lunedì, gennaio 17, 2011

Ad ogni madre - Life in Technicolor part 142




Dovevo cominciare questo post raccontando una cosa, ma la racconterò dopo aver detto che mentre componevo il titolo, un'amica mi ha scritto in chat: "Viva la mamma". È stata una piccola curiosa coincidenza, che mi ha concettualmente convinto che questo post è bene scriverlo proprio oggi.

By the way, ricominciamo come volevo.

Mi è capitato di guardare, tempo addietro, la foto di una persona che conosco , nella quale era ritratta con la figlia. Per varie ragioni, una situazione particolare con una figlia particolare, con cui ho sempre pensato esserci difficoltà a vivere una vita comune. 

Non per cattiveria, non per avarizia di bontà, ma per oggettive, imprevidibili condizioni, che dalla nascita portano questa figlia a vivere una vita diversa (apparentemente, come vedremo) da quella delle persone comuni.

Conosco questa coppia di mamma - figlia da diversi anni, e ho sempre ammirato con genuina sincerità, quel modo affettuoso che la prima aveva nel relazionarsi con la seconda. Protettiva ma responsabilizzante, cercando di bypassare quell'indiscutibile condizione di partenza, la mamma teneva un rapporto sempreverde con la figlia. Fin da quando ci presentarono notai quel rapporto (comune anche con il padre, certo) e ne rimasi colpito per quanto potesse essere puro e innocente. Ne rimasi sorpreso, colpito, ammirato. Era come se la mamma crescesse la figlia nella più completa normalità, non per regalarle un'illusione ma perché convinta che quel problema di partenza non fosse che un particolare di scarsa importanza. Aiutandola a ottimizzare le sue qualità, rendendo invisibili le difficoltà che quella condizione le lasciava nella quotidianità.

Per la volontà di non far pesare a quella ragazza quella sua falsa partenza, quel suo essere indietro di pochi metri rispetto ai suoi coetanei. Quel farla sentire uguale agli altri, e quel senso era irradiato non dalla sua inconsapevolezza, ma dalla ferrea, amorevole volontà di sua madre, che ovunque riusciva a proteggere la figlia dalla miseria di un pregiudizio dato da uno dei tanti, possibili ignoranti che avrebbero potuto incrociare sul cammino. 

Quando parlo con questa giovane, ritrovo nei suoi modi gentili un pezzo di quell'amorevole presenza, una sorta di scudo invisibile fra lei e gli altri, che le infonde serenità. E sento di voler bene anche io a una mamma tanto speciale, che l'ha saputa far crescere oltre i limiti che il caso, il destino, Dio, Khrishna o Allah gli hanno imposto.

Così, faccio viaggiare il pensiero, oltre quella foto e la storia che si porta dietro, e penso a come il dolore in questa particolare condizione non ti trasformi in un mostro, ma in un'amore infuso da una persona speciale. Che come categoria, tendiamo a includere nella casella genitori, e in particolare alla mamma.

Mamma. Mi piace la parola "mamma", evoca solo cose che hanno a che fare con l'amore. È una delle parole più gettonate fra i neonati, pare sia proprio la prima per facilità di locuzione. Pare che non ti lasci mai sola. 

Io penso alla mamma, alla mia e a tutte quelle del mondo, e sto male. Non so perché, ma sto male, non male di quel male che stai male perché ti hanno tirato un calcio. Ma perché sei di fronte a una cosa più grande di te, grande anche più di quanto tu possa concepire il vero unico grande nesso fra immaginazione e sentimenti. E ti senti come un senso d'ingratitudine per non riuscire a testimoniare ogni giorno quella pienezza.

Ed è da diversi giorni che ripenso a quest'amore e ne rimango come folgorato continuamente, per la sua genuinità. Perché nella mia quotidianità, in questi giorni, ho letto di mamme che cucinavano ai figli torte di banana mentre loro lottavano con l'influenza. Ho visto mamme consolare le figlie dopo che, incautamente, avevano toccato il peperoncino in polvere e s'erano messe le dita negli occhi. Ho visto mamme sorridere ai figli, sollevate dal vederli realizzati in una battaglia per l'acqua pubblica o perché fossero usciti con gli amici. Ho visto mamme piangere per una malattia del figlio, una malattia di quelle grandi. E ho visto mamme preparare una pizza ed essere liete perché quella pizza era buona.

Cose piccole, innocenti, che tutti lasciamo coltivare al nostro immaginario come parti di un disegno, quello dell'idea che si ha dell'amore desiderato. Collezioniamo immagini semplici per far dire alla nostra mente che fa male guardare tanto amore in così poco spazio, forse è per quello che ci si commuove facilmente nel guardare una mamma consapevole dei limiti della propria figlia amarla più di quanto potrebbe fare verso qualsiasi altra cosa, e farlo con una dedizione, una determinazione, una forza, che non ha eguali.

Ringrazio quella mamma per l'esempio che mi ha dato, oggi. Le chiedo perdono se avrò travisato l'immagine che ho di lei, le chiedo scusa se ho reso la sua storia una riflessione di come vi sia una componente importante della storia dell'Amore nei gesti suoi e in quelli di tutte le madri del mondo.

Come normale amministrazione, ogni giorno ognuno di noi ne guarda i frutti di quell'amore nella propria vita, perché tutti hanno una mamma. 

Oggi ho voluto uscire da questa dinamica così automatica, e ho voluto dire che tutto questo mi pare estremamente bello.


2 commenti:

puntoepasta ha detto...

Post impegnativo direi. Hai messo su un bel blog. Sono anni ormai che studio fuori casa. Quando torno dalla mia famiglia, svegliandomi la mattina trovo il caffè-latte già pronto. Sorrido e torno ad essere una bambina completamente indifesa e protetta tra le braccia della sua mamma.

fRa ha detto...

Grazie puntoepasta. In effetti pare essere così: vivo da solo da qualche anno e mi ritrovo ad aver nostalgia di quel senso lì, di cui parli. T'aggiungo fra i preferiti.