venerdì, gennaio 07, 2011

Il muro - Un racconto 23

Ero solo in casa, quando sentii quel senso di frustrazione prendermi dentro. L'ennesima notizia, l'ennesima ingiustizia, l'ennesima voglia di far finta che il mondo fosse un posto giusto. L'ennesima frase scritta e subito rinnegata per la sua banalità. 

Era tutto banale, tutto già scritto. E io, ero pervaso da quel senso d'inutilità e di frustrazione quando vorresti cambiare, te, ciò che ti circonda, il senso delle cose. Ma ciò che rimane è solo una stanza, uno spazio angusto, una musica fatta di disarmonia. 

Sentivo parole che non riuscivo a pronunciare, dentro. Erano stampate nella mia mente, frasi che formulavo e perdevo nell'esatto momento in cui le generavo. Erano figlie della mia storia, quella che non avrei mai scritto.

Così riflettevo di fronte al termosifone, in piedi. Sentivo il calore salirmi nelle mani e la rabbia crescere. Socchiusi gli occhi, respirai. Strinsi la testa nelle spalle, assaporai il silenzio. Poi, urlai. Fra le pareti, risuonò la mia voce e rimbalzò il suono, come fosse esploso un petardo in uno spazio angusto. Sputai sul pavimento, guardai la saliva e la scostai con un piede. 

Poi mi tirai su, dritto. Sentii contrarsi tutto il corpo, anche i pensieri s'erano fermati. 

Guardavo il muro, sporcato dall'umidità e dalla mia incuria. Lo guardavo, fisso. Serrai i pugni, i ranghi della mia rabbia. Le mie dita si strinsero sul palmo, le unghie si piantarono in esso. 

Respirai a fondo, riempii d'aria il torace che si gonfiò fin nel profondo.

Poi, veloce, caricai il colpo e tesi il braccio destro, sferrando un pugno sul muro. Rimase una traccia, le mie nocche avevano formato delle piccole ellissi che riflettevano la poca luce che entrava dalla finestra. 
Era una superficie dura, compatta, come tutti i muri. Quanti muri c'erano, intorno. Erano di tutti i colori, di tutte le misure. Tutti risultavano spessi, anche se erano fatti con mattoni di terracotta, quelli con i buchi che se ti cadono si rompono in mille pezzi. Potevo vederli anche se la mia camera ne presentava solo quattro, parzialmente coperti da quadri, mobili e da ciò che potevo vedere solo io, le mie illusioni.
C'era rimasto il segno delle mie dita, là. Era rimasto impresso nella vernice cosparsa di sporcizia, d'umidità, di odori che per sere e sere erano arrivati dalla mia cucina e avevano impregnato la superficie.

La mano non mi faceva male. Avevo avvertito un piccolo fastidio, mentre sentivo la pressione sull'osso, del mio muscolo che spingeva a fondo sulla superficie e trovava opposizione. Sentivo come un fastidio, ma non era dolore.
La guardai e c'era un poco di bianco sulla pelle. Era stato uno scambio fra il mio corpo e lui, lui mi aveva lasciato un po' del suo bianco, io lo avevo macchiato con la forma delle mie nocche.

Odiavo la sua compattezza. Il muro, quel bastardo, era ancora là di fronte a me. Non ero riuscito a buttarlo giù, con un pugno.

Lo guardai, serrai le dita nel palmo, tesi i muscoli del braccio destro, caricai e lo ricolpii. Sentii dolore, questa volta. Avevo smembrato gli ellissi del mio primo colpo, li avevo deformati con altri ellissi che avevano disegnato un'altra serie di forme senza perimetro nè definizione. Ora sul bianco c'era una macchia più scura, più indefinita. Era come una chiazza, come quella che stazionava lassù all'angolo che si formava con il tetto. 

"La pietra scartata è divenuta testata d'angolo" recita il Vangelo. C'era un senso e una metafora, calcificati in quell'ammasso di cemento e mattoni e vernice e impregnate. C'era odio, c'erano stratificati senso e ira. Odiavo il pensiero che ci trovavo, in quel bianco che volevo chiazzare.

Sferrai un altro pugno, sempre con il destro. Sentii dolore, guardai la mano e la vidi arrossata. Respirai a fondo, tirai un pugno più forte con il sinistro, colpii con la nocca più bassa e sentii male. Non era più solo fastidio, sentii l'osso più fragile frammentarsi nell'epidermide. Guardai il rossore della mano, s'era aperta una cicatrice fra le pieghe della pelle consumata. Sul muro la chiazza dei miei colpi s'era colorata di un rosso diluito nel bianco. Il mignolo, non riuscivo più a muoverlo.

Strinsi i denti, chiusi gli occhi, li riaprii e tirai l'ennesimo colpo, cui ne seguii un altro e un altro e un altro. Alternavo le mani, sentivo l'osso che s'era rotto spezzettarsi ancora e ancora, fino a che non ebbi più risposte e fu come se quella zona del mio corpo non fosse più mia.

Colpii e colpii e colpii e colpii, fino a che il dolore non crebbe e divenne insopportabile. Mi guardai le mani, erano insanguinate, gonfie, la pelle che prima era increspata là dove non era sporca di sangue si presentava liscia e paonazza, rotondeggiante, come le mani di un bambino appena nato. Erano le mie mani, ne guardai il palmo, le unghie s'erano piantate nella carne e avevano lasciati i loro segni. I polsi e le braccia mi dolevano, sentivo scomporsi dentro i nervi là dove ancora avevo percezione di senso.

Avevo usato tutta la forza che avevo. Guardai quelle mie fibre squassate , e tutto mi sembrò, in una specie di deforme senso d'abbandono al dolore, come un placebo di quella frustrazione che avevo provato, e che s'era sfogata in ogni colpo che avevo sferrato.

Il muro era ancora intatto. Stava in piedi, ad osservarmi, mentre socchiudevo gli occhi, e non riuscivo più a muovere le dita. Il suo bianco era diventato una specie di marroncino rossastro. Il suo bianco aveva perso contro la mia rabbia.


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