domenica, gennaio 02, 2011

Il vuoto dentro - Un racconto 20

Accadde un giorno di festa, che stavo passando solo e in cui che ero preso dalle faccende di casa: ero solo, e per questo avevo deciso di pulire le posate. Erano tutte impolverate, io usavo sempre la solita forchetta, il solito coltello, il solito cucchiaio. Le altre erano tutte ammassate in un contenitore di plastica blu maculato e sfumato: una a una le prendevo e le passavo sotto l'acqua, le insaponavo, poi le sciacquavo e le asciugavo. E feci così per un po', poi però capitò che guardai fuori ed ecco che a un tratto, mi sentii male.

Fuori era bello, c'era un po' di sole e non faceva freddo. Ero solo in casa, e i pensieri non so perché si distolsero dalle posate e dalle pulizie.

Fu un attimo, rendermi conto che avevo paura di morire. 

La morte, sì. Incongruente, insanabile, comincia a pensare alla fine del tempo e rendermi conto che se ne ha paura, soprattutto se si sta facendo qualcosa di così innocente come pulire delle posate che non si usano mai.

Mi sedetti sul divano, tenevo ancora in mano le posate tutte bagnate, lo strofinaccio umido, sentivo e mani fredde. Come mi sentivo impotente, come mi sentivo idiota, in quel momento.

Perché mi ero fatto prendere dalla tristezza, non saprei dirlo. Il cielo era bello, c'era il sole, non faceva freddo. Respirai a fondo, poi posai le posate, mi vestii e uscii.

Fuori non c'era fretta. Tutto era calmo, era silenzioso. Camminai, calmo come lo spazio intorno a me.

Fu così che incontrai un signore, poco distante da casa mia, al recinto dove la gente porta i cani a giocare. Era fuori, fumava una sigaretta mentre il suo cane, un grosso Rottweiler nero, stava fermo attaccato alla rete e mi fissava.

Mi fermai anche io a guardare il cane, e il padrone m'osservò.

- Il cane morde, attento.

Mi girai, e lo guardai.

- E' pericoloso?
- Sì, lo è. Non avvicinare la mano.

Poi buttò la sigaretta e sputò fuori il fumo. Mi avvicinai a lui.

- Mi dà una sigaretta?
Lui prese dal giubbotto un pacchetto di Merit tutto schiacciato, e me ne porse una.
- Ha anche da accendere, gentilmente?

Sbuffò, e tirò fuori un accendino dalla tasca dei jeans un accendino arancione, di quelli trasparenti. La fiamma era alta, e la sigaretta s'appicciò in un istante.

- Anche lei è da solo, a capodanno?
- No, sono con il cane.

Non seppi rispondere, allora lo salutai con un cenno del capo, e andai via con il cane che continuava a fissarmi immobile attaccato alla rete. Lui, invece, non disse niente.

Dentro, mi chiedevo se anche lui avesse paura della morte. Se il Rottweiler, la avesse; poi però ricordai che i cani non sanno neanche di esistere, come tutti gli animali. Feci un grande tiro alla sigaretta, sputai il fumo e lo guardai dissolversi nell'aria fredda. Il fumo si dissolveva, era bello da guardare. Quel tizio, invece, se n'era fottuto, fumava e basta.

Mi piaceva fumare. Eppure, mi dava angoscia, ma non solo per il fatto che faceva male. Era per via di un'ossessione che ogni tanto riemergeva.  Avevo fatto il gioco di contare quante sigarette avevo fumato tante volte, tantissime. Ma non avevo trovato la risposta, così come non avevo trovato la risposta alle volte che avevo bevuto un bicchiere d'acqua o alla domanda di quanti passi avessi compiuto nella mia vita. 

Io non sarei mai stato un bravo animale, non avrei mai potuto accettare di non essere consapevole d'esistere, di non poter contare su un numero, un respiro, una speranza, che la vita fosse reale e non un sogno da buttare. E continuai a camminare, chiedendomi se quel signore che mi aveva offerto la Merit, si fosse chiesto almeno una volta se sarebbe riuscito a superare la sua certa paura di morire.

Finii la sigaretta, nel mentre ero arrivato nella vita principale, e il cielo s'era scurito. Continuava ad esserci poca gente, in giro. Era la festività, forse.

Una signora in lontananza s'avvicinava con passo lesto. Aveva quelle scarpe marroni con il tacco basso e la fibbia dorata d'ottone che tutte le nonne hanno, il cappotto marroncino, una sciarpa a quadretti. Camminava lesta e io, mentre la guardavo, pensavo alla sua età. Sembrava avesse un'ottantina d'anni. 

Mi sedetti sul marciapiede, era freddo. Sentii gelarsi il culo, l'umidità bagnò i miei pantaloni. Era fastidioso. La signora s'avvicinava, e intanto mi guardava. Quando fu a pochi metri da me, ritrasse lo sguardo, distolse i suoi occhi dalla mia vista, e osservò davanti a lei quello che era il suo unico, vero, punto di fuga. Non disse niente, guardò solo avanti. E io, mentre l'umidità del cemento s'insinuava nella mia schiena, le sorridevo. 

- Signora, ha paura di morire?

Ma lei fece finta di niente, e accellerò il passo. Forse pensò che io fossi pazzo, forse pensò che le ponessi quella domanda perché volevo rapinarla. E io, invece, volevo soltanto sapere se lei, che era anziana, avesse paura di morire.

Mi alzai, e continuai a camminare. Tastai mentre andavo avanti a casaccio i pantaloni, li sentii quasi bagnati. Forse avevano l'alone di sporco, forse li avevo macchiati. Pensai a quando sarei arrivato a casa, li avrei messi direttamente nel cesto della roba sporca.

Non so quanto passò, so che arrivai davanti alla chiesa. Senza pensarci, entrai. 

Dentro, era tutto silenzioso, come una vera chiesa. C'era una signora, e due signori, sparsi fra le navate e le lunghe colonne di panche, di quelle che riportano i nomi su piccole targhette avvitate su un lato per commemorare qualche defunto. Mi ero sempre chiesto perché si facesse, e soprattutto se il defunto lo sapesse, che qualcuno gli dedicava una panca in chiesa. 

Io avevo paura di morire, ma sapevo che a me sarebbe piaciuto che mi dedicassero un libro. O una piazza. O anche un animale, o un nipotino, che fossero chiamati come me per avere un altro essere vivente che richiamasse alla mente di chi rimaneva indietro me e la mia vita. Ma una panca, non ne capivo il senso. Una panca non vive.

S'avvicinò un prete, era grosso e con i capelli arruffati. Capii che era un prete per il breviario che teneva in mano e non dai suoi vestiti, dato che non portava il solino e la camicia nera, ma era vestito come una persona normale, con una giacca scura e le tasche ingrossate da chissà che, e dei pantaloni di velluto e delle scarpe tipo quelle da trekking. Aveva gli occhi a mandorla, e non era italiano. Lo guardai e pensai che quegli occhi erano il segno che il cattolicesimo, in Europa, ormai era una moda passata.

Quando mi fu vicino, mi sorrise. Io lo guardai e lo chiamai.

- Mi scusi, mi scusi.

Lui si fermò, e mi salutò con una cadenza strana, non era italiana, sembrava come se l'italiano l'avesse appena imparato e le sue parole fossero incerte: talmente incerte che pensai che quel suo modo d'esprimersi era incerto quasi come il mio coraggio.

- Ciao, come va?
- Ascolti, vorrei chiederle una cosa.
- Dimmi, cosa c'è?
- Lei è un prete?
- Sì, certo. Sono un prete.
- Lei ha paura di morire?
Lui mi sorrise, e scosse la testa.
- No, io no.

Lo guardai negli occhi, talmente con intensità che credo fosse la prima volta per lui che qualcuno lo guardasse con tanta veemenza dritto negli occhi. Non distolse lo sguardo ma non capì che dicevo sul serio. 

- Tu hai paura, vero?
- Sì, io ho paura di morire.
- Perché hai paura di morire?
- Perché a me piace vivere.

E non so cosa provò, in fondo al cuore, ma la sua voce si sentì schermita dalla mia decisione e non riuscì a farmi la descrizione di ciò che doveva essere il dogma della sua chiesa, il comandamento sacro del suo Dio. Io non so perché a quel Dio, o agli altri Dei di tutte le confessioni, non riuscivo a dare che una parità. Mi pareva che tutti dicessero la stessa identica cosa, che c'era qualcosa "dopo". E sebbene io non sapessi quale fosse il meglio fra tutti i "dopo" che mi erano stati offerti, in quel momento parlavo con un prete cattolico e gli stavo dicendo che a me piaceva vivere, e che non volevo morire.
- A tutti piace vivere.

Disse così, mentre la signora che prima stava seduta fra le panche dedicate ai morti era andata via. 
- No, non piace a tutti, vivere. Alcuni vivono solo perché devono. A me invece piace vivere. E non voglio morire.
- Morire è risorgere a Vita nuova.
Mi continuava a sorridere, io invece avevo assunto un'espressione che sapevo essere spaventata, ingrata, cattiva. Lo guardai un'ultima volta, poi gli dissi un'ultima frase, prima di andarmene via, senza salutare, senza ascoltare la sua risposta.

- Lei l'ha mai vista, quella Vita?

Fuori il cielo s'era ormai scurito, era ormai quasi buio completo. I lampioni cominciavano ad accendersi, mentre il freddo diventava pungente. Non c'era nessuno, in giro. Ero solo io, e la mia paura di morire.

Sentivo un buco dentro, sentivo come se mi avessero aperto in due e ci fosse rimasta solo la mia anima in mezzo alla strada vuota, alla città assopita nei festeggiamenti dell'ennesima festa celebrata da interviste a rincoglioniti da giornalisti di rotocalchi televisivi. La mia anima denudata dall'armatura di rabbia e di sicurezza che le mura domestiche e il caldo del termosifone tramutano in senso di protezione dall'orrore del mondo.

Lo sentivo mentre camminavo verso casa, sconfitto per non aver visto quella paura scemare. Era buio. Lontano, molto lontano, quella paura soffocava la speranza di essere sereno, e ne ero certo, l'avrebbe uccisa per sempre. 

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