venerdì, gennaio 21, 2011

Non c'è niente da dire? - Un racconto 28



Ci sono le strisce pedonali, lì. Dopo i miei piedi, prima del marciapiede. Poi c'è il marciapiede che costeggia il fiume. 

Ci sono le crepe, nel cemento. C'è gente sotto la pensilina a sinistra. A destra ci sono le macchine. 

Questa è Torino. Questo sono io e questa è solo una strada. Non ci sono storie, qui. C'è la mattina. C'è la sveglia. Dopo ci sarà il lavoro.

Ho superato le strisce pedonali, ora c'è di nuovo il cemento solo impolverato. La vernice bianca non è più bianca, anche lei s'è ingrigita. Come il cemento, che è già grigio per i fatti suoi, ma poi si impolvera. E diventa sporco, diventa consumato. Si crepa. 

Ogni volta che passo di qui ripenso a quando ci pensavo cinque anni fa. Sei anni fa. Sembra passato un mondo di tempo da quando ho solcato questa strada e l'ho percepita come mia, perché era diventato il mio percorso ideale.

Guardo il fiume. Il Po è un bel fiume, anche se è sporco sembra uscito da un videogame, di quelli dove dei costruire una città e ci metti l'acqua perché così è tutto più verde. Il marciapiede taglia in due la strada e il lungo fiume, sembra che ci sia una separazione fra fittizio e naturale, e io ci sto in mezzo. Da qui la strada è più facile da seguire, con i piedi e con lo sguardo. Ha una prospettiva perfetta, sembra un quadro. Succede solo nelle strade che conosci meglio, di vedere il punto di fuga. Qui la prospettiva è come le tavole delle superiori, sembra chi sia qualcuno che tira il righello.

Cammino e taglio per il sentiero. Ci sono le grate, le maledette grate, con sotto un corridoio che non so cosa sia, forse sono garage. Mi ha sempre fatto paura, là sotto. 

Nel 2006 c'erano gli stessi colori. Anche gli alberi sembrano fermi, e il ghiaccio sulle panchine e l'erba e il Torello che spunta a destra, la fontana verde. Ci hanno montato i giochi per bambini, forse c'erano già.

Il fiume è solo, qui. Sta fra due ponti la porzione più perfetta del Po, quella che sta zitta e non parla con nessuno. Fra le tante panchine che ci sono qui, mi fermo a guardare ogni mattina un conciliabolo di legno e metallo che sta fermo sempre uguale, sono solo tre panchine o quattro, non ricordo mai finché non le rivedo, e sembra che parlino fra loro. 

Una volta ci stavano i marocchini e gli zingari, a dormire lì, poi anche loro un giorno son sicuro son tornati a casa, e le panchine si riempiono solo quando c'è il sole di anziani e di bambini che corrono intorno e giocano.

Io però lì mi ci sarei fermato, ogni mattina avrei voglia di sedermi lì. 

Ogni mattina, da quando passo qui, penso che ci sono sempre dei momenti durante il giorno che uno ha voglia di sedersi e respirare e basta. E non fare altro, al massimo guardare al di là delle colline, là dietro la mattina spunta il sole anche quando c'è la nebbia fitta. Uno si siede lì e poi aspetta che sia pronto per ripartire. 

E invece mi tocca andare avanti. Guardo le panchine come ogni giorno da qualche anno, le guardo e penso che mi ci siederei sopra e invece vado avanti. E guardo il fiume e la collina, e vado avanti, e c'è la fontana e puntualmente penso che l'acqua che esce dal Torello ti fa venire sete a prescindere, ma tanto non bevi perché è troppo freddo. 

Già, qui sa sempre freddo. Poi ci sono gli alberi, gli alberi che sembrano morti e che ogni volta che li vedo penso che dovrei avere una macchina fotografica e stare qui delle ore intere a fotografarli, perché hanno le forme strane e sono strani loro. Sono oblunghi, puntuti, sono fermi e sono là da chissà quanto. Eppure continuo a camminare sul mio cemento, che in certi punti non è solo impolverato, è anche macchiato di scuro. 

E' strano, questo cemento è sempre uguale. Le strade che si percorrono ogni giorno si consumano sotto i tuoi piedi, e non te ne rendi conto. Diventa banale, non sono scogli e tu non sei il mare, mentre la strada si consuma sotto i tuoi piedi e non te ne accorgi, e poi te la porti a casa sotto le suole e magari la cerchi di togliere sullo zerbino. 

La tua strada te la porti dietro anche quando sei stanco. Sotto i tuoi piedi, sono i segni del tempo. Poi la butti via, quando dismetti le scarpe, ma il cemento e la tua strada tornano anche su quelle nuove.

Giro lo sguardo, fra gli alberi ci vedono le macchine. Vorrei andare avanti, ma la strada gira a sinistra. C'è il marciapiede, ci sono i miei piedi. E poi ci sono altre strisce, e c'è un altro marciapiede, e poi un palazzone.

E' come una grossa pietra miliare, segna che sono quasi arrivato. Mi ci specchio dentro quelle grosse finestre, sono vetri scuri e senza uscita, c'è quella strada che percorro tutte le mattine riflessa dentro e io mi ci immergo, per qualche secondo mi guardo lì e ogni mattina mi sembro uguale, anche se alla fine gli anni passano, la strada si è consumata sotto i miei piedi e me la sono portata dietro da chissà quanto, eppure io e la strada siamo uguali, ci consumiamo anche se tutti i giorni si riflettiamo nelle finestre enormi di quel palazzo, con il tempo che passa e il vetro che non si sporca mai ed è sempre pulito, e anche se so di sembrarmi sempre uguale in realtà sono cambiato.

E giro l'angolo, e guardo da quando passo di qui le auto parcheggiate, non sono mai le stesse eppure continuo a pensare che anche io vorrei avere quelle macchine parcheggiate lì, perché mi sembrano sempre più grandi e accoglienti di quelle che potrei avere io, anche se sono vecchie, anche se sono vecchi modelli, sono belle e tutte in fila, anche se c'è quello che parcheggia fuori dagli appositi spazi mi sembra tutto ordinato, e silenzioso. 

Solo il cemento è sporco, ogni tanto sul marciapiede qualcuno porta il cane a farci i bisogni e ci lascia la merda a rosolare, ma che importa, quel cemento è già sporco perché impolverato, e poi ogni volta che ci passo lo consumo io, con la sua polvere, le sue macchie, e tutto ciò che guardo oggi è come consumato con questa porzione di Torino, io, i miei ricordi di tutti i giorni che son passato di qui, e il tempo che davanti a me scorre, e chissà quante altre volte, con la speranza, passerà da qui, con me.

Per questo l'ultimo pezzo non guardo in alto, guardo solo in basso, cerco di non calpestare le grade dei sotterranei del palazzo e non voglio incrociare lo sguardo di altri intorno a me, mi sento come se mi osservino, forse sanno che sotto le mie scarpe c'è anche la loro strada, perché alla fine questa strada è di tutti, ma tutti ne portano a casa un pezzo camminandoci e consumandola. 
Ma lei non s'offende, io la guardo, la strada che divide il fiume e la città, è piccola, ci sono le panchine e i giochini per i bimbi e il Torello e gli alberi e l'erba, e tanta è passata sotto di me e tante volte ho pensato di conoscerla, anche se ogni giorno l'ho guardata e non sempre mi rendevo conto che fosse sempre lei.

Alzo lo sguardo solo quando arrivo al fondo, quando ho fatto due lati di questo parallelepipedo enorme di vetro e grigiume pieno di gente e chissà che altro.

C'è il marciapiede e ho pochi metri, saranno un centinaio, di fronte a me. Ci sono le strisce pedonali, dopo i miei piedi, prima dell'ultimo marciapiede.

Attraverso, senza più guardarmi intorno.


2 commenti:

puntoepasta ha detto...

Complimenti. Scrivi davvero bene. Sembrava di esere lì mentre leggevo...

fRa ha detto...

E' l'effetto del video :)
Cmq grazie!