il fatto che io non riuscivo ad assimilarne il senso, c'era il fatto che per un attimo la certezza che m'ero dato era discernimento da ciò che stava avvenendo. In un attimo, appunto, era tutto crollato.


Avevo sentito un richiamo, ed era l'attrazione per lei. Io, che non avrei mai pensato sarebbe potuto accadere, subito ciò che avevano subito tutti: il desiderio di evadere.


Una parola così inutile. Una parola così comune, come tutte le frasi fin lì ascoltate.


Quando uscimmo, mi si avvicinò. 


- Ho ascoltato quel brano che hai detto l'altra volta.
Esordì così.

- Ah, come t'è sembrato? Figo? 
- Sì, molto: ora mi è venuta voglia d'ascoltare tutto, dei NIN.

Ed era strano notare come quel dialogo così banale partisse da un discorso profondo, quello dei significanti e dei significati, del fatto che una parola sia bella anche per ciò che significa, per ciò che vuole portare con sè. E io avevo risposto che la musica, era quella la chiave per comprendere che ci sia una storia in ogni angolo, e basta solo raccoglierla per essere testimoni di essa.

Così avevamo parlato di una canzone, e io gliene avevo consigliata una. E quando era entrata, prima, come bambino senza età, avevo sperato che facesse riferimento a quando, qualche tempo prima, avevamo parlato senza che io mi accorgessi che lei era Lei. E che senza capirne il motivo, era diventata un particolare su una trama, e non un punto di un insieme.

Sorrise, senza dirmi che cosa si nascondesse dietro quel periodo che era intercorso fra quello scambio di battute.

Si scalfì il reggimento di mie convinzioni, quando arrivato a casa, mi sdraiai a letto e nel dormiveglia mi resi conto che stavo pensando a lei.

Come avevo portato a casa quel pensiero? Come era rimasto in me? 

Provai a far quadrare i conti della mente e dei sogni, e assomai le variabili: le parole, il discorso, le posizioni espresse, la situazione. Era tutto perfettamente a incastro, senza sbavature emozionali. C'eravamo, e lei che era diventata Lei, senza che io capissi il perché. E poi quel decadimento di sensazioni, quando la vidi entrare e notai che ci eravamo guardati senza che gli altri si rendessero conto che lo stavamo facendo. E in quello sguardo ci fosse come uno scambio di senso, tu sai che io so, io so che tu sai. Io so che tu provi, tu sai che io provo. Tu senti, io sento. E via così, ad ammorbare di senso ogni fottuto verbo di questa dannata lingua.


Il significante è solo un modo per esprimere un significato. Certezza equivale a elemento fermo, senza dinamicità, che rimane come allo stato primordiale della conoscenza. 

Parole è il termine per indicare quelle associazioni letterali che formano particelle dotate di senso, e che per una convenzione sociale vengono attribuite all'indicare una data realtà. Poi c'era lei, che era un pronome femminile singolare, forma indicativa grammaticale che indicava un riferimento di persona che non declinava alcuna distinzione rispetto alle altre persone. 

E poi c'era Lei, che era diventata diversa quando, una sera come tante, notai che era splendida e decisi di innamorarmene, nonostante io la mia Lei credevo d'averla già trovata, molto tempo prima.


giovedì, gennaio 13, 2011

Un pensiero reale - Life in Technicolor part 141

In TV c'è Gasparri che parla di operai. Poco prima c'era Fassino che parlava di operai. Lo facevano con il piglio della gente che sa. 

Che sa cosa significhi, intendo. 

Io non so cosa significhi essere "un operaio". So cosa significhi essere barista, cameriere, tramezzinista, cassiere, magazziniere, volantinatore, so cosa significa essere precario, stagista aggratis, giornalista, web content editor, so cosa significhi essere account, copywriter, so cosa significhi essere muratore, so cosa significhi essere odontotecnico, so cosa significhi essere animatore in parrocchia e ai centri estivi del comune, so cosa significhi essere studente. 

Non so cosa significhi essere operaio. Magari Gasparri e Fassino sono stati operai, io non lo so. Però non mi pare che lo siano mai stati.
Io non so chi ha ragione. Una sera un amico mi ha detto che Marchionne ha ragione anche se quest'accordo non è "il massimo". Alla domanda se però lui (il mio amico, s'intende) fosse pronto a rinunciare a quello a cui rinunceranno - pare - gli operai di Torino, lui ha nicchiato. Lui no, lui aveva diritto, ma gli operai dovevano essere pronti a rinunciare al lavoro.

Mi pareva la sintesi dell'aulico concetto: son tutti froci, con il culo degli altri.

Torino è la mia città, io non so se gli operai siano solo piagnoni, o rischino effettivamente di perdere tutti i diritti. Però a me sta a cuore Torino e la sua gente.

Mi fermo a quelle lacrime, quelle del signore di 73 anni. che le tv filmavano davanti ai cancelli di Mirafiori. Loro scattavano, lui piangeva. Non gli interessava della gente che scattava. Lui piangeva.

Mi fermo alla sua vita, passata dietro una macchina che va in regime di catena di montaggio. Se piangi, a 73 anni, piangi per qualcuno che muore. E se hai passato la vita in un posto, quel posto assume sembianze umane, e se cambia in male, soffri come se morisse qualcuno: io ne so qualcosa, perché provo le stesse cose a neanche 30 anni per il posto dove lavoro io.

Io non so se Fassino o Gasparri siano diversi, non mi interessa. Per me sono solo facce diverse della stessa medaglia: non cambia nulla fra loro. Non cambia ciò che dicono, non cambia ciò che vogliono. E soprattutto, sembra, non hanno progetti diversi. 

Non è politica, è analisi delle parole. E io che della politica sono schifano, sono un cazzo di qualunquista che non crede in assolutamente nulla, li sento parlare e comprendendo l'italiano capisco solo che danno torto a gente che in una vita intera non guadagnerà ciò che guadagneranno loro due in una legislatura.

Mi fa paura, che nessuno si fermi e si chieda: "Io cosa posso pensare, oltre?". Perché c'è qualcosa oltre, l'orgoglio operaio di comunista memoria. C'è qualcosa oltre, la lotta di classe, la minaccia proletaria, la necessità di liberare una classe sociale.

C'è che oggi in televisione gente in giacca e cravatta parla di persone con una storia, pensieri, respiri, e ne parla senza che quelle storie, quei pensieri, quei respiri, siano stati capiti e conosciuti. Lo fa il Presidente del Consiglio, che dice cose tipo: "Vada pure, se dicono "no".". La domada è: Presidente, se va via la Fiat, cosa mangia quello che prima lavorava lì. Perché lei sa che nessuno lo assumerà, perché magari ha 50 anni e una gamba che non funziona più, o magari un'ernia al disco oppure è una signora di 45 anni mamma di 3 figli che vanno alle superiori.

Io ho paura di non aver mai fatto l'operaio, come posso dire io cosa faccia un operaio, cosa si provi oggi ad avere paura di non aver un futuro quando tutto sembrava essere fatto. Chi sono io per pontificare per loro? E chi sono io per dire che ha ragione chi rimarrà in piedi?
La cosa figa è che mentre parlano Gasparri e Fassino sono pure seri. Non si rendono conto che sembrano sospesi anche loro in un romanzo, mentre intorno a loro si scrivono epitaffi di gente comune, che perde quel poco che ha in nome dell'ennesimo, incredibile gesto in nome dell'avarizia.


mercoledì, gennaio 12, 2011

Nulla - Un racconto 25

La città è vuota, non c'è altro. 

Ci sono i ricordi, la fottuta propensione al lasciar loro spazio. Quando ti prendono, ti sommergono. Come quando arriva l'illusione, o la vecchiaia. Che sono la stessa cosa, accompagnano solo la speranza che ci sia un "dopo", al dolore. All'ignoto.

Guardo la città, guardo intorno. Sono sospeso fra tutti i miei ricordi, e tu, tu questo non puoi saperlo, anche se sono sicuro che anche tu lo stai facendo.

Ti sei fatta spazio nel tuo dolore, per cercarli. Come sto facendo io, ora. Con un ricordo che non è tale, ma solo l'illusione, appunto: quella della tua immagine, che credo di conoscere, che credevo fosse lì ad aspettare me, proprio me. 

Sei, forse. Forse sei proprio tu, quel mio grande desiderio di attesa. E dire che non sei altro, appunto, che ricordi e illusione. Sei il vuoto della città asfissiata dalla stanchezza del mio pomeriggio, quando lascio ogni giorno il mio ufficio, scendo le scale e ripercorro la stessa strada di ogni giorno.

Avevo in mente mille parole, prima. Poi quando sono arrivato a casa, e ho cominciato a scriverle, le ho perse. Le ho scordate. Come ho scordato tutti i sogni che ho fatto da bambino, tranne uno, che non so perché ricordo ancora oggi. 

C'era una strega, che avevo visto montata su una giostra, fatta di cartongesso e bastoni di metallo, che si muoveva su un sentiero che conduceva alla spiaggia: e io ero nascosto con un altro bambino, fra i cespugli, e la guardavo passare. 

La mattina, mi alzai e lo dissi a mia madre, che mi disse che quella strega era solo un giocattolo montato su una giostra: e io, ogni volta che ci passavo davanti, a quella giostra, non trovavo altro da pensare che l'avrei ricordata tutta la vita.

Ricordo un incubo, da sempre. E ho dimenticato tutte le parole che avevo pensato, mentre tornando a casa, sognavo di scrivere ciò che immaginavo scorrendo i ricordi che ancora non avevo vissuto: i ricordi di te.

Te che non sei mai stata che un'illusione, come la vecchiaia. Credevo ci fosse una fine, come c'è stato un inizio. Casuale come l'Amore. Casuale come quando ci incrociamo con la gente, e poniamo domande che sono state poste da tutti, almeno una volta.

Scrivo, penso, riscrivo. Poi compongo, suono, cammino. Giaccio, dormo, e mi sveglio. Guardo, parlo, sto zitto. E c'è musica, e c'è ricordo. E c'è tutto, anche se non sai dire, come io non so farlo, perché tutto sembri essere così bello e ingiusto.

C'è che ora provo a dichiarare il niente. C'è che ora, provo a dirti quando ho deciso che tu saresti stata Tu. Un ricordo mai vissuto. Preso, e prestato all'immaginazione.

Nei meandri della città ti ho osservata. Nella banalità di tutti i discorsi che ho sentito dagli altri, ho ascoltato la voce delle parole che ho dimenticato. Ho raccontato storie in cui io ero in ogni dove, ero tutti i protagonisti, ero anche il narratore. E tu, eri il mondo dove tutto si svolgeva.

Eppure, il tutto non è ancora finito. Il ricordo è ancora lì, appeso a una spanna dall'esserci.

Ci sei tu, e poi c'è il tutto. Che per un ricordo che non s'è mai vissuto, corrisponde, inevitabilmente, al Nulla.


Ricordi atei, di neve - Un racconto 24

Era capitato tutto per caso. Bastano pochi attimi per perdersi nel tempo e nel luogo dove ti trovi. Basta che ci sia la forza del ricordo.

Era andata così. Camminavo io, camminava lei. Ci incrociammo. Ci salutammo. E continuammo a camminare, in sensi opposti.


E fu come un esplodere di cose. Non per ciò che s'era susseguito, no: quello era noto. Era per ciò che era stato prima.


I ricordi. Io e lei, e l'illusione. Le dediche, i sogni, i pensieri, tutti solo ed esclusivamente miei. La sua indifferenza, il mio dolore. E la ricerca di tutto ciò che c'era dopo. Il futuro, una speranza. E tutte quelle che avrebbero potuto sostituirla.


Era come quel cazzo di tempo, asciutto, con la pioggerella che non cade perché non cade. Come un tempo senza voglia di cambiare, coperto, ma senza voglia di esplodere.


Esplodere in un cazzo di segno meteorologico, che come nella mia mente il dolore d'averla persa segnava il passo del tempo che scorreva, mi dicesse che l'estate era finita e che era ora di lasciarsi tutto alle spalle.

L'inverno più scarno di neve, ecco cos'era quel cazzo di inverno senza bianco sui tetti. Il Natale sgombro dal candido, silenzioso posarsi dei fiocchi d'acqua compattata. Il freddo non freddo, quello che non ti punge dentro. Il silenzio del fradicio ripensare.


Ed era rimasto tutto lì. Era bastato che la rivedessi fra la gente, per disperdere ogni senso. M'ero rifatto una vita, ero andato avanti. Ma era rispuntata.


Era come se l'avessi vista in mille luoghi diversi. Fra la gente, nel supermarket pieno di gente o sul bus la mattina quando gli altri sono solo fetidi spunti di odori sgraditi, era stato in uno dei momenti in cui l'avevo rivista. S'era nascosta nel freddo della mente, quel freddo secco che era rispuntato al suo sparire.


C'era grande amarezza, nel sapere che non era sopito il suo pensiero. Com'era uguale agli altri pensieri, il suo viso. Com'era simile al resto del mondo, saperla viva come lo era stata fra i momenti che aveva diviso con me. C'era passione, nelle mani che si congiungevano e, nel toccarsi, estrapolavano senso dai momenti altrimenti uguali agli altri.


L'avevo rivista, i suoi occhi sui miei, il suo sorriso finto della sorpresa, il cenno della mano. Era inverno e mi muovevo fra la gente come in una delle tante canzoni che si sentono alla radio, e avevo risposto al suo saluto con il mio sorriso più normale. Quello che non le mostrava altro che indifferenza, ma che indifferenza non aveva, non mostrava. 

Poi m'ero incamminato, nei luoghi che già conoscevo. L'avevo rivista, e la cosa più incredibile era che mi ero dimenticato dove. M'ero ritrovato sulla strada che mi riportava a casa, e ripensavo a quel suo gesto.

Era inverno, non faceva freddo. La mia giacca non mi faceva sentire che fuori la temperatura non abbatteva il muro del gelo. E mi mancava, quel gelo. Era come stare in montagna e sentire puzzo di smog. Volevo l'inverno, volevo il gelo. Volevo soffrire l'abbassarsi della temperatura.


Ero sul pullman, quando tornavo a casa fra la gente e il puzzo delle tante persone che tornavano a casa, stanche del lavoro. Ripensavo a lei, all'indifferenza del suo pensiero. Al fatto che era là, a salutarmi, in qualche luogo poco prima, ed era stato talmente intenso che m'ero persino dimenticato dov'ero. L'avevo guardata negli occhi, occhi che erano stati miei non nella sostanza ma nello sguardo. Che mi avevano guardato in attimi lontani, che erano stati miei e suoi, e che mi sarebbero mancati per sempre.


Ripensavo a quel verso di una canzone, che diceva "Ti cercherò negli occhi delle donne che nel mondo incontrerò". Pensavo a quel verso, a come era stato scritto su misura sul senso che ti dà amare una persona che hai già amato in un attimo.


Mi sentivo banale, a sognare l'illusione che fossi vero. E invece dimenticavo il luogo di dove era riapparsa, tanto era la consapevolezza che fosse la persona sbagliata.

Ero stato miscredente senza Dio, a credere che ci fosse la possibilità di preservare quel mio voler la persona sbagliata. Sognavo il suo odore, sognavo la sua voce nella mia saliva. Ripensavo ancora ala speranza di salvarla. E invece, c'era solo quel paesaggio smunto dei miei ricordi. C'era solo il fatto che l'avevo incrociata per strada, le avevo detto "ciao". Ed ero ricascato nel bastardo, infame vortice del pensiero nostalgico di chi si impone di avere un futuro.

Stavo tornando a casa, mentre la mia mente dettava queste parole a un'improbabile coscienza, e rimpiangeva il passato.

Ero sul pullman, mentre ci ripensavo. La strada scorreva, e insieme lei, incrociata poco prima, per caso. 


venerdì, gennaio 07, 2011

Il muro - Un racconto 23

Ero solo in casa, quando sentii quel senso di frustrazione prendermi dentro. L'ennesima notizia, l'ennesima ingiustizia, l'ennesima voglia di far finta che il mondo fosse un posto giusto. L'ennesima frase scritta e subito rinnegata per la sua banalità. 

Era tutto banale, tutto già scritto. E io, ero pervaso da quel senso d'inutilità e di frustrazione quando vorresti cambiare, te, ciò che ti circonda, il senso delle cose. Ma ciò che rimane è solo una stanza, uno spazio angusto, una musica fatta di disarmonia. 

Sentivo parole che non riuscivo a pronunciare, dentro. Erano stampate nella mia mente, frasi che formulavo e perdevo nell'esatto momento in cui le generavo. Erano figlie della mia storia, quella che non avrei mai scritto.

Così riflettevo di fronte al termosifone, in piedi. Sentivo il calore salirmi nelle mani e la rabbia crescere. Socchiusi gli occhi, respirai. Strinsi la testa nelle spalle, assaporai il silenzio. Poi, urlai. Fra le pareti, risuonò la mia voce e rimbalzò il suono, come fosse esploso un petardo in uno spazio angusto. Sputai sul pavimento, guardai la saliva e la scostai con un piede. 

Poi mi tirai su, dritto. Sentii contrarsi tutto il corpo, anche i pensieri s'erano fermati. 

Guardavo il muro, sporcato dall'umidità e dalla mia incuria. Lo guardavo, fisso. Serrai i pugni, i ranghi della mia rabbia. Le mie dita si strinsero sul palmo, le unghie si piantarono in esso. 

Respirai a fondo, riempii d'aria il torace che si gonfiò fin nel profondo.

Poi, veloce, caricai il colpo e tesi il braccio destro, sferrando un pugno sul muro. Rimase una traccia, le mie nocche avevano formato delle piccole ellissi che riflettevano la poca luce che entrava dalla finestra. 
Era una superficie dura, compatta, come tutti i muri. Quanti muri c'erano, intorno. Erano di tutti i colori, di tutte le misure. Tutti risultavano spessi, anche se erano fatti con mattoni di terracotta, quelli con i buchi che se ti cadono si rompono in mille pezzi. Potevo vederli anche se la mia camera ne presentava solo quattro, parzialmente coperti da quadri, mobili e da ciò che potevo vedere solo io, le mie illusioni.
C'era rimasto il segno delle mie dita, là. Era rimasto impresso nella vernice cosparsa di sporcizia, d'umidità, di odori che per sere e sere erano arrivati dalla mia cucina e avevano impregnato la superficie.

La mano non mi faceva male. Avevo avvertito un piccolo fastidio, mentre sentivo la pressione sull'osso, del mio muscolo che spingeva a fondo sulla superficie e trovava opposizione. Sentivo come un fastidio, ma non era dolore.
La guardai e c'era un poco di bianco sulla pelle. Era stato uno scambio fra il mio corpo e lui, lui mi aveva lasciato un po' del suo bianco, io lo avevo macchiato con la forma delle mie nocche.

Odiavo la sua compattezza. Il muro, quel bastardo, era ancora là di fronte a me. Non ero riuscito a buttarlo giù, con un pugno.

Lo guardai, serrai le dita nel palmo, tesi i muscoli del braccio destro, caricai e lo ricolpii. Sentii dolore, questa volta. Avevo smembrato gli ellissi del mio primo colpo, li avevo deformati con altri ellissi che avevano disegnato un'altra serie di forme senza perimetro nè definizione. Ora sul bianco c'era una macchia più scura, più indefinita. Era come una chiazza, come quella che stazionava lassù all'angolo che si formava con il tetto. 

"La pietra scartata è divenuta testata d'angolo" recita il Vangelo. C'era un senso e una metafora, calcificati in quell'ammasso di cemento e mattoni e vernice e impregnate. C'era odio, c'erano stratificati senso e ira. Odiavo il pensiero che ci trovavo, in quel bianco che volevo chiazzare.

Sferrai un altro pugno, sempre con il destro. Sentii dolore, guardai la mano e la vidi arrossata. Respirai a fondo, tirai un pugno più forte con il sinistro, colpii con la nocca più bassa e sentii male. Non era più solo fastidio, sentii l'osso più fragile frammentarsi nell'epidermide. Guardai il rossore della mano, s'era aperta una cicatrice fra le pieghe della pelle consumata. Sul muro la chiazza dei miei colpi s'era colorata di un rosso diluito nel bianco. Il mignolo, non riuscivo più a muoverlo.

Strinsi i denti, chiusi gli occhi, li riaprii e tirai l'ennesimo colpo, cui ne seguii un altro e un altro e un altro. Alternavo le mani, sentivo l'osso che s'era rotto spezzettarsi ancora e ancora, fino a che non ebbi più risposte e fu come se quella zona del mio corpo non fosse più mia.

Colpii e colpii e colpii e colpii, fino a che il dolore non crebbe e divenne insopportabile. Mi guardai le mani, erano insanguinate, gonfie, la pelle che prima era increspata là dove non era sporca di sangue si presentava liscia e paonazza, rotondeggiante, come le mani di un bambino appena nato. Erano le mie mani, ne guardai il palmo, le unghie s'erano piantate nella carne e avevano lasciati i loro segni. I polsi e le braccia mi dolevano, sentivo scomporsi dentro i nervi là dove ancora avevo percezione di senso.

Avevo usato tutta la forza che avevo. Guardai quelle mie fibre squassate , e tutto mi sembrò, in una specie di deforme senso d'abbandono al dolore, come un placebo di quella frustrazione che avevo provato, e che s'era sfogata in ogni colpo che avevo sferrato.

Il muro era ancora intatto. Stava in piedi, ad osservarmi, mentre socchiudevo gli occhi, e non riuscivo più a muovere le dita. Il suo bianco era diventato una specie di marroncino rossastro. Il suo bianco aveva perso contro la mia rabbia.