sabato, gennaio 15, 2011

lei/Lei - Un racconto 26

Mi ero sempre focalizzato su un fatto: quando hai una certezza, non hai ripensamenti. Era sempre stato così, come la volta di una cappella medievale, oggetto di culto nel ventesimo secolo per la sua costanza nel tempo. Era bello avere certezze, inossidabili. E io avevo il mio amore, focalizzato su una persona.

Poi un giorno arrivò un attimo e tutto cambiò.

Fu indescrivibile notarla fra la folla, come avevo notato il discernere della gente alla ragione, il passo falso dell'eleganza di tanti giovani. Era stato improvviso, banale fulmine calato dall'alto. Era stato estraniato, quell'attimo dal resto.

La notai nonostante già l'avessi vista, ma non guardata. L'avevo conosciuta, ma non osservata. L'avevo sentita, ma non ascoltata. Era stata come uno di quei personaggi in secondo piano che noti solo quando arriva qualche eminente professore e ti spiega che è lì la chiave. 

Una sera, fra la gente. Arrivò e si sedette, fra le panche e i tavoli del nostro locale prediletto. Io non la notai subito, la salutai distrattamente.


- C'è del marcio in ciò che fanno agli operai.
- Io Cassano al Milan non l'avrei preso.
- Secondo me Berlusconi fa bene a fottersi quelle fighe.
- Sai che a me è stato chiesto di partecipare? Però non ho ancora deciso.
- Quello è uno stronzo.
- Mi dispiace.
- Ahahahah.


Potevo mettere in fila tutte le frasi che stavo ascoltando, ma piano piano scivolai lontano. Era una condensa, di nebbia e gelo. Era fumo ed era denso, non di indecisione, non di speranza. Non di coesione, non di coerenza. Era come abbandonarsi al proprio destino. 


C'ero io, e seduta a quattro posti da me, c'era lei. E tutti non potevano sospettare che nel guardarla, ci fosse uno sguardo che la eleggesse a prediletta, e quello sguardo era il mio. 


Fu un attimo, quello in cui mi resi conto che la stavo guardando. La guardavo e non mi sembrava che lo stessi facendo sul serio. 


- Oh prendi una patatina.
- Minchia ho una fame.
- Dopo andiamo da Gino Panino.
- No!
- Dai cazzo.
- Mi compro un iPad.


Erano frasi senza senso. Erano parole, senza riempitivo. C'era il fatto che io non riuscivo ad assimilarne il senso, c'era il fatto che per un attimo la certezza che m'ero dato era discernimento da ciò che stava avvenendo. In un attimo, appunto, era tutto crollato.


Avevo sentito un richiamo, ed era l'attrazione per lei. Io, che non avrei mai pensato sarebbe potuto accadere, subito ciò che avevano subito tutti: il desiderio di evadere.


Una parola così inutile. Una parola così comune, come tutte le frasi fin lì ascoltate.


Quando uscimmo, mi si avvicinò. 


- Ho ascoltato quel brano che hai detto l'altra volta.
Esordì così.

- Ah, come t'è sembrato? Figo? 
- Sì, molto: ora mi è venuta voglia d'ascoltare tutto, dei NIN.

Ed era strano notare come quel dialogo così banale partisse da un discorso profondo, quello dei significanti e dei significati, del fatto che una parola sia bella anche per ciò che significa, per ciò che vuole portare con sè. E io avevo risposto che la musica, era quella la chiave per comprendere che ci sia una storia in ogni angolo, e basta solo raccoglierla per essere testimoni di essa.

Così avevamo parlato di una canzone, e io gliene avevo consigliata una. E quando era entrata, prima, come bambino senza età, avevo sperato che facesse riferimento a quando, qualche tempo prima, avevamo parlato senza che io mi accorgessi che lei era Lei. E che senza capirne il motivo, era diventata un particolare su una trama, e non un punto di un insieme.

Sorrise, senza dirmi che cosa si nascondesse dietro quel periodo che era intercorso fra quello scambio di battute.

Si scalfì il reggimento di mie convinzioni, quando arrivato a casa, mi sdraiai a letto e nel dormiveglia mi resi conto che stavo pensando a lei.

Come avevo portato a casa quel pensiero? Come era rimasto in me? 

Provai a far quadrare i conti della mente e dei sogni, e assomai le variabili: le parole, il discorso, le posizioni espresse, la situazione. Era tutto perfettamente a incastro, senza sbavature emozionali. C'eravamo, e lei che era diventata Lei, senza che io capissi il perché. E poi quel decadimento di sensazioni, quando la vidi entrare e notai che ci eravamo guardati senza che gli altri si rendessero conto che lo stavamo facendo. E in quello sguardo ci fosse come uno scambio di senso, tu sai che io so, io so che tu sai. Io so che tu provi, tu sai che io provo. Tu senti, io sento. E via così, ad ammorbare di senso ogni fottuto verbo di questa dannata lingua.


Il significante è solo un modo per esprimere un significato. Certezza equivale a elemento fermo, senza dinamicità, che rimane come allo stato primordiale della conoscenza. 

Parole è il termine per indicare quelle associazioni letterali che formano particelle dotate di senso, e che per una convenzione sociale vengono attribuite all'indicare una data realtà. Poi c'era lei, che era un pronome femminile singolare, forma indicativa grammaticale che indicava un riferimento di persona che non declinava alcuna distinzione rispetto alle altre persone. 

E poi c'era Lei, che era diventata diversa quando, una sera come tante, notai che era splendida e decisi di innamorarmene, nonostante io la mia Lei credevo d'averla già trovata, molto tempo prima.


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