domenica, gennaio 30, 2011

La luce dal basso - Un racconto 31

Charlotte guardava il suolo imbiancato dalla fitta nevicata della sera. Era stata improvvisa, gelida, strana, quella perturbazione che in un sabato pomeriggio aveva raccattato le residue speranze di vedere la neve in quell'inverno e s'era tramutata in quella moquette fatta solo di macchie grigie, che venivano riempite dal continuo crollare di fiocchi.

Stava là, guardando il manto stradale scivoloso, separato dai segni di qualche pneumatico e di un paio di vecchi c'avevano portato fuori il cane a passeggiare, e si chiedeva perché la neve facesse bene alla notte.

A Charlotte piaceva pensare che quel suo rendere l'oscurità più lucente facesse fare alla neve un salto nella percezione della gente, andando ad accendere il senso di amore, di gioia, di speranza, altrimenti perso nel buio di un'anonima sensazione, quella del gelo fermo, statico, amorfo.

Amava per questo la neve.

Sentiva il brivido di freddo acquietarsi mano a mano che si faceva più fitta e silenziosa, meno marcata nel rumore ma più compatta nella precipitazione. Era la neve a colpire il terreno, silente, matura, albina e decisa, e il terreno l'accoglieva, la abbracciava, silente come era il suo cadere.

Charlotte ne amava la silenziosa dispersione: amava andare a raccogliere con lo sguardo il flebile raggio di luce che fredda si dipanava dal riflesso, artificiale di lampione e vero di luna. L'amava perché gli ricordava l'immaginazione, stimolata dal senso isterico della mente a cercare negli imput esterni un motivo per mettersi in moto. E la mente, diventava silenzioso specchio di quegli imput, proprio come la neve.

Charlotte pensava alla neve e rivedeva sè stessa, in quel riflesso. Nei suoi amori, nelle sue scelte, rientrava quel suo essere specchio di qualcuno, poco incline ad assorbire la luce di altri, sempre pronto a respingerla. Quel suo essere refrattaria ad accettare, la faceva sentire sola.

Dalla sua finestra, la neve sembrava cadere senza sosta. Charlotte la guardava nel buio della sua stanza e nel silenzio di una notte che sembrava sarebbe stata raccolta tutta in quel docile cadere. Sorrideva, immaginando di come avrebbe voluto capire come smettere di riflettere, proprio come faceva la neve.

Nel mentre, in un'altra stanza, in un'altra casa, Thomas filtrava quella luce e si sentiva come in grado d'assorbirla tutta. Odiava il fatto che la neve sapesse rendere la notte più luminosa, ma non perché non gli piacesse, ma perché gli sembrava che annullasse la bellezza insita nel buio dell'oscurità. Lui, che era in grado d'assorbire tutto, avrebbe voluto cominciare a riflettere anche lui i raggi di luce.

Guardava dalla sua finestra il paesaggio bianco e silenzioso, e s'interrogava, chiedendosi come lui non fosse in grado di farlo, subendone il fascino al punto da odiarne l'esistenza.

Sognava la caparbietà della terra ad accogliere quel mondo che nasceva dal depositarsi della neve, il saper accettare il buio che diventava giorno, il cielo che s'arrossava artificiosamente. La sognava mentre immaginava un bacio non dato, rimasto a metà fra un momento e un solco di pneumatico che tagliava in due il piccolo strato bianco sull'asfalto.

Sì. Odiava la neve perché voleva essere come lei. 

Charlotte e Thomas guardavano nello stesso momento la notte nevicare, mentre la neve cadeva e li osservava sognare. Tutto era silenzio, ed era bianco, ed era luce riflessa e artificiale. E in quella musica silenziosa, la notte proseguiva nei sogni di due persone che non si conoscevano.


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